UN NUOVO MODELLO DI SANITA’ EUROPEA APERTA AL MONDO: L’IMPORTANZA DI UN APPELLO

Nei primi giorni dell’anno è apparso su “La Stampa” un importante appello di quattro luminari della medicina italiana, Giuseppe Ippolito, Franco Locatelli, Nicola Magrini, Gino Strada, con i punti di un programma per un nuovo modello di sanità europea aperta al mondo, in seguito alla dolorosa esperienza che stiamo vivendo della pandemia da coronavirus.

L’appello merita grande attenzione e sarebbe un grave errore per il nostro futuro e, in particolare, per quello delle giovani generazioni lasciarlo passare invano. La salute è la massima espressione del bene comune e costituisce uno dei fondamentali fattori metaeconomici dello sviluppo, assieme all’istruzione e all’educazione.

Nell’appello si parla della necessità di “preparazione” per il futuro della sanità che possiamo esprimere con il termine di programmazione. Non quindi di un “piano” secondo l’economia di Stato ma di programmazione secondo l’economia di mercato.

Nell’appello si esprime rammarico per la decisione del Governo tedesco di acquistare autonomamente 30 milioni di dosi del vaccino Pfizer rispetto al piano di ripartizione europeo. Una decisione legittima sul piano formale ma che dà l’impressione di un’Unione Europea che non procede in modo compatto e condiviso. Decisione in parte attenuata dall’annuncio del Presidente della Commissione Europea von der Leyen che l’Unione dei 27 Paesi acquisterà 100 milioni di dosi aggiuntive di vaccino.

L’appello sottolinea con forza che l’Europa deve investire di più in risorse umane e in mezzi nella salute pubblica e nel benessere dei suoi cittadini. Pensiamo al caso italiano che per troppi anni ha visto ridursi le risorse finanziarie assicurate dallo Stato per il riequilibrio dei bilanci della sanità regionale, con carenze sempre più evidenti della disponibilità di personale medico e soprattutto infermieristico. Bisogna ripensare il nostro modello di sanità basato molto sugli ospedali e pochissimo, come sottolinea l’appello, sulla medicina territoriale.

Rimane il fatto che la nostra spesa sanitaria totale (pubblica e privata) rispetto al prodotto interno lordo è decisamente inferiore rispetto alla Germania, alla Francia, al Regno Unito e anche alla Spagna. Germania e Francia superano l’11% del prodotto interno lordo, rispetto all’8,8% dell’Italia. Un allineamento dell’Italia rispetto alla Germania e alla Francia porterebbe ad una spesa sanitaria complessiva intorno ai 200 miliardi di euro, con un gap superiore ai 40 miliardi. Pertanto una differenza, come ordine di grandezza, simile alle risorse fruibili da parte del nostro Paese attraverso il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) sanitario. 

Alla fine dell’appello vengono indicate quattro direttrici della programmazione di un nuovo modello di sanità europea aperta al mondo che riteniamo importante qui sottolineare con alcune nostre osservazioni.

Per prima cosa, un Sistema Sanitario Nazionale (SSN) più forte e più coordinato centralmente con sistemi unici di acquisto per assicurare a tutti lo stesso livello di cure su tutto il territorio nazionale. L’obiettivo finale è naturalmente condivisibile, mentre il modo per raggiungerlo lascia aperto il problema del coordinamento tra Governo centrale e Regioni. L’appello sembra propendere per un sistema unico centralizzato, ma la questione rimane aperta.

La seconda direttrice riguarda il sistema delle strutture per anziani e dell’assistenza territoriale. Un sistema, secondo l’appello, interamente da ripensare e riformare. Su questo punto molto delicato, soprattutto in prospettiva, riteniamo che occorra premettere che la longevità non è un peso ma una risorsa per il futuro del nostro Paese, in una visione di rapporto solidale tra generazioni. Come è noto, gli anziani in Italia rappresentano oggi il 23% della popolazione e saliranno ad un terzo nel 2050. Si tratta di un fenomeno che caratterizza i Paesi maturi dell’Occidente, dovuto a due fattori fondamentali: la riduzione della natalità e l’allungamento della vita media. Nel ripensare e riformare totalmente il sistema va sottolineata l’importanza di un modello di “privato sociale” di cui il nostro Paese offre casi di grande eccellenza (best practices). Tali esempi sono costruiti su due fattori reali e concreti. In primo luogo, un’efficienza e una capacità progettuale e organizzativa di schietta impronta imprenditoriale, in grado nel contempo di farsi carico di interessi collettivi e di fini sociali condivisi. Questo modello permette di offrire agli ospiti delle strutture dedicate all’assistenza e alla cura degli anziani, servizi la cui qualità non è minimante confrontabile con quella dell’assistenza pubblica, ma che nello stesso tempo è offerta a condizioni molto meno costose rispetto a quelle praticate da società private che si occupano dell’assistenza agli anziani come di un qualsiasi business per massimizzare i profitti.

La terza direttrice contenuta nell’appello riguarda la maggiore capacità di sostenere la ricerca come base per trovare le soluzioni giuste e necessarie. In generale, l’Unione Europea indica un obiettivo per le spese di ricerca pari al 3% del prodotto interno lordo. Noi siamo intorno all’1%. Nel settore della salute e dell’industria farmaceutica tale percentuale obiettivo è perlomeno cinque volte tanto e indica quindi l’immane sforzo da fare per trovarci preparati di fronte a terribili pandemie come quella che stiamo sperimentando.

La quarta direttrice dell’appello riguarda la necessità di una visione più ampia e di lungo periodo per affrontare le pandemie come fenomeni globali. Per questo è necessaria una programmazione europea per garantire la salute dei cittadini, recuperando i principi di solidarietà e di coesione che erano alla base della Comunità europea nata all’indomani della seconda guerra mondiale. E’ la conseguenza della globalizzazione che riguarda non solo la mobilità delle merci e dei capitali ma, in primis, delle persone con un aumento esponenziale della diffusione delle malattie e dei contagi. I progressi della ricerca nelle cure e nei vaccini vanno condivisi con tutto il mondo e, per noi europei, soprattutto con il continente africano a noi molto vicino. Un continente che, fra meno di 30 anni, conterà 2 miliardi di persone.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 12 gennaio 2021

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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