UN MONDO, UNA MONETA: IL FIORINO D’ORO

Il Premio Nobel per l’economia R. Mundell  ha affermato che in un mondo unico come il nostro dovremmo avere un’unica moneta. Il mondo invece, formato da circa 200 Paesi, ha una pluralità di monete, diverse scambiabili tra loro a tassi di cambio determinati dal mercato. Alcune monete hanno il dominio sulle altre, come nel caso del dollaro che è mezzo intermediario degli scambi  internazionali e riserva di valore. Quindi una grande complicazione, che porta ad un numero lineare di tassi di cambio nell’ipotesi di una moneta dominante (ad esempio il dollaro) pari a 398 numero lineare) e a 39.800 nel caso che tutte le monete siano scambiabili direttamente tra loro (numero esponenziale).

Ma come evitare questa complicazione e quindi il dominio di una moneta sulle altre, come nel  caso dei nostri tempi con il dollaro?

L’unica via è riferirsi ad una moneta paniere calcolata in qualche modo convenzionale o all’oro. Potremmo, ad esempio, riferirci ad una moneta unica come potrebbe essere il fiorino d’oro del 1252 del Rinascimento italiano. Infatti nel 1252 Firenze e Genova coniano e mettono in circolazione il fiorino e il genovino d’oro. Nel 1284 Venezia, seguendole, conia il ducato d’oro, poi detto zecchino, con le stesse caratteristiche di 3,53 grammi di oro fino.

Naturalmente non è necessario coniare il fiorino che svolgerebbe la funzione di unità di misura dei valori. Quindi, una specie di cripto-valuta governata dalle grandi piattaforme multimediali. Un po’ quello che è successo in passato con la lira immaginaria di Carlo Magno (L. Einaudi, Teoria della moneta immaginaria da Carlo Magno alla rivoluzione francese, Rivista di Storia Economica, marzo 1936).

Durante la discussione per gli accordi di Bretton Woods del 1944 si era presentato lo stesso problema. Si sono fronteggiati due piani: il piano Keynes (inglese) e il piano White (americano). Il piano Keynes prevedeva la nascita di una moneta unica detta bancor, mentre il piano White proponeva la supremazia del dollaro convertibile in oro al prezzo di 35 dollari l’oncia. Prevalse il piano della nazione più potente, cioè degli Stati Uniti d’America. Il sistema resse fino all’agosto del 1971, quando fu dichiarata dal Presidente Nixon la inconvertibilità del dollaro in oro.

Ma i problemi della sovranità monetaria del dollaro a livello internazionale erano già sorti prima con la diatriba tra la Francia e gli Stati Uniti scoppiata nel 1965. De Gaulle, consigliato dall’economista J. Rueff, agì attraverso la Banca Centrale di Francia cambiando i dollari delle riserve in oro. De Gaulle ne spiegò le ragioni in una conferenza stampa durante la quale sostenne che l’America stava manipolando a suo piacimento il sistema finanziario mondiale e che il suo Paese, da quel momento, avrebbe fatto il possibile per emancipare i suoi scambi commerciali dal monopolio della moneta americana.   

Ma ritorniamo ai nostri giorni. I problemi soprattutto di Cina e Russia che nelle loro riserve hanno una grande quantità di dollari.  La Cina possiede il maggiore volume di riserve composte da oro, valute, soprattutto dollari, Diritti Speciali di Prelievo e posizioni creditorie sul Fondo Monetario Internazionale (FMI). Il conflitto sulla moneta egemone sono il riflesso dei conflitti in atto di tipo geoeconomico e geopolitico.

Come uscirne? Si potrebbe pensare al piano Keynes con l’adozione di una moneta paniere stabilita sulla base di precisi accordi internazionali. Ma, come si può immaginare, la situazione mondiale di oggi non la consente.

L’unica via praticabile è pertanto il ricorso all’oro, che di fatto è una moneta neutra e riconosciuta da tutti. Ci piace per questo pensare al nostro glorioso Rinascimento con il fiorino d’oro: il dollaro del basso medioevo.

Sul piano tecnico e sulla base delle condizioni attuali, volendo, per puro esercizio, esprimere tutte le transazioni economiche e finanziarie mondiali sulla base del fiorino di 3,53 grammi di oro fino, i prezzi in oro la cui quotazione è espressa in dollari, dipenderebbero dal tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro e dal prezzo dell’oro al grammo espresso nella moneta americana. Se questi ultimi si muovono in modo parallelo, i prezzi in oro non mutano. Se invece il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro si apprezza più del valore dell’oro al grammo espresso in dollari, i prezzi in oro aumentano e viceversa nel caso contrario.

Naturalmente, la politica monetaria americana della FED può influire sulle dinamiche dei prezzi in oro, come pure la politica monetaria della BCE.

Se, ad esempio, la FED alza il tassi di interesse di policy e questo determina un deprezzamento del cambio dell’euro rispetto al dollaro, a parità di prezzo dell’oro al grammo espresso in dollari, i prezzi in oro diminuiscono. Ci sarà invece stabilità nel caso in cui l’aumento del tasso di interesse di policy della FED dovese avere effetti uguali sul cambio dell’euro rispetto al dollaro e sul prezzo dell’oro in dollari. Infine, i prezzi in oro aumenteranno se gli effetti dell’aumento del tasso di interesse di policy della FED dovessero essere superiori sul cambio rispetto al prezzo dell’oro in dollari.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 26 aprile 2021       

 

 

 

Tags: , , , ,

Giovanni Scanagatta

UNITELMA SAPIENZA

Links

  • Scrivimi
  • Privacy Policy
  • Cookie Policy

giovanniscanagatta.it | All rights reserved | by SophiaCoop