SVILUPPO ECONOMICO, SPESA PUBLICA E CAMBI FISSI NELL’UNIONE EUROPEA

Giovanni Scanagatta*

 

1.Scopo della presente breve analisi è di studiare le relazioni tra sviluppo economico, spesa pubblica e cambi fissi tra i Paesi dell’Unione Europea che aderiscono all’euro. L’analisi nasce dalle considerazioni più volte espresse dall’ex Presidente della BCE, Mario Draghi, ma anche dall’attuale Presidente Christine Lagarde, sull’importanza della politica fiscale per l’Unione Europea perché tutta la responsabilità della politica economica non può rimanere sulle spalle della Banca Centrale.

Le cose sembrano cambiare con il Recovery Fund per fronteggiare le gravi conseguenze economiche della pandemia, con un superamento delle rigide regole del Patto di Stabilità e con la possibilità di andare al di là del limite del 3% di deficit pubblico in rapporto al prodotto interno lordo. Ma non dobbiamo dimenticare che il rapporto del 3% era stato abbassato con il Patto di Stabilità, fissando l’obbligo del pareggio di bilancio addirittura in Costituzione. Un obbligo, quest’ultimo, secondo alcuni, incostituzionale perché in conflitto con il limite del 3% del deficit pubblico.

A fronte di questa apertura delle politiche fiscali da parte dell’Unione Europea, alcuni sono ottimisti e altri pessimisti. Gli ottimisti sperano che lo strumento fiscale possa continuare anche dopo la pandemia. I pessimisti pensano invece che, finita la pandemia, si ritornerà alle regole del Patto di Stabilità. Di questo si parlerà nella parte finale del contributo.

Ma al di là di questi cambiamenti di indirizzo in seguito alle gravi conseguenze economiche del coronavirus, si vuole mostrare che la combinazione tra l’assenza di politiche fiscali, cambi fissi tra i Paesi dell’euro e sviluppo economico è la peggiore delle combinazioni.

Il lavoro è organizzato nel modo seguente. Nel primo paragrafo si presenta un semplice modello con cambi fissi con tre mercati: il mercato reale dei risparmi e degli investimenti, il mercato valutario rappresentato dalla bilancia dei pagamenti, il mercato della moneta. Il modello riprende un articolo dell’autore pubblicato su Bancaria nel 1980 su Deficit del settore pubblico, bilancia dei pagamenti e governo della moneta. Nel contributo si considera l’equilibrio del settore reale dell’economia, l’equilibrio della bilancia dei pagamenti e l’equilibrio del mercato monetario, in regime di cambi fissi e di cambi flessibili. Nella prima versione del modello qui presentata si ipotizzata l’assenza della politica fiscale nel caso di cambi fissi.

Segue un paragrafo in cui si apre il modello, nell’ipotesi di cambi fissi, alla politica fiscale, espressa dalla differenza tra spesa pubblica e tributi (deficit di bilancio). 

L’ultima parte è dedicata alle conclusioni con la presentazione dell’ipotesi ottimista e di quella pessimista. Nel primo caso si prevede una prosecuzione della politica fiscale dell’Unione Europea iniziata per fare fronte alle gravi conseguenze economiche del coronavirus, abbandonando definitivamente il Patto di Stabilità. Nel secondo caso, invece, ci si attende, dopo la pandemia, un ritorno alle rigide regole fiscali del Patto di Stabilità.   

  1. Qui di seguito viene formalizzato il modello in regime di cambi fissi, per un’economia di piccole dimensioni, in assenza di politica fiscale.

S(Y, r) = I(Y, r)

BP [M(Y), X(Yw), MC(r)] = 0

Ms = L(Y, r)

Dove:

S è il risparmio in funzione del reddito e del tasso di interesse

I sono gli investimenti in funzione del reddito (acceleratore) e del tasso di interesse

BP è  la bilancia dei pagamenti che dipende dalle esportazioni, dalle importazioni e dai movimenti di capitale; le importazioni dipendono dal reddito nazionale; le esportazioni dal reddito mondiale, i movimenti di capitale dal tasso di interesse interno per dato tasso di interesse estero.

Ms rappresenta l’offerta di moneta. 

Supponiamo di avere come obiettivo finale un prefissato livello del reddito di piena occupazione (variabile esogena). In questo caso, nel settore reale si stabilisce il valore del tasso di interesse tra i risparmi e gli investimenti. Ai valori di equilibrio di Y e r, nulla assicura l’equilibrio della bilancia dei pagamenti. L’equilibrio del mercato monetario si ha invece in caso di offerta di moneta endogena. Viene cioè creata tutta la quantità di moneta corrispondente al reddito e al tasso di interesse che si ricavano dal settore reale dell’economia. In sintesi, il modello è formato da tre equazioni in due variabili endogene: il tasso di interesse e l’offerta di moneta. Le variabili esogene sono Y e Yw, cioè il reddito nazionale di piena occupazione e il reddito mondiale.    

  1. Dalla precedente versione del modello in regime di cambi fissi, ne discende che per assicurare l’equilibrio simultaneo dei tre mercati, con reddito di piena occupazione, occorre aggiungere come variabile endogena il deficit del settore pubblico. Tale deficit viene definito come differenza tra spesa pubblica G e tassazione T. Supponiamo che la tassazione sia una quota k di G. Possiamo pertanto definire il deficit del settore pubblico nel modo seguente:

G(1-k); dove k assume valori compresi tra zero e uno. Per k uguale a zero, non si ha tassazione e il deficit coincide con la spesa pubblica G. Per k uguale a uno, si ha un’uguaglianza tra spesa pubblica e tassazione e quindi il pareggio di bilancio. Si tratta del caso illustrato dal teorema di Haavelmo. Per k compreso tra zero e uno, il deficit di bilancio è uguale ad una quota k della spesa pubblica G. Possiamo naturalmente considerare esogeno il valore di k ed endogeno il valore di G. Ma possiamo anche rovesciare l’ipotesi con G esogeno e k endogeno.     

In definitiva, il modello prima presentato si trasforma nel modo seguente:

S(Y, r) = I(Y, r) + G(1-k)

BP [M(Y), X(Yw), MC(r)] = 0

Ms = L(Y, r)

Dato il reddito esogeno di piena occupazione, possiamo determinare il tasso di interesse che assicura l’equilibrio della bilancia dei pagamenti (politica monetaria). La prima equazione consente quindi di determinare il livello della spesa pubblica G o, alternativamente, il valore di k che consentono di raggiungere l’equilibrio tra risparmi e investimenti e il reddito di piena occupazione. La terza equazione determina la quantità di moneta endogena che deve essere creata per assicurare l’equilibrio tra domanda e offerta di moneta.

Abbiamo in definitiva un sistema di tre equazioni in tre incognite: il tasso di interesse r, la spesa pubblica G (o la tassazione k), l’offerta di moneta. Il loro valore di equilibrio corrisponde al reddito esogeno, fissato in corrispondenza alla piena occupazione dei fattori della produzione.  

Nel caso semplice di relazioni lineari con coefficienti unitari, possiamo scrivere la prima equazione riguardante il mercato reale nel modo seguente:

r = ½ G – ½ G k

per k = 1, cioè pareggio di bilancio, r = 0

per k = 0, cioè un deficit di bilancio pari a G, r = ½ G

per k compreso tra 0 e 1, ad esempio ½, si ha un deficit di bilancio pari a ½ G e un tasso di interesse r = ¼ G

 

 

Per quanto riguarda l’accoppiamento tra strumenti e obiettivi (vedi Mundell-Fleming) risulta che la politica fiscale viene impiegata per il raggiungimento dell’obiettivo riguardante il reddito di piena occupazione e la politica monetaria per il raggiungimento dell’equilibrio esterno relativo alla bilancia dei pagamenti.  

Naturalmente, il modello con spesa pubblica può essere rappresentato graficamente ponendo sull’asse delle ascisse il deficit del settore pubblico G(1-k) e sull’asse delle ordinate il tasso di interesse r. La combinazione tra G(1-k) e r che assicura l’equilibrio del mercato reale è positiva, con G endogeno e k esogeno, perché all’aumentare di r diminuiscono gli investimenti e quindi il risparmio. Di conseguenza, per assicurare il reddito di piena occupazione occorre aumentare il deficit del settore pubblico. Abbiamo poi la linea orizzontale del tasso di interesse che assicura l’equilibrio della bilancia dei pagamenti. L’incrocio tra le due funzioni determina il livello del deficit pubblico che consente di raggiungere il reddito di piena occupazione.

Con riferimento al deficit del settore pubblico indicato con G(1-k) sull’asse delle ascisse, possiamo assumere k, cioè la tassazione, come variabile endogena e G come variabile esogena. In questo caso, l’inclinazione della funzione che esprime la relazione tra r e k è negativa.   

  1. In conclusione, in base al modello presentato, si può affermare che la combinazione tra tassi di cambio fissi, come nel caso dei Paesi aderenti all’euro, e assenza di politiche fiscali dell’Unione Europea sia la combinazione peggiore per favorire la crescita del reddito e dell’occupazione.

Con il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) per la prima volta c’è una quota di spesa pubblica finanziata direttamente dall’Unione, e quindi vediamo quanto meno un tentativo di politica fiscale. Ma è ancora poco perchè molti Stati membri considerano il PNRR “un’eccezione” rispetto al Patto di Stabilità al quale si vorrebbe tornare fra uno o due anni.

Quindi, ha fatto bene il Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi ad affermare che le rigide regole fiscali del Patto di Stabilità dovranno essere riviste anche dopo la grave crisi pandemica che stiamo attraversando. Questa può essere la versione ottimistica delle politiche fiscali dell’Unione Europea del dopo pandemia.

Ma esiste anche la visione pessimistica. Per alcuni, l’eurozona ha delle crepe strutturali probabilmente irrisolvibili: la politica di bilancio è bloccata mentre i cambi fissi favoriscono la Germania. E’ vero che con la crisi pandemica è stata concessa la
possibilità di espandere il debito pubblico con la BCE che compra
titoli in grande quantità (Quantitative easing), ma una volta superata la crisi le cose potrebbero cambiare.

Ci sono poi le ultime verità sul Recovery Fund. Nell’ultima audizione in Parlamento, il Ministro dell’Economia delle Finanze, Daniele Franco, ha detto che i fondi, in realtà, sono pari a 196 miliardi di euro e non 209. Dei 196 miliardi, 127 sono prestiti (65%) che dobbiamo restituire e saranno erogati solo dopo l’approvazione dei progetti da parte della Commissione. Solo 69 miliardi sono risorse a fondo perduto (35%). Si tratta tuttavia di un valore lordo perché ad esso bisogna detrarre il contributo dell’Italia all’Unione Europea, pari a 50 miliardi di euro. Rimane pertanto un modesto saldo positivo di 19 miliardi di euro.

In definitiva, il Recovery Fund potrebbe essere insufficiente per rimettere in moto
una crescita robusta e sostenuta della nostra economia, soprattutto se verrà ripristinato
il Patto di Stabilità. Avranno ragione gli ottimisti o i pessimisti? Il tempo ce lo dirà.

 

*Docente di Politica economica e monetaria all’Unitelma dell’Università di Roma “La Sapienza”.

Ringrazio il Dott. Attilio Pasetto e il Dott. Stefano Sylos Labini per avere letto il contributo, con considerazioni di cui ho tenuto conto nel presente lavoro. Rimane totalmente mia la responsabilità dell’analisi compiuta. 

 

 

 

 

 

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Giovanni Scanagatta

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