SOVRANISTI ED EUROPEISTI: QUO VADIS EUROPA?

L’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale del 26 maggio per l’elezione del Parlamento Europeo rende utile qualche riflessione sulla natura dell’Unione Europea, sulla moneta unica, sulle politiche economiche e sulle diverse posizioni dei sovranisti e degli europeisti. Qualche cenno verrà fatto anche alla posizione del Magistero della Chiesa, riguardo al pensiero di Benedetto XVI e di Papa Francesco.

Il primo punto che si desidera accennare riguarda il metodo di realizzazione di un’Unione Economica e monetaria. Per la nascita del Mercato Comune Europeo (MEC) si è scelta la via funzionalista che consiste nel partire da un’iniziativa singola e circoscritta, nella convinzione che poi, innescando un processo, tutto il resto verrà di conseguenza. Il caso nostro è quello della Comunità del Carbone e dell’Acciaio (CECA) che ha preceduto la realizzazione del Mercato Comune Europeo con la firma dei Trattati di Roma nel 1957 tra sei Paesi europei: Germania, Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo.

La massima espressione del funzionalismo si è avuta con la creazione della moneta unica europea, avviata nel 1999 ed entrata in circolazione all’inizio del 2002. Ecco l’idea: creiamo prima la moneta unica e tutto il resto in termini di integrazione economica e finanziaria seguirà. Una visione certamente illuministica se si tiene conto delle forti differenze di partenza dei Paesi aderenti. Pensiamo solo a due indicatori dei sei Paesi che abbiamo prima indicato: il prodotto interno lordo (PIL) pro capite e l’incidenza del debito pubblico sul PIL. Per quanto riguarda il PIL pro capite, ai due estremi troviamo l’Italia con 33.929 euro e il Lussemburgo con 97.411 euro (dati 2017). All’interno di questo intervallo si collocano l’Olanda con 47.857 euro, la Germania con 44.821, la Francia con 43.600 e il Belgio con 41.339 euro. Gli estremi sono sempre occupati dal Lussemburgo e dall’Italia per quanto riguarda il rapporto tra debito pubblico e PIL: 19,3 e 131,2% rispettivamente. All’interno troviamo con la stessa graduatoria l’Olanda con il 59%, la Germania con il 65,7%, la Francia con il 96,1%, il Belgio con il 104,3%.

I livelli del funzionalismo sono quindi diversi: un conto è partire dall’unificazione dei mercati del carbone e dell’acciaio e un conto è partire da una moneta unica. I critici più forti di questa impostazione del funzionalismo sono i teorici delle aree monetarie ottimali. La moneta dovrebbe costituire l’obiettivo finale di un percorso che realizza prima l’integrazione economica e finanziaria tra i Paesi che vogliono costituire un’Unione.

Ma ammessa anche la logica del funzionalismo massimo partendo dalla moneta unica, era assolutamente necessario trarne le dovute conseguenze sul piano della politica monetaria e della politica fiscale. Con il Trattato di Maastricht si è invece dato origine ad un sistema “zoppo”, con una moneta e una politica monetaria unica condotta dalla Banca Centrale Europea (BCE) e politiche fiscali lasciate agli Stati aderenti, salvo l’imposizione di vincoli riguardanti il rapporto tra deficit pubblico e PIL e debito pubblico e PIL. Un sistema destinato a procedere in mezzo a grandi difficoltà perché la creazione di moneta è indissolubilmente legata, direttamente o indirettamente, alle finanze pubbliche. Facciamo un esempio. Nel caso di un singolo Paese, senza alcun vincolo, la Banca Centrale può creare moneta finanziando direttamente il deficit pubblico, oppure acquistando titoli emessi dallo Stato. La BCE ha dovuto fare alla fine la stessa cosa e acquistare titoli del debito pubblico e del debito privato di Paesi aderenti all’Unione, quando gli spread avevano raggiunto livelli insostenibili per la stabilità dell’euro (Quantitative easing). La mancanza di una politica fiscale comune ha determinato alla fine un condizionamento della politica monetaria della BCE con la creazione di base monetaria.

I problemi che sono stati indicati sono alla base delle diverse posizioni alle elezioni europee dei sovranisti e degli europeisti.

L’aspettativa è che il Parlamento europeo cominci ad acquistare rilevanza nel delineare le traiettorie future dell’Unione Europee, con una migliore distribuzione di poteri con il Consiglio d’Europa e con la Commissione.

Come ha affermato recentemente Lorenzo Ornaghi, “Il compito più arduo, per un’alleanza fra europeisti che disponga della maggioranza dei seggi, sarà quello di far nascere e crescere aspettative nuove, contribuendo a tirare fuori la realtà e la percezione dell’Unione europea dalle secche in cui sembra essersi arenata. Per l’alleanza fra sovranisti eventualmente vittoriosa, incombente risulterà invece l’impresa di incominciare a disegnare un’Unione europea minima meno severa o esigente nel disciplinare le singole economie o i comportamenti sociali”.

Sia Benedetto XVI che Papa Francesco hanno espresso parole accorate per dare un futuro all’Europa,  per non disperdere il grande patrimonio di storia, di cultura e di civiltà che può essere di guida per tutto il mondo. Benedetto XVI ricorda che il futuro di ogni società dipende sempre da minoranze creative e afferma che i cattolici dovrebbero assumere questa guida per impedire che l’Europa esca dalle grandi traiettorie della storia.    

 Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. Il suo compito coincide con la sua missione: l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante. Dio desidera abitare tra gli uomini, ma può farlo solo attraverso uomini e donne che, come i grandi evangelizzatori del continente, siano toccati da Lui e vivano il Vangelo, senza cercare altro. Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura del Vangelo alle radici dell’Europa. In questo, il cammino dei cristiani verso la piena unità è un grande segno dei tempi, ma anche l’esigenza urgente di rispondere all’appello del Signore «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).

Illuminanti sono le parole di Papa Francesco pronunciate in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno il 6 maggio 2016. “Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia». Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia”.

Giovanni Scanagatta

Roma, 20 maggio 2019

 

 

 

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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