SALARI E GLOBALIZZAZIONE: IL PENSIERO SOCIALE DELLA CHIESA

E’ sotto gli occhi di tutti che con la globalizzazione si sono ridotti i salari nei Paesi con redditi pro capite elevati e sono invece aumentati nei Paesi con redditi pro capite bassi.  Abbiamo assistito quindi ad una convergenza come effetto della globalizzazione e della libertà di movimento dei beni, dei servizi e dei fattori della produzione. I teoremi di economia hanno spiegato questo fenomeno del livellamento delle remunerazioni dei fattori della produzione, senza tuttavia illustrare le modalità di convergenza dei salari a livello mondiale.

Dobbiamo per questo ricordare il famoso teorema di P. Samuelson del 1948 in cui si dimostra che in caso di perfetta mobilità dei beni e di totale immobilità dei fattori della produzione si ha, sotto particolari ipotesi del progresso tecnico e del mercato di libera concorrenza, il livellamento delle remunerazioni dei fattori della produzione. Con la globalizzazione assistiamo non solo al libero movimento dei beni e dei servizi ma anche quello dei fattori della produzione, e quindi il livellamento assume ancora maggiore forza. E’ un punto quest’ultimo particolarmente messo in evidenza dal nostro economista padovano Marco Fanno.

Per quanto riguarda le modalità di convergenza dei salari a livello mondiale possiamo fare tre ipotesi: i salari dei Paesi con redditi pro capite bassi convergono totalmente verso quelli dei Paesi con redditi pro capite bassi; i salari dei Paesi con redditi pro capite alti convergono totalmente verso quelli dei Paesi con redditi pro capite bassi; i salari dei due gruppi di Paesi convergono verso un livello intermedio. Naturalmente nelle diverse ipotesi assistiamo ad una modificazione della distribuzione dei redditi tra i fattori della produzione che influisce sui tassi di crescita del reddito e dell’occupazione dei Paesi ad alti e a bassi redditi pro capite.

Con la globalizzazione le imprese tendono, a parità di altre circostanze, a spostarsi verso i Paesi con salari più bassi, che gradualmente cominceranno a crescere contribuendo a migliorare le condizioni di vita dei Paesi con redditi pro capite bassi. Il contrario succede nei Paesi con redditi pro capite elevati, con una caduta dei salari e uno spostamento della distribuzione dei redditi tra i fattori della produzione a favore dei profitti. In queste condizioni, diminuiscono i costi medi di produzione e quindi, a parità di profitti, si assiste ad una caduta tendenziale dei prezzi.

Con la caduta dei salari nei Paesi con redditi pro capite elevati, diventa conveniente per le imprese ritornare a produrre nei paesi di origine, tenuto anche conto delle migliori condizioni generali di produzione e del più elevato livello di istruzione e di formazione nei Paesi ricchi. Quest’ultimo fattore diventa molto importante in presenza di una forte accelerazione del processo tecnico come sta avvenendo attualmente. Pensiamo ad Industria 4.0.

Le considerazioni che abbiamo svolto sopra ci fanno capire perché Amazon che opera in Italia con due stabilimenti paga i propri operai poco più di 8 euro all’ora, in presenza di processi produttivi molto automatizzati e robotizzati. Fenomeni subito imitati a livello nazionale se si pensa che molte cooperative della grande distribuzione pagano i dipendenti 6 euro lordi all’ora.

Facendo un semplice calcolo, si vede che un operaio di Amazon che lavora tutto l’anno percepisce un reddito lordo di circa 16 mila euro, cioè 8 mila euro netti all’anno e 700 euro al mese. Questo reddito netto annuo corrisponde al reddito pro capite dei Paesi poveri. Siamo ad un livello simile al reddito pro capite dell’India.

Il quadro sopra illustrato ci dice che con la globalizzazione si è assistito ad una modifica della distribuzione del reddito tra salari e profitti, a favore dei secondi. Poiché i percettori di salari e di profitti hanno una diversa propensione al consumo (alta per i salari e bassa per il profitti), cio’ porta, sulla base del moltiplicatore keynesiano degli investimenti, ad una minore crescita del reddito e dell’occupazione. Ciò, per la verità, era stato previsto già prima di Keynes dal grande economista polacco Kalecki.

In sostanza, come sostiene Pietro Onida, rappresentante assieme a Gino Zappa della nostra gloriosa scuola di economia aziendale, la ricchezza si accresce non difendendola ma diffondendola.

La Chiesa, con il suo alto pensiero sociale, si è sempre battuta per un salario giusto che deve consentire alla persona di vivere dignitosamente assieme alla sua famiglia. Come afferma Papa Francesco, “Non c’è peggiore povertà di quella che non permette di guadagnarsi il pane e che priva della dignità del lavoro”.

Il concetto di giusto salario si trova già in Aristotele (Politica, Etica Nicomachea) che si è poi trasmesso nel pensiero aristotelico-tomistico e in quello sociale del Medioevo. Come si legge nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa del 2004, tutte le Encicliche sono permeate da questi concetti del giusto salario, del giusto prezzo e del giusto tasso di interesse, a partire dalla Rerum novarum del 1891 di Leone XIII. E’ la centralità della persona che deve essere assolutamente preservata, garantendo a chi lavora un salario che gli consenta di vivere dignitosamente e di mantenere la sua famiglia. Sono valori che troviamo puntualmente nella nostra Costituzione dove si afferma che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 26 ottobre 2019         

              

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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