RETAGGI DEL COLONIALISMO: IL CASO DEL SENEGAL

Il colonialismo non termina con l’indipendenza politica ma con l’indipendenza economica. Lo dimostra chiaramente il caso di quattordici Paesi africani che fanno parte dell’area monetaria del Franco CFA, sotto il rigido controllo della Francia. E’ un sistema creato alla fine del 1945, subito dopo gli Accordi di Bretton Woods del luglio del 1944.

I Quattordici Paesi, che rappresentano quasi un terzo del numero dei Paesi africani, hanno attualmente una moneta convertibile ad un tasso di cambio fisso, ma aggiustabile, con l’euro. E ciò a partire dal 1999 con l’avvio della moneta unica europea a cui partecipa la Francia.

Attualmente il tasso di cambio del Franco CFA con l’euro è di 656 e l’ultima svalutazione risale addirittura al 1994 pari al 50%. Il pratica, questi quattordici Paesi africani hanno la stessa moneta, l’euro, che hanno i Paesi dell’Unione Europea con un reddito pro capite che è in media dieci volte quello del Senegal, uno dei Paesi economicamente più dinamici del gruppo dei quattordici.

A garanzia della convertibilità del Franco CFA, la Banca di Francia si appropria attualmente del 50% delle riserve valutarie dei quattordici Paesi africani, in oro, valute convertibili, Diritti Speciali di Prelievo (DSP), posizioni creditorie sul FMI. In precedenza, tale percentuale era stata ancora più alta.

Questo sistema rappresenta una pesante catena che condiziona le possibilità di crescita di questi Paesi, mantenendoli in una sostanziale situazione di deflazione e di difficoltà di sviluppo delle esportazioni, soprattutto agricole, del reddito e dell’occupazione.

La Francia applica nei confronti di questi quattordici Paesi Africani una delle due regole fondamentali applicate dall’antica Roma per il controllo dei popoli conquistati: la moneta e le tasse.

Luigi Einaudi riassume tutta questa realtà storica in una frase di grande efficacia: “La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica”.

Nella presente scheda si illustra la situazione economica e finanziaria del Senegal, uno dei quattordici Paesi africani che fanno parte dell’area monetaria del Franco CFA. Abbiamo scelto appositamente questo Paese che è quello che ha mostrato un sensibile dinamismo economico negli ultimi quindici anni, pur soggiogato dal pesante vincolo della moneta a cambio fisso di cui si è parlato.

Il Senegal ha attualmente circa 15 milioni di abitanti, con una crescita del 43% rispetto al 2001. Nello stesso periodo, il reddito pro capite è cresciuto ad una velocità superiore, pari al 71%. Quindi, un aumento della produttività molto sensibile, pur con i vincoli molto stretti del tasso di cambio.

Nel 2017 il tasso di crescita dell’economia senegalese è stato del 7% in termini reali, rispetto al 6% del 2001.

Il tasso di cambio fisso rispetto all’euro mantiene il Paese in situazione di deflazione. L’inflazione al consumo è stata infatti nel 2017 del 2,1%, rispetto al 3,3 del 2001. Quindi percentuali simili a quelle che registrano i Paesi dell’Unione Europea che adottano l’euro.

Le riserve valutarie ufficiali ammontavano a 2,2 miliardi di dollari alla fine del 2016, rispetto a 820 milioni alla fine del 2004. Il debito pubblico sul prodotto interno lordo (PIL) incideva per il 55,2% nel 2004 e sale al 61,3% nel 2017. Quindi valori in linea con i vincoli fiscali del Trattato di Maastricht riguardanti il debito pubblico. Ma stiamo parlando di un Paese africano.

Vediamo ora i dati riguardanti gli scambi con l’estero che sono un segno evidente di un Paese tenuto in deflazione attraverso un sistema di cambi fissi. Le esportazioni ammontavano ad 1 miliardo di dollari nel 2002 e salgono a 2,55 nel 2017. Le importazioni salgono invece da 1,3 miliardi di dollari nel 2002 a 4,23 miliardi nel 2017. Un disavanzo commerciale che aumenta pertanto in quindici anni da 300 milioni di dollari a 2,68 miliardi.

Dalle nostre valutazioni, per equilibrare la bilancia commerciale del Senegal, il tasso di cambio del Franco CFA dovrebbe salire da 656 a 1312 rispetto all’euro, nell’ipotesi della validità delle condizioni critiche di Marshall-Lerner per il riequilibrio dei conti con l’estero. E cioè che la somma delle elasticità delle esportazioni e delle importazioni rispetto al tasso di cambio sia superiore ad uno. 

 

 

 

Il Senegal ha raggiunto un tasso di crescita del 6,8% nel 2017 rispetto al 5,7 del 2001. La crescita è in parte significativa legata alla buona performance dell’agricoltura grazie all’aumento della produttività.

 L’economia del Senegal è trainata da attività minerarie, costruzioni, turismo, pesca e agricoltura, che sono le principali fonti di occupazione nelle aree rurali. Le principali industrie di esportazione del paese comprendono l’estrazione di fosfati, la produzione di fertilizzanti, i prodotti agricoli e la pesca e si sta ora lavorando a progetti di esplorazione petrolifera.

Il Senegal ha tutte le caratteristiche, per stabilità e sicurezza, di diventare un Paese la cui economia viene fortemente trainata dalle esportazioni, con un ulteriore aumento del reddito, dell’occupazione e delle condizioni di vita. Ma per raggiungere l’obiettivo occorre sciogliere il laccio al collo del tasso di cambio, fissando un livello del Franco CFA con l’euro coerente con l’obiettivo della crescita e dell’occupazione.

L’evidenza empirica mostra che il rapporto tra le esportazioni del Senegal e il PIL (parità dei poteri d’acquisto) non ha mai superato il 10% tra il 2001 e il 2017. Il punto più alto si registra nel 2013 con il 9,7%, per poi precipitare al valore minimo del periodo pari al 5,9% nel 2017. Se nel 2017 si fosse mantenuto lo stesso rapporto delle esportazioni rispetto al PIL del 2013, il valore delle esportazioni avrebbe raggiunto 4,2 miliardi di dollari, cioè 1,65 miliardi in più. Ciò avrebbe significato un PIL maggiore del 3,80%, non considerando gli effetti moltiplicativi delle esportazioni rispetto al reddito.

Si stima che la maggiore occupazione generata dalle superiori esportazioni di 1,65 miliardi di dollari raggiunge quasi le 600 mila persone. Un prezzo troppo elevato per un’economia in via di sviluppo come quella del Senegal, pari al 4% della sua popolazione complessiva. Si tratta certamente di una stima minimale perché un’economia dinamica come quella del Senegal potrebbe raggiungere sicuramente una quota doppia di esportazioni rispetto al PIL, ciò il 20%, con effetti straordinariamente positivi sulla crescita del reddito, sull’occupazione e sui livelli di vita. Ma per questo occorre superare la mentalità colonialista che ancora resiste in non pochi Paesi, contro ogni senso di giustizia e di solidarietà.

Giovanni Scanagatta

 

Roma, 4 marzo 2019     

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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