REDDITO DI CITTADINANZA ED ECONOMIA SOMMERSA

Da un primo bilancio delle domande sul reddito di cittadinanza appare un numero inferiore alle attese. A meno di sensibili ritardi nella presentazione, ci sarà pertanto un numero di beneficiari inferiore ai 4-5 milioni previsti. Ci dovrebbe pertanto essere un significativo risparmio di spesa e questo risultato non costituisce certamente una cattiva notizia.

Dai dati disponibili risulta che il Sud e le Isole rappresentano il 56% delle richieste. Il 23% arriva dal Nord e il 21% dalle Regioni del Centro.

Dalla distribuzione per età emerge la netta prevalenza dei richiedenti fra 30 e 67 anni, che rappresentano l’83% del totale. Sono invece in netta minoranza i giovani sotto i 30 anni: 7%. La scarsa incidenza dei giovani si spiega con il fatto che più spesso sono inseriti nel nucleo familiare dei genitori. I soggetti con più di 67 anni, che hanno chiesto di accedere alla pensione di cittadinanza, sono il 10%. Questi richiedenti sono esclusi dal percorso di inserimento lavorativo, obbligatorio invece per i beneficiari del sussidio maggiorenni che non siano già occupati o impegnati in un corso di studio di formazione.

Se i dati futuri dovessero confermare le tendenze iniziali, bisogna domandarsi sulle possibili cause di questo risultato.

Si ritiene che una causa importante del contenuto accesso al reddito di cittadinanza, se i dati verranno confermati, sia rappresentata dalla forte incidenza dell’economia sommersa nel nostro Paese. La stima dell’economia sommersa viene collocata intorno ad un terzo del nostro prodotto interno lordo (PIL), cioè 530 miliardi di euro. A questa stima va aggiunta quella relativa all’economia criminale, superiore ai 250 miliardi di euro.

Dalle stime risulta pertanto che l’economia sommersa pesa mediamente nel nostro sistema per circa 9 mila euro pro capite, con un innalzamento a 41 mila euro del reddito medio effettivo per persona.

La nostra ipotesi è che provvedimenti come il reddito di cittadinanza funzionano poco quando l’economia sommersa ha un forte peso come nel caso del nostro Paese. Sono strumenti che funzionano solo quando si ha una bassa incidenza dell’economia sommersa sul reddito.

Il calcolo che facciamo è questo. Il reddito di cittadinanza è al massimo di 780 euro al mese e per ottenerlo occorrono requisiti molto rigidi e ci saranno sanzioni pesanti nel caso che dai controlli emergano irregolarità. Se chi ha potenzialmente diritto al reddito di cittadinanza e fa come minimo 1000 euro al mese di sommerso, non ha alcun vantaggio a fare domanda perché ci perderebbe ad abbandonare il sommerso. Sarebbe infatti troppo rischioso percepire il reddito di cittadinanza e contemporaneamente continuare a fare il sommerso. Pertanto un paese come il nostro in cui l’economia sommersa pesa molto, per fare funzionare largamente il reddito di cittadinanza occorrerebbe fissare il reddito mensile di cittadinanza ad un livello elevato e incompatibile con i vincoli di finanza pubblica.

C’è poi un altro problema che riguarda la stima della spesa per il reddito di cittadinanza. Si va da una stima minima di 15 miliardi di euro ad una massima dell’INPS di circa 40 miliardi di euro.

Ma il punto fondamentale è che si ritiene che, sul piano della politica economica, il reddito di cittadinanza sia sbagliato perché bisognava prima risolvere la questione dell’economia sommersa e dell’evasione fiscale. Se si voleva agire subito per affrontare il problema della povertà bisognava scegliere strumenti diversi.

Come è noto, la pressione fiscale in Italia è molto alta: 42,5% nel 2017. Pertanto una perdita di gettito sull’economia sommersa di 225 miliardi di euro. Se tutti pagassero le tasse, la pressione fiscale potrebbe scendere al 32%, a parità di gettito. Dovremmo pertanto abbassare la pressione fiscale a questo livello per fare pagare meno tasse a quelli che già le pagano e farle pagare a quelli che non le pagano affatto. E cio’ senza contare gli effetti positivi che avremmo sulla crescita del reddito conseguenti ad una tassazione minore. Ci sarebbero cioè più risparmi, più investimenti, maggiore crescita e più occupazione. Sarebbero allievati anche i problemi di finanza pubblica con riferimento al rapporto deficit/PIL e al rapporto debito/PIL.

Una pressione fiscale intorno al 30% appare coerente con le previsioni della curva di Laffer riguardante la relazione tra pressione fiscale e gettito fiscale. Secondo questa teoria, il gettito fiscale cresce fino a raggiungere il massimo intorno ad una pressione del 30%. Comincia poi a decrescere fino ad annullarsi con una pressione fiscale pari al 100%.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 22 aprile 2019     

 

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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