Quo vadis euro?

Negli ultimi tempi il dollaro si è apprezzato in modo consistente rispetto all’euro. In poco più di un mese, il cambio è sceso da 1,23 dollari per euro a 1,17, con una diminuzione di circa il 5%. Ci sono alcuni che prevedono una discesa a 1,15, con una perdita della moneta europea del 6,5%.

L’altro elemento da mettere in evidenza riguarda l’eccezionale aumento del prezzo del petrolio. Le quotazioni sono ormai stabilmente sopra i 79 dollari al barile, contro gli appena 26 del febbraio 2016.

Una situazione questa non in linea con l’evidenza empirica del passato in cui le quotazioni in dollari delle materie prime minerarie si muovevano in senso inverso rispetto al cambio della moneta americana. Pertanto chi investe in varie modalità nella materia prima petrolio guadagna sia sul prezzo che sul cambio. A determinare questa situazione concorrono diversi fattori geopolitici di instabilità a livello mondiale, tra cui le possibili sanzioni all’Iran e il disastro economico del Venezuela.

Ma torniamo all’euro. Il minimo storico è stato toccato nel 2001 con 0,83 dollari per euro, mentre il massimo è stato raggiunto nel 2008, in piena crisi finanziaria con epicentro negli Stati Uniti, con un cambio di 1,60 dollari per euro. È utile ricordare che, ai fini contabili e finanziari, l’euro è nato il 1° gennaio 1999 con la fissazione di cambi irrevocabilmente fissi tra le monete entrate a far parte della moneta unica europea. La circolazione effettiva dell’euro è iniziata invece il 1° gennaio 2002.  

C’è chi sostiene che la debolezza dell’euro è dovuta all’incertezza politica ed economica dell’Italia. Si tratta di una interpretazione da tenere in seria considerazione perché l’Italia è in Europa la seconda potenza industriale dopo la Germania e perché i suoi parametri fiscali (deficit pubblico/Pil e debito pubblico/Pil) sono seguiti con grande attenzione dai mercati finanziari. Ne è prova l’aumento dello spread tra i rendimenti dei titoli decennali del debito pubblico italiano e quelli tedeschi che in questi giorni si è avvicinato ai 200 punti base. Il punto più rischioso riguarda l’elevato rapporto tra debito pubblico e Pil dell’Italia, con effetti pesanti sul bilancio pubblico italiano quando crescono i costi per interessi dovuti all’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato. Un aumento di un punto percentuale degli interessi sui titoli del debito pubblico italiano determina un peggioramento del bilancio superiore ai 23 miliardi di euro.       

L’apprezzamento del dollaro rispetto all’euro favorisce le nostre esportazioni nette che danno un forte contributo alla crescita del reddito e dell’occupazione. Anche il contributo della domanda interna per consumi e investimenti alla crescita del reddito e dell’occupazione dovrebbe migliorare, per l’effetto congiunto del moltiplicatore e dell’acceleratore. Un’ulteriore spinta dovrebbero subire anche i flussi turistici dall’estero, per l’effetto positivo del cambio del dollaro. Sono inoltre favoriti gli investimenti diretti esteri in entrata.

L’incognita è costituita dalla reazione degli Stati Uniti d’America, ricordando che il Presidente Donald Trump ha già accusato l’Europa di dumping valutario quando il cambio dell’euro era sceso vicino alla parità con il dollaro. Potrebbe rafforzarsi la volontà americana di confermare i dazi all’importazione sull’acciaio e l’alluminio nei confronti dell’Europa, aumentando le spinte verso la guerra commerciale e il rifiuto di una visione multilaterale degli scambi a favore del bilateralismo.  

L’alto prezzo del petrolio, combinato con un deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro, accresce l’inflazione importata nell’Unione Europea. Ciò dovrebbe spingerci al di fuori dell’area deflazionistica in cui siamo impantanati da più anni. E come sappiamo un po’ di inflazione fa bene alla domanda di beni di consumo e di beni di investimento e a chi, come l’Italia, ha un elevato debito pubblico. Ai fini della determinazione del tasso di inflazione agiscono i costi delle materie prime importate, come avverrebbe se i salari fossero sensibilmente aumentati rispetto alla produttività. Dovrebbe essere questa la via per uscire definitivamente dall’area della deflazione, visti anche gli insuccessi di uscirvi attraverso l’abbondante creazione di moneta. L’incertezza crea infatti un aumento della preferenza per la liquidità e una riduzione della velocità di circolazione della moneta.

 

Giovanni Scanagatta

Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID)

Roma, 28 maggio 2018

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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