PREZZI INTERNAZIONALI DELLE MATERIE PRIME, TASSI DI INTERESSE E TASSI DI CAMBIO

La lunga crisi che è iniziata nel 2007-2008 e durata quasi un decennio, ha messo in evidenza due fenomeni molto importanti: primo, la finanziarizzazione dei mercati internazionali delle materie prime; secondo, la comparsa del fenomeno delle bolle speculative nei mercati internazionali delle materie prime. I due fenomeni sono strettamente legati tra di loro, come mostra l’andamento dei prezzi internazionali delle materie prime agrarie che sono saliti moltissimo prima della crisi per poi precipitare successivamente.

La finanziarizzazione dei mercati internazionali delle materie prime si spiega con il fatto che ora non si tratta più come un tempo di mercati separati, ma intimamente connessi con tutte le altre scelte di investimento nelle diverse forme, da quelle più rischiose a quelle meno rischiose.

Si tratta quindi, con la globalizzazione, di scelte di portafoglio completamente aperte: moneta, depositi bancari a vista, obbligazioni, azioni, immobili, materie prime. Tali scelte presentano diverse combinazioni tra rendimento e rischio e possono essere analizzate sulla base delle seguenti caratteristiche dei diversi strumenti finanziari: costo, commerciabilità, certezza del valore nominale, certezza del valore reale, certezza del rendimento. La moneta presenta bassi costi, alta commerciabilità, certezza del valore nominale, incertezza del valore reale, certezza del rendimento. Un discorso analogo vale per i depositi bancari a vista. L’investimento in obbligazioni presenta costi e commerciabilità di valore medio, incertezza media del valore nominale e di quello reale, incertezza media del rendimento. Le azioni sono caratterizzate rispetto alle obbligazioni da maggiori costi e minore commerciabilità, da incertezza del valore nominale, da certezza del valore reale, da incertezza del rendimento. Gli immobili presentano costi elevati, commerciabilità bassa in rapporto alle altre forme di investimento, incertezza del valore nominale, certezza del valore reale, incertezza del rendimento. L’investimento in materie prime è caratterizzato da costi sopra la media, da buona commerciabilità, da incertezza del valore nominale, da certezza del valore reale, da incertezza del rendimento.

La composizione del portafoglio di queste diverse forme di investimento, con differenti relazioni tra rendimento e rischio, varia in funzione della propensione al rischio degli investitori (amanti del rischio, avversi al rischio, tuffatori).

L’aspetto importante che qui si vuole mettere in evidenza riguarda il fatto che nelle scelte di portafoglio degli investitori internazionali rientrano anche le materie prime, al pari di tutte le altre forme di investimento che presentano diverse combinazione tra rendimento e rischio. Non ci sono pertanto, come un tempo, solo gli investitori commerciali di materie prime che ne fanno uso per la loro specifica attività, ma anche gli investitori finanziari, gli arbitraggisti e gli speculatori.

Le operazioni sui mercati internazionali delle materie prime avvengono sia a pronti che soprattutto a termine. In quest’ultimo caso, viene oggi fissato il prezzo a cui verranno scambiate alla scadenza di determinati periodi di tempo (un mese, due mesi, tre mesi, sei, mesi, dodici mesi e oltre) le materie prime oggetto del contratto. Esistono delle relazioni tra le quotazioni a pronti e quelle a termine delle materie prime quotate sui mercati internazionali che dipendono, tra l’altro, dai tassi di interesse e dalle attese sugli andamenti futuri dei prezzi.

La variabilità dei prezzi sui mercati internazionali delle materie prime può essere molto elevata per l’azione combinata degli investitori commerciali, di quelli finanziari, degli arbitraggisti e degli speculatori. Come si è accennato all’inizio, questa variabilità è stata molto elevata prima e dopo la crisi del 2007- 2008, con delle vere e proprie bolle speculative. I danni maggiori si sono scaricati sui Paesi produttori di materie prime che sono prevalentemente Paesi in via di sviluppo e Paesi poveri. Esistono stime sui milioni di nuovi poveri provocati da queste bolle speculative sui mercati internazionali delle materie prime, soprattutto agrarie, in conseguenza della finanziarizzazione di cui si è parlato.

Le analisi per essere proficue devono distinguere da una parte tra materie prime agrarie e materie prime minerarie e dall’altra tra il breve periodo e il lungo periodo.

Nel breve periodo i prezzi delle materie prime tendono ad essere governati dalla domanda e dall’offerta, mentre nel lungo periodo prevalgono i costi di produzione. In linea generale, ciò vale sia per le materie prime agrarie che per quelle minerarie, ma con alcune importanti precisazioni. L’offerta nel casso dei prodotti agrari può variare moltissimo nel breve periodo a causa delle influenze stagionali che possono imprimere forti oscillazioni alle produzioni. Nel caso invece dei prodotti minerari la produzione varia poco nel breve periodo per cui l’offerta può venire identificata con la sola variazione delle scorte. L’offerta è invece molto importante nel lungo periodo per gli effetti strutturali che essa può esercitare sulle tendenze dei prezzi e sulle ragioni di scambio. Pensiamo al caso del petrolio in cui l’offerta è governata da un cartello di Paesi produttori riuniti nell’OPEC. La stessa cosa non avviene, o non nella stessa misura, nel caso delle materie prime agrarie, anche se occorre distinguere all’interno dei diversi tipi di prodotti.

Le produzioni agrarie sono polverizzate e disperse in un numero molto elevato di Paesi, quasi sempre poveri. La FAO stima che nel mondo i piccoli imprenditori agricoli sono circa due miliardi, pari quasi ad un terzo della popolazione mondiale. Sempre secondo la FAO, non potremo risolvere il grave problema della fame nel mondo se non aiuteremo questi due miliardi di piccoli imprenditori agricoli. Si tratta, in generale, di un nuovo modello di sviluppo in cui l’agricoltura dovrà avere un ruolo strategico, come più volte anticipato con larga visione da Papa Benedetto XVI.

I risultati delle verifiche empiriche disponibili mostrano che il comportamento dei prezzi internazionali delle materie prime agrarie è cambiato molto a partire dagli anni settanta, con punte di grande criticità prima e dopo la crisi del 2007-2008. I livelli nominali dei prezzi e il loro grado di instabilità sono fortemente aumentati rispetto agli anni sessanta. Le variabili che mostrano la maggiore significatività nella spiegazione di questo mutamento sono il livello mondiale dell’attività economica, il tasso di cambio del dollaro rispetto alle monete dei paesi industrializzati, il tasso di interesse, la disponibilità di credito e gli effetti della finanza, gli shocks dal lato dell’offerta delle materie prime agrarie.

Quello della instabilità, con i conseguenti effetti negativi sulle condizioni di vita dei Paesi poveri, è uno degli elementi sicuri che emergono dalle verifiche empiriche sulle determinanti dei prezzi internazionali delle materie prime, soprattutto agrarie ma anche minerarie. Con riferimento a queste ultime, si pensi che qualche tempo fa il prezzo del petrolio aveva superato i 100 dollari al barile, rispetto agli attuali 50. E’ evidente che questa fortissima variabilità ha effetti enormi sulle economie dei Paesi produttori di petrolio, come ad esempio la Russia le cui esportazioni sono rappresentate per circa il 60% da petrolio e gas. Nel caso specifico della Russia, è interessante notare una forte correlazione inversa tra la dinamica dei prezzi internazionali del petrolio e quella del tasso di cambio del rublo.

Accanto al problema dell’instabilità, occorre mettere in evidenza la variabile fondamentale che influenza le variazioni dei prezzi internazionali delle materie prime. Si tratta della dinamica della produzione industriale dei sette Paesi maggiormente industrializzati, come indice dell’attività economica e della domanda.

La spiegazione della dinamica dei prezzi internazionali delle materie prime attraverso gli effetti delle politiche monetarie restrittive o espansive sul livello dell’attività economica dei Paesi industrializzati coinvolge il tasso di interesse. Politiche monetarie restrittive provocano un rialzo dei tassi di interesse, una caduta dell’attività economica e della domanda internazionale con effetti negativi sui prezzi delle materie prime. Tali effetti negativi vengono accentuati dalla riduzione del livello desiderato delle scorte causata dall’aumento del costo del credito e dalla riduzione della sua disponibilità. Questa spiegazione si affianca a quella che vede nella sostituibilità tra materie prime e attività finanziarie (finanziarizzazione dei mercati internazionali delle materie prime) attraverso il meccanismo del tasso di interesse la causa del movimento dei prezzi delle materie prime. Aumenti del tasso di interesse deprimono la domanda di materie prime degli speculatori che trovano più vantaggioso investire in attività finanziarie. I prezzi delle materie prime cadono. In caso contrario, le preferenze degli speculatori si dirigono verso le materie prime facendone aumentare i prezzi.

Ma i tassi di interesse sulle attività finanziarie hanno effetti anche sui tassi di cambio, facendoli apprezzare quando aumentano e deprezzare quando scendono. Tale meccanismo acquista particolare significato per il dollaro, per la sua funzione di mezzo di riserva e di intermediario negli scambi internazionali, soprattutto riguardo alle materie prime. Tassi di interesse crescenti sul dollaro deprimono la domanda di materie prime, fanno apprezzare la moneta americana e fanno diminuire i prezzi delle materie prime. In caso di diminuzione dei tassi di interesse, il dollaro si deprezza e i prezzi delle materie prime aumentano. L’influenza del tasso di interesse e del tasso di cambio sui prezzi internazionali delle materie dovrebbe pertanto essere dello stesso segno. L’evidenza empirica si muove in questo modo nel lungo periodo, con riferimento sia alle variazioni dei prezzi internazionali delle materie prime agrarie sia a quelle delle materie prime minerarie.

L’analisi sopra indicata, ci porta immediatamente all’attuale dibattito sulla politica monetaria americana tra il Presidente Trump e la Federal Reserve. Come è noto, la Federal Reserve è orientata per una politica monetaria restrittiva, con un rialzo dei tassi di interesse americani. L’attesa nel 2019 è di ben quattro successivi rialzi. Il Presidente Trump ritiene profondamente sbagliata questa politica essendo il dollaro già molto forte con un contenuto tasso di inflazione, attualmente poco al di sopra del 2% in ragione annua. Un dollaro ancora più forte, a causa di una politica monetaria restrittiva da parte della Federal Reserve, avvantaggerebbe ulteriormente i grandi esportatori verso gli Stati Uniti d’America come la Cina e l’Unione Europea, con in testa la Germania. Non dobbiamo dimenticare che la Germania presenta un avanzo commerciale della bilancia dei pagamenti non lontano dal 10% del prodotto interno lordo (PIL), rispetto al 6% massimo consentito dall’Unione Europea. Un dollaro ancora più forte rispetto all’euro (attualmente intorno a 1,13 dollari per euro) costituirebbe un ulteriore spinta alle esportazioni tedesche, a parità di altre condizioni.  

Un’ultima osservazione di carattere economico e finanziario riguarda gli effetti del grande sviluppo del mercato dei “futuri” delle materie prime sulla variabilità dei prezzi. In questo campo i risultati empirici sono ancora incerti, per cui appaiono necessarie nuove e più approfondite ricerche. La comprensione dei meccanismi di formazione e di variazione dei prezzi dei “futuri” e quindi la valutazione del peso delle varie componenti (copertura commerciale, componente finanziaria, speculazione, arbitraggio) diventano sempre più indispensabili per definire il ruolo stabilizzante o destabilizzante di questi mercati, soprattutto con riferimento alle materie prime agrarie. Si tratta del problema presentato in apertura della presente scheda, riguardante gli effetti della finanziarizzazione dei mercati internazionali delle materie e delle bolle speculative.

Terminiamo questa scheda con alcuni riferimenti alla Dottrina Sociale della Chiesa riguardanti il tema qui trattato. Il pensiero sociale della Chiesa contiene diverse valutazioni sui mercati internazionali delle materie prime, soprattutto agrarie, per gli effetti che questi hanno soprattutto sulle condizioni di vita dei Paesi più poveri attraverso le alterne dinamiche dei prezzi e la loro forte variabilità. Come si è già detto, questa forte variabilità è causa di impoverimento di milioni di contadini e di piccoli imprenditori agricoli che vivono nei Paesi in via di sviluppo.

Una realtà in stridente contrasto con i grandi principi della Dottrina Sociale della Chiesa (sviluppo, solidarietà, sussidiarietà, destinazione universale dei beni, bene comune), rispetto alla quale i Pontefici non hanno mai cessato di levare in modo forte la loro voce illuminata dalla Fede, a partire dalla Rerum novarum del 1891di Leone XIII. Un pensiero sociale che si è snodato nel tempo con grande continuità e fedeltà ai principi di fondo che hanno sempre caratterizzato il pensiero sociale della Chiesa. Ricordiamo la Quadragesimo anno del 1931 di Pio XI, i radiomessaggi di Pio XII, la Pacem in terris del 1963 di Giovanni XXIII, la Populorum progressio del 1967 di Paolo VI, le tre Encicliche sociali di Giovanni Paolo II ( Laborem exercens, 1981; Sollicitudo rei socialis, 1987; Centesimus annus, 1991), la Caritas in veritate del 2009 di Benedetto XVI, la Laudato sì del 2015 di Papa Francesco.

Illuminati sono le parole di Giovanni XXIII nell’Enciclica sociale Pacem in terris del 1963. La questione sociale si sta universalizzando e coinvolge tutti i Paesi: accanto alla questione operaia e alla rivoluzione industriale, si delineano i problemi dell’agricoltura, delle aree in via di sviluppo, dell’incremento demografico e quelli relativi alla necessità di una cooperazione economica mondiale. Le disuguaglianze, in precedenza avvertite all’interno delle Nazioni, appaiono a livello internazionale e fanno emergere con sempre maggiore chiarezza la situazione drammatica in cui si trova il Terzo Mondo.   

Paolo VI, ora Santo, nella Populorum progressio del 1967 afferma che “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace” e la condizione per fare uscire dalla povertà moltitudini immense di persone che sono nostri fratelli secondo l’insegnamento evangelico.

Con l’Enciclica Sollicitudo rei socialis, Giovanni Paolo II celebra il ventesimo anniversario della Populorum progressio e affronta nuovamente il tema dello sviluppo lungo due direttrici: “da una parte, la situazione drammatica del mondo contemporaneo, sotto il profilo dello sviluppo mancato del Terzo Mondo, e dall’altra, il senso, le condizioni e le esigenze di uno sviluppo degno dell’uomo”. L’Enciclica introduce la differenza tra crescita e sviluppo e afferma che “il vero sviluppo non può limitarsi alla moltiplicazione dei beni e dei servizi, cioè a ciò che si possiede, ma deve contribuire alla pienezza dell’”essere” dell’uomo. In questo modo, s’intende far valere con chiarezza la natura morale e etica del vero sviluppo.

 

Giovanni Scanagatta

Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID)

 

Roma, 24 dicembre 2018

 

 

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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