PERCHE’ L’ITALIA NON CRESCE?

Sono vent’anni che il nostro Paese mostra tassi di crescita del reddito poco al di sopra dello zero. Secondo alcuni siamo entrati in un’epoca di stagnazione secolare.

Ma perché l’Italia cresce così poco e mostra tassi di disoccupazione strutturalmente più elevati rispetto agli altri Paesi industrialmente avanzati?

Dobbiamo partire dalle cause fondamentali dello sviluppo economico. Si tratta del progresso tecnico, della domanda e della distribuzione del reddito tra i fattori della produzione. Queste cause dello sviluppo economico non sono tra loro indipendenti, ma legate le une alle altre. Secondo Schumpeter, il progresso tecnico è il motore dello sviluppo economico che dipende dall’imprenditore innovatore, da un insieme di piccole e medie imprese immerse in un ambiente concorrenziale, dalle banche che creano credito e consentono alle innovazioni di trasformarsi in beni e servizi per il mercato. Il concetto di innovazione di Schumpeter è molto ampio e comprende non solo le innovazioni di processo e di prodotto, ma anche quelle riguardanti la scoperta di nuovi mercati, nuovi sistemi di trasporto, di comunicazione e di informazione e così via. Per Keynes invece è fondamentale la domanda di beni di consumo, di beni di investimento e quella estera relativa alle esportazioni. Per Ricardo e Marx è fondamentale la distribuzione del reddito tra i fattori della produzione. E’ un punto, quest’ultimo, che era stato sottolineato anche da Henry Ford, sostenendo che i suoi operai dovevano avere un salario in grado di comperare le automobili che produceva nelle sue fabbriche.

Come accennato, tra i tre fattori dello sviluppo economico esiste un’intima connessione. Ad esempio, il progresso tecnico fa aumentare la produttività e quindi la quantità di beni e servizi mediamente prodotti da ogni lavoratore. Deve di conseguenza aumentare il reddito pro capite a disposizione di ogni lavoratore per l’acquisto dell’accresciuta produzione di beni e servizi, in altre parole la domanda. Deve quindi essere adeguata la distribuzione del reddito tra i fattori della produzione per consentire l’assorbimento dell’aumento della produzione.

Negli ultimi anni la distribuzione del reddito tra i fattori della produzione si è spostata a favore dei profitti e a sfavore dei salari. Sono aumentate le disuguaglianze, con un conseguente problema riguardante la relazione tra distribuzione del reddito e tasso di crescita dell’economia. Come ci ricorda Pietro Onida, la ricchezza si accresce non difendendola ma diffondendola.

Dopo questa premessa, ci si propone di esaminare in questa scheda la relazione tra la crescita del reddito e il tasso di disoccupazione e la relazione tra la crescita del reddito e l’incidenza degli investimenti sul PIL negli Stati Uniti d’America, in Germania, in Francia e in Italia negli ultimi vent’anni.

Negli ultimi vent’anni (1999-2021) la crescita media del PIL è stata del 2,3% negli USA, dell’1,4% in Germania e in Francia e dello 0,3% in Italia. I valori medi dei tassi di disoccupazione mostrano un andamento opposto rispetto alla dinamica del PIL, con il 5,5% negli Stati Uniti d’America, il 7,4% in Germania, l’8,8% in Francia, il 9,4% in Italia.

Il grafico seguente mostra l’andamento delle medie su 20 anni del tasso di crescita del PIL e del tasso di disoccupazione negli USA, in Germania, in Francia, in Italia.

 

 

Come si osserva dal grafico, tra gli andamenti medi su 20 anni della crescita del PIL e del tasso di disoccupazione esiste una correlazione inversa con un coefficiente pari a 0,90.

Per i quattro Paesi abbiamo stimato anche le rette di regressione sui dati di 20 anni tra i tassi di crescita del PIL e i tassi di disoccupazione. La crescita del PIL è sfasata di un anno.

USA

DISOCC. % = 7,45 – 0,69 PIL% t-1

R = -0,58

Pertanto, ad un aumento di un punto percentuale del PIL americano si assiste ad una riduzione del tasso di disoccupazione di 0,69 punti percentuali. Inoltre, con una crescita nulla del PIL si assiste ad un tasso di disoccupazione del 7,45%.

 

GERMANIA

DISOCC. % = 7,82 – 0,16 PIL % t-1

R = -0,11

FRANCIA

DISOCC.% = 6,00 – 0,50 PIL% t-1

R = -0,32

ITALIA

DISOCC.% = 9,34 – 0,22 PIL% t-1

R = – 0,22

Il grafico riguardante l’Italia sulla relazione tra tasso di disoccupazione e crescita del PIL sfasata di un anno, è il seguente. 

 

Abbiamo anche calcolato la relazione lineare tra l’incidenza degli investimenti fissi lordi sul PIL dei quattro Paesi considerati e la crescita del PIL. La relazione risulta sempre positiva, con un coefficiente di regressione più alto per l’Italia, pari a 1,14, e più basso per gli USA, Germania e Francia, intorno a 0,50. Pertanto, ad un aumento di un punto percentuale dell’incidenza degli investimenti fissi lordi sul PIL italiano si assiste ad una crescita del PIL dell’1,14%. L’effetto invece della crescita degli investimenti sull’aumento del PIL è di circa lo 0,50% negli USA, in Germania e in Francia.

L’Italia mostra quindi una maggiore reazione della crescita del PIL rispetto agli investimenti fissi lordi nei confronti degli altri Paesi analizzati. Negli ultimi vent’anni l’Italia accusa il più vistoso calo degli investimenti fissi lordi totali e questo fatto costituisce una delle cause principali del ristagno della sua economia. Sono calati soprattutto gli investimenti pubblici e, in particolare, quelli per il Mezzogiorno. Gli investimenti in ricerca e sviluppo rispetto al PIL sono troppo bassi e molto lontani dalla quota-obiettivo indicata dall’Unione Europea del 3%. C’è un recupero enorme da fare da parte delle imprese negli investimenti in tecnologie digitali di tipo strategico (Industria 4.0). Attualmente meno di un quarto delle nostre imprese investe in tecnologie digitali di tipo strategico. Sulla base delle nostre semplici stime econometriche prima indicate, un aumento di 3 punti percentuali dell’incidenza degli investimenti fissi lordi totali sul PIL consentirebbe una crescita del PIL italiano di quasi il 3,5%. Per inciso, è interessante notare che anche la Germani ha una quota bassa degli investimenti fissi lordi totali sul PIL.  In compenso destina più di un terzo del PIL alle esportazioni.  

Un ultimo aspetto che si desidera evidenziare è la propensione all’esportazione dei quattro Paesi esaminati. La propensione all’esportazione più elevata si riscontra in Germania con il 34% del PIL. Seguono l’Italia con il 22%, la Francia con il 19% e, infine, gli Stati Uniti d’America con l’8%. La Germania è una grande macchina da esportazione, con un avanzo della bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni) che raggiunge anche il 10% del PIL. La spinta del cambio è molto forte perché l’euro è molto sottovalutato rispetto a quello che sarebbe il cambio sul marco. Anche l’Italia ha un discreto saldo positivo della bilancia commerciale, pari a circa il 3% del PIL. Ma il cambio dell’euro è per la nostra economia troppo forte, come del resto avviene per tutti i Paesi del Sud dell’Unione Europea. 

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 12 aprile 2021

 

 

 

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