PERCHE’ IL DOLLARO E’COSI’ DEBOLE?

La moneta americana ha raggiunto in questi giorni un cambio di 1,20 dollari per euro. Un deprezzamento nel giro di un mese di circa il 10%. Alcuni esperti prevedono addirittura che il dollaro si deprezzerà fino ad un cambio di 1,50.

Quali sono le cause di questo deprezzamento?

Ne vengono qui evidenziate quattro. La prima riguarda il differenziale di interesse rispetto all’euro che la Federal Reserve ha ridotto per fronteggiare la grande incertezza e la difficile situazione economica provocate dal coronavirus. La riduzione del differenziale di interessi con l’euro deprime il tasso di cambio della moneta americana. La Federal Reserve ha iniettato grandi quantità di base monetaria nel sistema, ma questa politica di liquidità abbondante non risolleva l’economia ma determina in gran parte una performance eccezionale delle borse valori. Il Dow Jones ha raggiunto quasi quota 29.000. Nelle ultime 52 settimane il valore minimo è stato di circa 18.000 e quello massimo di circa 30.000. Un differenza del 67%. La capitalizzazione di borsa di Apple ha raggiunto 2.138 miliardi di dollari, pari a 1.782 miliardi di euro al tasso di cambio corrente. Un valore superiore al prodotto interno lordo (PIL) dell’Italia. Il rapporto prezzi/utili per azione è pari a 38, cui corrisponde un utile di 13 dollari per azione e un dividendo stimato intorno a 3,3 dollari. Pertanto, un rapporto tra dividendi e utili per azione del 26%.

Il secondo fattore della debolezza del dollaro riguarda la propensione al risparmio degli americani che è in calo. Questo naturalmente condiziona le possibilità di accumulazione, sviluppo e occupazione dell’economia americana. Si tratta di una tendenza che riguarda tutti i Paesi sviluppati, sia pure in diversa misura. Anche l’Italia, è interessata da questo fenomeno quando un tempo si distingueva per l’alta propensione al risparmio. Infatti il nostro Paese si caratterizza rispetto agli altri per un alto valore della ricchezza accumulata, sia reale che finanziaria. Questa fatto naturalmente rappresenta una garanzia per le giovani generazioni italiane che possono contare su una notevole aspettativa dell’eredità. Questo fenomeno va collegato al più alto numero a livello europeo dei NEET, cioè di giovani italiani che non lavorano, non studiano e non partecipano ad attività formative. Questo contribuisce a creare quella società signorile di massa di cui parla Luca Ricolfi nel suo ultimo libro. Una prospettiva preoccupante che, senza cambiamenti di rotta, porta inevitabilmente al declino del nostro Paese dopo anni di stagnazione. Non può avere un futuro un Paese dove il numero delle persone che non lavorano è superiore a quello delle persone che lavorano.

Il terzo fattore riguarda il disimpegno degli Stati Uniti d’America dalle istituzioni economiche e finanziarie internazionali. Pensiamo, da ultimo, alla sospensione dei contributi americani all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Questo rientra nella filosofia del Presidente Trump di abbandono dell’approccio multilaterale nei rapporti internazionali a favore del bilateralismo. Pensiamo anche ai dazi all’importazione introdotti dall’America per difendersi dall’invasione delle merci cinesi e, in parte, anche europee. Il vecchio ordine economico e monetario nato con gli accordi di Bretton Woods del 1944 è sulla via dell’estinzione ed esiste una grande incertezza su quello che potrà essere il futuro.

Il quarto fattore è rappresentato dalle elezioni presidenziali americane che si svolgeranno a novembre prossimo. La competizione tra democratici e repubblicani è molto incerta e questo fatto non fa certamente bene al dollaro che si sta continuamente deprezzando.

Naturalmente un cambio debole del dollaro rispetto all’euro fa bene ai conti con l’estero degli Stati Uniti d’America che, come noto, presentano un forte disavanzo: circa 500 miliardi di euro stimati nel 2020, di cui circa tre quarti nei confronti della Cina.

Un deprezzamento del tasso di cambio del dollaro fino a 1,50 darebbe naturalmente un grosso contributo al riequilibrio della bilancia commerciale americana. Naturalmente nel caso fossero soddisfatte le condizioni critiche di Marshall-Lerner riguardanti le elasticità delle esportazioni e delle importazioni rispetto al tasso di cambio: la somma delle due elasticità deve essere, in valore assoluto, superiore ad uno per consentire il riequilibrio della bilancia commerciale. Un calcolo meramente indicativo, nell’ipotesi di un deprezzamento del dollaro rispetto all’euro da 1,20 a 1,50 (- 25%) e di soddisfacimento delle condizioni critiche delle elasticità di Marshall-Lerner, le esportazioni passerebbero da circa 1.250 miliardi di euro a 1.560, con un aumento di 310 miliardi. In questa ipotesi, certamente teorica ma utile per le sue indicazioni, il deficit commerciale dell’America scenderebbe da 500 a 190 miliardi di euro, cioè a meno della metà. 

In definitiva, il quadro internazionale è molto nero per le incertezze che riguardano la prima economia del mondo, gli Stati Uniti d’America. Certamente c’è un problema di futuro del dollaro come mezzo intermediario degli scambi internazionali e come riserva di valore e della forte asimmetria tra la sovranità monetaria mondiale degli Stati Uniti d’America e della ricchezza che in gran parte si produce al di fuori di questo Paese, e in primo luogo in Cina. Questo clima di incertezza ha determinato una fuga verso l’oro, tipico bene rifugio, abbandonando il dollaro. Il prezzo dell’oro ha raggiunto i 2.000 dollari per oncia e alcuni prevedono che arriverà a 3.000. Per tutto questo è forse utile ripensare a fondo alla posizione assunta dal Presidente francese De Gaulle nel 1965 con riferimento all’egemonia mondiale del dollaro.

Infatti i problemi della sovranità monetaria del dollaro a livello internazionale erano già sorti prima con la polemica tra la Francia e gli Stati Uniti scoppiata nel 1965. De Gaulle, consigliato dall’economista J. Rueff, agì attraverso la Banca Centrale di Francia cambiando i dollari delle riserve in oro. De Gaulle ne spiegò le ragioni in una conferenza stampa durante la quale sostenne che l’America stava manipolando a suo piacimento il sistema finanziario mondiale e che il suo Paese, da quel momento, avrebbe fatto il possibile per emancipare i suoi scambi commerciali dal monopolio della moneta americana.    

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 31 agosto 2020                

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