PER UN NUOVO”MIRACOLO ECONOMICO” DELL’ITALIA

Sessant’anni fa, nel 1959, il tasso di crescita del prodotto interno lordo (PIL) dell’Italia aveva sfiorato il 7%. Erano i tempi del famoso “miracolo economico” che si accompagnava ad una grande stabilità della lira, che nel 1960 ricevette dal Financial Times il famoso “Oscar”, con Donato Menichella Governatore della Banca d’Italia. Quel Menichella che aveva preso le redini dell’Istituto di emissione dopo Luigi Einaudi ed era stato l’artefice della legge bancaria del 1936 che sanciva il principio della specializzazione del credito, superando il modello della banca mista entrato in profonda crisi negli anni Trenta. 

Tassi di crescita dell’economia vicini al 7% sono prossimi a quelli attuali della Cina e sembrano lontani anni luce dalla nostra realtà odierna. Una realtà che fa oggi i conti con tassi di crescita che oscillano intorno all’1%, con enormi discussioni sugli zero virgola al di sopra e al di sotto di questo livello.

Il nostro Paese si trascina da tempo in una situazione di stagnazione economica e di numerosi e complicati problemi sociali da cui in qualche modo occorre uscire, pena la sua emarginazione.

Vediamo prima di tutto i punti di forza del nostro sistema economico da cui bisogna necessariamente partire per disegnare la possibilità di un nuovo “miracolo economico”.

Prima di tutto la grande capacità di risparmio delle nostre famiglie e il conseguente basso livello di indebitamento, soprattutto nel confronto internazionale. Risparmio che eccede gli investimenti come viene messo in chiara evidenza dalle grandi capacità di esportazione delle nostre imprese e dall’avanzo di tutto rispetto delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, secondo solo a quello enorme della Germania. Il saldo positivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti italiana supera nell’ultimo biennio i 50 miliardi di euro all’anno, pari al 3,3% del PIL. La Germania viaggia intorno all’8-9%.

I punti di forza delle nostre esportazioni sono rappresentate dalle famose quattro A: Agroalimentare, Abbigliamento, Automazione e meccanica strumentale, Arredamento. In tali settori è fortissima la presenza delle piccole e medie imprese, con una significativa incidenza delle imprese di media dimensione che mostrano notevoli punti di forza nelle diverse forme di internazionalizzazione. Si tratta non solo della prima forma basilare di internazionalizzazione che è rappresentata dalle esportazioni, ma anche delle altre forme superiori costituite dagli accordi di collaborazione tecnico-produttiva con imprese estere, dagli accordi commerciali, tecnologici, dallo scambio di brevetti e licenze con imprese estere, dai programmi di penetrazione commerciale, dagli investimenti diretti all’estero.

Il contributo in questi ultimi anni delle nostre esportazioni nette alla crescita del PIL e dell’occupazione è stato fondamentale, di fronte al contributo negativo da parte della domanda interna di consumi e investimenti. Senza il contributo alla crescita del reddito delle nostre esportazioni, l’economia si sarebbe trovata in situazione di estrema difficoltà rispetto a quella che stiamo attraversando.

Chi è che manca all’appello per lo sviluppo di lungo periodo della nostra economia? Si tratta degli investimenti pubblici e privati che costituiscono il vero volano della competitività e della crescita economica e dell’aumento dell’occupazione nel lungo periodo.

La sostenibilità nel lungo periodo dei nostri punti di forza rappresentati dalle quattro A, richiede un ciclo medio-lungo di forti investimenti per la competitività del nostro sistema industriale, a partire dalla sfida della digitalizzazione e di Industria 4.0. Va ripresa e rilanciata fortemente la politica industriale, la grande cenerentola da troppi anni. C’era stato un tentativo, sia pure timido, di un ritorno della politica industriale con Industria 4.0, peraltro circoscritta ad incentivi di tipo fiscale, ma ora siamo nuovamente ripiombati nel disinteresse. Per comprendere la grande necessità di investimenti da parte del sistema industriale per la digitalizzazione, è opportuno ricordare che oggi incidono solamente per circa il 10% sugli investimenti complessivi.      

Da qui nasce la proposta dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID), riprendendo un tratto caratteristico dell’associazione che nei suoi primi anni di vita, a partire dal 1947, si è mostrata molto attiva con proposte concrete di politica economica e di strumenti legislativi per lo sviluppo del Paese.

Secondo le nostre stime, per rilanciare il Paese in un’ottica di sostenibilità nel lungo periodo occorrerebbero 400 miliardi di euro di investimenti complessivi in un arco di 15 anni: 200 per gli investimenti delle imprese industriali e 200 per gli investimenti in infrastrutture. I primi dovrebbero essere realizzati dalle imprese pubbliche e private e i secondi direttamente dalla Stato, con il coinvolgimento delle imprese attraverso il sistema delle commesse con rigidi controlli.

I 400 miliardi di fabbisogno potrebbero essere coperti con obbligazioni dello Stato a 15 anni, al tasso di interesse reale annuo del 4%, più l’inflazione al consumo dell’ultimo anno. Oggi quindi un tasso nominale di interesse di circa il 6%. Il livello del 4% del tasso di interesse reale avrebbe lo scopo di offrire un rendimento attrattivo rispetto a quello degli investimeni in immobili, dove gli italiani sono molto presenti soprattutto nel confronto internazionale. La filosofia della proposta riprende quella dell’allora Ministro Tremonti di un grande piano di investimenti nell’Unione Europea finanziato con l’emissione di eurobond. Essa offre il vantaggio di poter uscire dalle rigide regole del fiscal compact, con una finanza pubblica orientata allo sviluppo nel lungo periodo.

L’onere complessivo per lo Stato sarebbe di circa 40 miliardi all’anno per 15 anni. Si tratta, come ordine di grandezza, del valore di una manovra di bilancio, pari al 2,5% del PIL, comunque inferiore alla regola fiscale di Maastricht del 3%. E’ importante notare che l’incidenza del 2,5% è significativamente inferiore a quella del nostro avanzo attuale delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, pari al 3,3% del PIL.

Qualche considerazione è utile fare sulla scelta dell’arco temporale dei 15 anni per il rilancio sostenibile della nostra economia nel lungo periodo. Oltre alla sostenibilità del bilancio pubblico, la proposta tiene conto della propensione al risparmio degli italiani e, in particolare, delle scelte di impiego del risparmio accumulato da parte di chi cessa la propria attività lavorativa, ipotizzata intorno ai 65 anni di età con 15 anni di vita media minima residua.

Infine, qualche stima sugli effetti degli investimenti complessivi di 400 miliardi di euro. Ipotizzando un moltiplicatore medio degli investimenti di 1,5; pari a quello indicato dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), arriviamo a 600 miliardi come contributo alla crescita del PIL in 15 anni, cioè 40 miliardi di euro in media all’anno. Si tratta di un contributo alla crescita del PIL rispetto agli attuali livelli del 2,5%. Una crescita che, aggiunta a quella dell’1% che a stento riusciamo a fare oggi, ci consentirebbe di arrivare al 3,5%, quello che ci servirebbe per risolvere stabilmente molti problemi di cui soffre attualmente la nostra economia e la nostra società, non ultimi quelli di finanza pubblica e di sostenibilità del nostro debito pubblico.

Roma, 2 febbraio 2019       

 

 

 

 

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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