Nuova Legislatura e Presidenza della BCE

Il Presidente Mattarella, alla fine dell’anno, ha sciolto le Camere e indetto le elezioni per la nuova legislatura il 4 marzo.

Si spera che l’esito delle elezioni consenta la formazione di un nuovo Governo con una maggioranza sufficientemente solida per affrontare i temi strutturali interni ed esterni del Paese di vitale importanza per il nostro futuro.

Tra quelli esterni, emerge senz’altro l’importanza cruciale della scadenza, nell’ultimo trimestre del 2019, della Presidenza della Banca Centrale Europea. Come si ricorderà, le prime tre Presidenze sono andate agli olandesi, poi ai francesi e infine agli italiani con Mario Draghi. E’ molto probabile che i tedeschi reclamino a gran voce la nuova Presidenza della BCE dal 2019.

In questa prospettiva, bisogna cominciare a chiederci che cosa potrà cambiare nella politica della BCE e i riflessi sul nostro Paese. Come è noto, la politica del Quantative Easing (QE) di Mario Draghi, con la costante opposizione del rappresentante della Bundesbank, ha raggiunto due obiettivi fondamentali. Il primo, a Paesi come l’Italia con alto debito pubblico ad evitare situazioni di default e contemporaneamente di tenere sotto controllo gli spread dei tassi di interesse che altrimenti avrebbero fatto implodere l’euro. In questo modo il bilancio della BCE ha subito una espansione davvero eccezionale a cui è corrisposto una grande creazione di moneta e livelli di tassi di interesse intorno alla zero e addirittura negativi. La Bundesbank è costituzionalmente e storicamente contraria a questa politica della moneta estremamente facile.   

Con un Presidente della BCE tedesco tutta questa politica è destinata a cambiare ed emergerà pertanto con grande virulenza il nostro tallone d’Achille rappresentato da un rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo (PIL) oltre il doppio di quello massimo consentito dal Trattato di Maastricht. Contemporaneamente sono destinati a risalire i tassi di interesse con effetti pesanti sul bilancio pubblico a causa dell’enorme debito italiano.

Il nuovo Governo che uscirà dalle elezioni, dovrebbe pertanto porre come obiettivo primario della propria politica la stabilizzazione e la riduzione, sia pure in un orizzonte temporale non breve, del rapporto tra debito pubblico e PIL. E sarebbe forse opportuno che questo impegno fosse annunciato e scritto a chiare lettere all’Unione Europea e, in particolare, alla BCE.

Per stabilizzare il rapporto tra debito pubblico e PIL occorre che il tasso di crescita dell’economia sia pari al tasso di interesse in termini nominali. Per abbassarlo è necessario che il tasso di crescita dell’economia sia superiore al tasso di interesse, tenuto presente che una BCE a Presidenza tedesca ci prospetta tassi di interesse crescenti rispetto all’attuale livello. E’ evidente che, in questo scenario, il problema andrebbe prevalentemente affrontato in termini di una significativa crescita dell’economia rispetto al livello dei tassi di interesse.

Il rientro del rapporto tra debito pubblico e PIL sul livello del 60% stabilito dal Trattato di Maastricht richiede tempi molto lunghi. Proponiamo per questo il seguente esercizio. Ci proponiamo di calcolare il numero di anni necessari per riportare il rapporto tra debito pubblico e PIL dall’attuale 133% al prescritto 60%. Supponiamo per questo un tasso medio annuo di crescita dell’economia del 3% e un livello dei tassi di interesse del 2%. Sotto tali ipotesi, sarebbero necessari 80 anni per raggiungere l’obiettivo del 60%, cioè, nella sostanza, l’attuale durata media della vita di una persona. Ma per motivi di credibilità e di aspettative che alimentano i mercati, è meglio dichiarare un obiettivo molto lungo che non dichiararne nessuno. Diversamente potremmo essere investiti da periodiche crisi da debito sovrano, con rialzi eccezionali degli spread e rischio di uscita dall’euro. Per ridurre questo lungo periodo, le vie sono naturalmente diverse, tra cui la vendita dei gioielli di famiglia e l’aumento della pressione fiscale. Escludendo quest’ultima via, non va trascurata quella della vendita dell’oro della Bana d’Italia. Non dobbiamo dimenticare che sugli attuali livelli di debito pubblico, un aumento di un punto percentuale dei tassi di interesse comporta una spesa pubblica aggiuntiva di circa 24 miliardi di euro. Un ordine di grandezza pari a quello di una manovra di bilancio.    

In definitiva, in mancanza di precisi impegni da parte dell’Italia di un piano di rientro a lungo termine del rapporto tra debito pubblico e PIL, il rischio è che sia l’Unione Europea a fare uscire il nostro Paese dall’euro  e non viceversa come si vorrebbe da parte di alcuni. A questo riguardo, non bisogna assolutamente dimenticare la lezione che ci viene dalla Grecia e farne tesoro per il futuro del nostro Paese.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 15 gennaio 2018  

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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