Martin Lutero: Riformatore o Eretico?

Per i manuali scolastici come per l’opinione comune, il 31 ottobre dello scorso anno sono passati 500 anni dalla affissione da parte di Lutero delle 95 tesi sul portale della Chiesa del castello di Wittenberg. Oggigiorno alcuni studiosi ritengono che le 95 tesi dovessero essere oggetto di discussione tra un numero ristretto di persone, ma la situazione gli sfuggi di mano e le 95 tesi divennero immediatamente pubbliche. Il pretesto era la vendita delle indulgenze da parte del Papa per fare fronte alle enormi spese per i lavori della Basilica di San Pietro. Il Papa era già molto indebitato con i banchieri Fuegger e non era più possibile fare ricorso nuovamente al debito per fronteggiare le crescenti spese.

Lutero affronta in modo corretto la questione della colpa, della pena e delle indulgenze. La colpa va distinta in modo preciso dalla pena che può essere ridotta o anche annullata. La colpa invece rimane, ma apre il problema della misericordia e della giustizia di Dio. 

Dobbiamo distinguere due fasi del comportamento del monaco agostiniano nei confronti del Papa e della Chiesa di Roma. Una prima fase in cui Lutero può essere effettivamente definito un riformatore e una seconda fase dopo la scomunica in cui, dichiarato eretico, risponde definendo eretica la Chiesa di Roma.

Un po’ quello che è avvenuto tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento con don Romolo Murri, ispiratore della Democrazia Cristiana, ma da posizioni radicali socialiste e addirittura comuniste. Dopo la scomunica, Murri entra in rotta di collisione con la Chiesa di Roma e arriverà a sposarsi civilmente. Lo stesso fece molti anni prima Martin Lutero, dopo la rottura con Roma, sposando una monaca.    

Per tale motivo, quando De Gasperi parlò dell’origine della Democrazia Cristiana preferì riferirsi al più ortodosso Giuseppe Toniolo, che pure aveva avuto qualche problema con Pio X, ma che manifestò sempre la sua ubbidienza alla Chiesa in spirito di umiltà e di cammino verso la santità. 

La posizione di Papa Francesco nei confronti di Lutero, a 500 anni dalle famose 95 tesi, si riferisce certamente al periodo che possiamo definire riformatore di Martin Lutero. D’altra parte, Ecclesia semper reformanda e Papa Francesco è un convinto sostenitore di questa visione. Egli infatti parla di Chiesa in uscita, di Chiesa ospedale da campo e di una Chiesa che non ha bisogno di riforme di ordinaria amministrazione ma di riforme radicali e profonde. Non è pertanto corretto parlare di Chiesa e riforme, ma di riforme della Chiesa.

Un punto delicato riguarda quello della misericordia. Per Lutero si può peccare molto perché Dio è molto misericordioso. Un punto caro a Papa Francesco che ha indetto l’anno giubilare della misericordia. Come si legge nell’esortazione apostolica post-sinodale sull’amore della famiglia, “la misericordia non esclude la giustizia e la verità, ma anzitutto dobbiamo dire che la misericordia è la pienezza della giustizia e la manifestazione più luminosa della verità di Dio” (punto 311).   

Storicamente abbiamo sempre avuto un Papa europeo. Papa Francesco viene invece dall’altra parte del mondo, come ebbe a dire il giorno della sua proclamazione. E’ il Papa nel mondo globalizzato e si comprende quindi la sua particolare attenzione per tutte le aree del mondo che sono estranee all’Europa, con particolare attenzione Asia. Anche il  “privilegio” che aveva l’Italia come Paese al cui interno sta la Città del Vaticano, sta venendo progressivamente meno, come vediamo nel diverso indirizzo di Papa Francesco riguardante i Cardinali delle città italiane, anche di grandi dimensioni.

Questa vicinanza di Papa Francesco ai luterani può essere vista anche come desiderio di riprendere con lena la strada dell’unità dei cristiani, sull’esempio di Giovanni XXIII che ha avuto il grande coraggio di indire il Concilio Vaticano II agli inizi degli anni sessanta che ha portato a grandi cambiamenti nella Chiesa. La stessa vicinanza che Papa Francesco ha mostrato nei confronti degli ortodossi, avendo voluto incontrare il Patriarca di Mosca Kirill a Cuba. In questa azione, Papa Francesco è molto sostenuto dai gesuiti della Rivista “La Civiltà Cattolica”, con articoli, interviste e vari interventi.

Parlando di Lutero non si può non ricordare Antonio Rosmini che nel 1832-1833 scrive “Delle Cinque Piaghe della Santa Chiesa”, che non pubblicherà fino all’elezione al soglio pontificio (1846) del Cardinale Giovanni Maria Mastai-Ferretti, Pio IX. Ma il 30 maggio 1849 a Napoli, nella seduta della Congregazione dell’Indice, vengono condannate le Cinque Piaghe e la Costituzione civile secondo la giustizia sociale. Di fronte a questi gravi provvedimenti della Chiesa, Rosmini sceglie la via dell’obbedienza, un po’ come ha fatto successivamente Giuseppe Toniolo. In tutto questo, entrano sempre i gesuiti che sono ferrei oppositori del Rosmini e del suo pensiero.

Per quanto riguarda le Cinque Piaghe, è interessante notare che Rosmini non cita mai né Lutero né Calvino.

Le Cinque Piaghe della Santa Chiesa corrispondono al chiodo sulla mano destra di Cristo, al chiodo sulla mano sinistra, alla lancia sul costato di Cristo, al chiodo sul piede destro e al chiodo sul piede sinistro. La prima piaga riguarda la divisione del popolo dal clero nel pubblico culto. La seconda piaga è relativa alla insufficiente educazione del clero. La terza piaga riguarda la disunione dei vescovi. La quarta è relativa alla nomina dei vescovi abbandonata al potere laicale. La quinta piaga riguarda la servitù dei beni ecclesiali.

E’ interessante, ai nostri fini, riportare il pensiero del Rosmini riguardante il possesso di beni da parte della Chiesa. Così si legge al punto 133: “La Chiesa primitiva era povera, ma libera: la persecuzione non le toglieva la libertà del suo reggimento: né pure lo spoglio violento de’ suoi beni, pregiudicava punto alla sua vera libertà. Ella non avea vassallaggio, non protezione, meno ancora tutela, o avvocazia: sotto queste infide e traditrici denominazioni s’introdusse la servitù de’ beni ecclesiastici: da quell’ora fu impossibile alla Chiesa, come dicevamo, di mantenere le antiche sue massime intorno all’acquisto, al governo, e all’uso de’ suoi beni materiali; e la dimenticanza di queste massime, che toglievano a tali beni tutto ciò che hanno di lusinghevole e corruttore, l’addusse all’estremo pericolo: noi dobbiamo accennarne le principali”. Si tratta di sette massime e qui si ricorda la terza ritenuta da Rosmini la più preziosa. Al n. 151 si legge: “Il clero non usasse de’ beni ecclesiastici se non il puro bisognevole al proprio sostentamento, impiegando il di più in opere pie, specialmente in sollievo degl’indigenti”.

Collegata a questa massima è il problema del pagamento delle tasse e anche qui è molto interessante ricordare il pensiero di Rosmini. “A questo proposito de’ tributi, afferma Rosmini, aggiungerò ancora che talora si mise troppa premura a sostenere l’esenzione dà tributi a favore dei beni ecclesiastici. Questo privilegio, quando i beni della Chiesa sono molti, ha in sé qualcosa di sommamente odioso e contro l’equità. Oso dire di più; egli fu anzi di danno che di vantaggio alla Chiesa anche nell’ordine temporale. Un componimento equo sarebbe stato che lo Stato rinunzi alla regalia per riguardo a tutti que’ beni che non sono veri e originali feudi, e i beni della Chiesa paghino il tributo come tutti gli altri”.

Giovanni Scanagatta

Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID)

Roma, 12 marzo 2018

 

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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