L’ITALIA POST-INDUSTRIALE O RESHORING?

1.Scopo della seguente scheda è di analizzare i due scenari che si prospettano per l’Italia per il suo settore manifatturiero in un periodo di forte crisi.

E’ sotto gli occhi tutti la grave crisi di molte imprese industriali italiane che è venuta a galla negli ultimi anni. Conseguenza anche della mancanza pluridecennale di una seria politica industriale inquadrata nelle grandi trasformazioni economiche e sociali che stanno avvenendo a livello mondiale.

Il primo scenario riguarda il futuro di un’Italia post-industriale, come sostenuto dal premio Nobel J. Stiglitz in questi giorni in Italia. Il secondo scenario prevede il reshoring dell’industria manifattura con un ritorno in Italia di attività precedentemente delocalizzate per motivi di qualità dei prodotti e dei servizi, di salto tecnologico con la digitalizzazione del sistema industriale, di costo del lavoro che si è allineato verso il basso in direzione dei Paesi a basso reddito pro capite. Una tendenza sostenuta, sul piano delle politiche industriali, sia dagli Stati Uniti d’America che dall’Unione europea. La politica dei dazi del Presidente americano Trump per proteggere le proprie industrie si inquadra in questa tendenza. 

La scheda è preceduta da un quadro prospettico della nuova geografia economica e politica mondiale, alla luce dei due grandi fenomeni della globalizzazione e dell’accelerazione del progresso scientifico e tecnico.     

  1. Storicamente il ruolo degli imperi è sempre stato determinante: pensiamo a quello di Alessandro Magno, all’impero romano, a quello di Carlo Magno e all’impero austro-ungarico. E questo senza parlare del millenario impero della Cina. Forse la globalizzazione è il modo dei nostri tempi di confermare la visione dell’importanza degli imperi nella storia economica del mondo. Il problema del controllo del mondo riguarda soprattutto le regole del gioco. O queste vengono in qualche modo riconosciute e rispettate attraverso vari modi, tra cui la via del multilateralismo e delle istituzioni politiche, economiche e finanziarie internazionali, o il gioco si svolge senza regole.

Dopo la seconda guerra mondiale è prevalso nel mondo il modello bipolare: da una parte Stati Uniti d’America ed Europa, rinata grazie agli ingenti aiuti economici dell’America, e dall’ altra l’Unione Sovietica, come conseguenza degli accordi di Yalta che hanno portato alla spartizione del mondo tra i vincitori della seconda guerra mondiale. Questo modello è stato rafforzato sul lato occidentale dal Patto Atlantico.

Questo mondo è venuto meno con l’implosione del sistema sovietico che ha portato come conseguenza alla rinascita della grande Germania, al tentativo dell’Europa con l’Unione europea di assumere un peso a livello politico ed economico mondiali, al prepotente affacciarsi nel mondo globalizzato di nuove potenze economiche come la Cina, ma anche di altri Paesi che hanno mostrato elevati tassi di crescita come nel caso dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa).

Abbiamo quindi assistito ad un ridisegno della geografia economica e della geopolitica a livello mondiale. Anche le grandi istituzioni politiche, economiche e finanziarie internazionali nate dopo gli Accordi di Bretton Woods del luglio del 1944 sono entrate in una lenta crisi, esplosa con la nuova politica del Presidente americano Trump che ha messo sotto duro attacco la visione del multilateralismo a favore del bilateralismo e della strenua difesa degli interessi nazionali (America first), anche attraverso politiche di protezione pesanti come i dazi  Sul piano monetario internazionale, va pure ricordata l’importante data del 15 agosto del 1971 con la sospensione della convertibilità del dollaro in oro da parte del Presidente americano Nixson. Da questa data è iniziata la lenta erosione della supremazia del dollaro come mezzo intermediario degli scambi internazionali e riserva di valore. Anche le nuove tecnologie hanno fatto la loro prepotente irruzione nel mondo della moneta e della finanza. Pensiamo alle criptovalute e alla caduta del monopolio delle banche Centrali nella creazione e nella gestione della moneta, per passare a sistemi privati basati sulla fiducia e su rigidi controlli attraverso le nuove tecnologie (blockchain).     

Si è andato così configurando ancora una volta sul piano storico un sistema a due blocchi, non tanto dal punto di vista politico ma da quello economico. Da una parte gli Stati Uniti d’America di Trump che ha puntato sulla rinascita economica del suo Paese come premessa per l’egemonia politica a livello mondiale, e dall’altra la Cina con altri importanti Paesi come la Russia e l’India. In tutto questo emerge l’insignificanza dell’Europa, anche per il controllo di gravi crisi in aree “calde”, molto vicine al continente europeo.

Sul piano strategico, l’Europa ha purtroppo commesso non pochi errori. Ne vengono qui segnalati solo due: uno verso Sud e l’altro verso Nord. Il primo riguarda l’Africa la cui popolazione raddoppierà al 2050 e il secondo la Russia con le sue radici cristiane. Un errore quest’ultimo, già sottolineato con grande capacità di guardare al futuro di Keynes, nella sua bellissima monografia del 1919, “Le conseguenze economiche della pace”.

La prima fase della globalizzazione ha certamente determinato una ricollocazione delle produzioni a livello mondiale, soprattutto nella direzione della Cina, sotto la spinta delle grandi differenze nel livello dei salari e dei minori vincoli agli investimenti e alle produzioni. Pensiamo ad esempio ai vincoli di tipo ambientale.

Questa fase della globalizzazione è ormai passata e siamo entrati nella seconda caratterizzata da un forte livellamento verso il basso dei salari a livello mondiale e al peso sempre più importante delle nuove tecnologie con il passaggio dalle rivoluzioni industriali alla rivoluzione digitale. Quest’ultima consente la realizzazione di rendimenti crescenti di scala, un abbattimento dei costi medi di produzione e una caduta tendenziale dei prezzi a livello mondiale. Anche la Cina è entrata prepotentemente in questa seconda fase e la sua competitività si basa sempre meno sui bassi salari e sempre più sulle nuove tecnologie. La Cina è favorita anche dal fatto che ha un ottimo livello di istruzione e formazione a tutti i livelli.

  1. La globalizzazione ha sconvolto tutti gli scenari e la competizione a livello mondiale richiede sempre di più alle imprese di internazionalizzarsi e non solo di esportare, e di entrare in nuovi mercati e in nuove aree economiche. Da questo punto di vista, diventa sempre meno fondamentale la quota delle esportazioni sul totale mondiale e più importante la quota di mercato mondiale controllata dalle imprese italiane nei diversi settori, indipendentemente dai luoghi in cui si produce in relazione alle convenienze relative e ai mercati da servire. Nella misura in cui ciò avviene, non possiamo parlare di deindustrializzazione, ma di una diversa presenza delle nostre imprese, in relazione ai nuovi modi di competere nel mondo globalizzato.

Si perdono certamente in questo modo fatturato interno, occupazione di livello più basso ed esportazioni, ma possiamo recuperare sul piano delle funzioni aziendali più elevate che rimangono nel nostro Paese, come il controllo imprenditoriale, la finanza, il marketing, le attività di ricerca e sviluppo, le attività di formazione e così via.

Occorrono naturalmente profili più elevati di professionalità, ma questo rientra nel gioco della nuova divisione internazionale del lavoro e del ruolo fondamentale del capitale umano e della tecnologia nei processi di sviluppo.

Vediamo ora le conseguenze sul piano macroeconomico.

Con l’intensificarsi dei fenomeni che abbiamo sopra descritto, cambia nel lungo periodo la struttura della bilancia dei pagamenti del Paese. A parità di importazioni, si riducono le esportazioni e possono addirittura azzerarsi. Aumentano i redditi da capitale delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, grazie ai profitti delle imprese all’estero a controllo italiano che vengono rimpatriati. Anche la parte relativa all’esportazione di servizi a livello più elevato dovrebbe aumentare.
Si accresce la parte della bilancia dei pagamenti relativa ai movimenti di capitale per le voci degli investimenti diretti all’estero e dei prestiti. Si tratta di importanti modifiche strutturali della bilancia dei pagamenti, che hanno interessato prima di noi l’Inghilterra e gli Stati Uniti, analizzate con grande chiarezza dall’economista Marco Fanno, che per molti anni ha insegnato all’Università di Padova.

Alla luce dei cambiamenti strutturali accennati sul piano macroeconomico, non c’è nessuna ragione teorica che impedisca l’equilibrio nel lungo periodo della bilancia dei pagamenti.
La nostra risposta ha naturalmente un’importante condizione. Che i nostri imprenditori continuino a credere nella loro missione e a investire nei nuovi scenari della competizione globale che abbiamo illustrato. Diversamente prevale la filosofia del rentier, che ci porta alla deindustrializzazione e al sottosviluppo.

  1. Il cambiamento dei fattori alla base della competizione nel mondo globalizzato dai costi di produzione, soprattutto salari, alla tecnologia e alla qualità dei prodotti e dei servizi sta nuovamente mutando la geografia economica. In questo nuovo scenario sia l’Europa che l’Italia hanno delle carte da giocare e la situazione volgerà a favore di chi saprà giocarle meglio. Si parla per questo, sia in Europa che negli Stati Uniti d’America, di reshoring, cioè di riportare a casa quote di manifattura uscite con la prima fase della globalizzazione, ma anche di diventare molto più competitivi nel campo dei servizi alla produzione grazie a sistemi di istruzione e di formazione di ottimo livello. Il limite per l’Europa e soprattutto per l’Italia è rappresentato dalle infrastrutture materiali e immateriali che devono possedere un livello minimo di efficienza per favorire le trasformazioni della seconda fase della globalizzazione. In questo campo rivestono un ruolo strategico gli investimenti pubblici e quindi la capacità politica e amministrativa di realizzarli. Qui purtroppo il nostro Paese sta manifestando fortissime debolezze e incapacità di governare il Paese con una strategia ben precisa di sviluppo che deve essere comunicata in modo credibile alla gente.

La prima cosa da chiedersi riguarda l’evoluzione nel lungo periodo dell’incidenza dei vari settori, servizi, industria, costruzioni, agricoltura, sul prodotto interno lordo (PIL). Come si osserva nel grafico qui sotto riportato, l’incidenza maggiore sul PIL è dei servizi, con circa il 75% e una tendenza a crescere nel lungo periodo. L’industria che aveva nel 1960 un peso sul PIL del 10% è ora intorno al 20%, con un trend negativo a partire dai primi anni ottanta. Le costruzioni mostrano un trend negativo fin dagli inizi degli anni sessanta, con una perdita di circa 10 punti percentuali sul PIL. Anche il peso dell’agricoltura sul PIL mostra una tendenza negativa scendendo da circa il 4% del PIL nel 1960 al 3% dei giorni nostri.

Un reshoring dell’industria con un recupero di 3 punti percentuali sul PIL consentirebbe di guadagnare circa 50 miliardi di euro pari come, ordine di grandezza, all’attuale avanzo delle nostre partite correnti della bilancia dei pagamenti. Il raggiungimento di questo obiettivo consentirebbe di abbassare il livello della disoccupazione dall’attuale 10% all’8%.      

 

 

Per raggiungere gli obiettivi di reshoring che abbiamo ipotizzato e passare dall’attuale crescita zero del PIL ad una crescita di cui abbiamo bisogno e sostenibile occorre un grosso sforzo di investimenti sia pubblici che privati nell’arco di un quinquennio. Secondo le nostre valutazioni, si tratta di investimenti complessivi di250 miliardi di euro in cinque anni, di cui 150 di investimenti pubblici per le infrastrutture materiali e immateriali e per la messa in sicurezza del territorio, e 100 miliardi di investimenti per la crescita della produttività e della competitività del nostro sistema industriale. Si tratta di fare il salto verso l’economia digitale di Industria 4.0, con una seria politica industriale iniziata qualche anno fa e poi purtroppo abbandonata.

Si stima che uno sforzo di investimenti pubblici e privati dell’ordine indicato, puo’ accrescere il PIL di circa il 3% medio annuo nell’arco di 5 anni.

Naturalmente tale tasso di crescita medio annuo consentirebbe nel contempo di fronteggiare i vincoli comunitari di finanza pubblica in termini di rapporto deficit/PIL e di incidenza del debito pubblico sul PIL. 

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 18 novembre 2019

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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