L’Italia e l’industria farmaceutica

E’ un luogo comune pensare che l’Italia operi prevalentemente nei settori a bassa tecnologia, molto esposti alla concorrenza di prezzo da parte dei Paesi con basso reddito pro-capite. La cosa non è vera se si pensa al modello di specializzazione italiano molto forte nei settori specializzati della meccanica strumentale, in alcuni comparti ad elevata tecnologia come il farmaceutico e la robotica, nei settori cosiddetti tradizionali, nell’agroindustria.

La tassonomia di Pavitt ci consente di classificare le attività produttive manifatturiere in quattro settori. Si tratta dei settori tradizionali (tessile, abbigliamento, pelli cuoio, calzature, legno, ecc.) in cui prevalgono le imprese di piccole dimensioni e la domanda è sensibile al prezzo; dei settori di scala (acciaio, vetro, alluminio, autoveicoli, ecc.) con imprese di grandi dimensioni e una domanda sensibile al prezzo; settori specializzati (meccanica strumentale, software, ecc.) con imprese di dimensioni medio-piccole e una domanda sensibile alle caratteristiche dei prodotti; settori ad alta tecnologia (elettronica, farmaceutica, aerospaziale, macchine elettriche, ecc.) con imprese di medio e grandi dimensioni e con una domanda sensibile al prezzo e alla qualità dei prodotti.

Probabilmente la quarta rivoluzione industriale sta sconvolgendo questa classificazione di Pavitt dei settori manifatturieri e la dimensione non costituisce più come un tempo un limite, perché contano sempre di più i legami a rete tra le imprese di varie dimensioni, grazie alla digitalizzazione del sistema produttivo. Ma non si vuole affrontare qui questo problema, pur molto importante. Si desidera invece vedere la posizione dell’Italia a livello mondiale nel settore farmaceutico. E’ un settore, è bene subito precisarlo, che si caratterizza per l’altissima rilevanza delle spese in ricerca e sviluppo. Viaggiamo quasi sul 20% del fatturato, la quota più alta dei settori prima definiti come ad alta tecnologia.

Quasi tutte le imprese farmaceutiche rinnoveranno i loro impianti nei prossimi tre anni, alimentando un processo virtuoso che potrà rendere il settore ancora più competitivo, in particolare con investimenti in automazione e digitalizzazione – secondo i trend di Industria 4.0 – per adottare modelli, processi e organizzazione aziendale in direzione della cosiddetta “smart factory”.

Le imprese del farmaco, dopo aver già raggiunto un livello di avanguardia nell’automazione, vanno ora verso l’uso di robot intelligenti capaci di interagire in tempo reale con gli addetti (internet delle cose). Investendo sempre di più in software per la gestione integrata della fabbrica (ordini, magazzino, produzione), tecnologie di additive manufacturing (ad esempio la stampa 3D o di prototipizzazione virtuale), logistica intelligente e integrazione con l’indotto.

Il tessuto produttivo delle case farmaceutiche a capitale italiano è fatto di imprese medio-piccole, una situazione in linea con la struttura economica di tutta l’industria manifatturiera, che si differenzia nella sostanza da quella tedesca dominata da pochi big player (Bayer, Schering e Merck). Nel complesso, le aziende farmaceutiche a capitale italiano producono 12 dei 30 miliardi di euro che il nostro Paese può complessivamente vantare, tenendo cioè conto anche degli stabilimenti delle aziende estere. Va però anche detto che alcune aziende italiane hanno siti produttivi all’estero che forniscono il proprio contributo al Paese dove hanno scelto di investire.

È questo il caso della Menarini che produce sia a Dresda che a Berlino contribuendo, ai 31 miliardi di euro vantati dalla Germania. Al vertice della classifica delle aziende farmaceutiche a capitale italiano c’è proprio la Menarini che, secondo i dati di Farmindustria, nel 2016 ha fatturato 3,5 miliardi di euro; seguono Chiesi (1,6 miliardi), Bracco (1,36 miliardi), Recordati (1,2 miliardi), Alfasigma (1 miliardo). Nelle prime dieci si collocano altre cinque aziende che, pur avendo fatturati inferiori, rappresentano realtà molto significative del comparto: Angelini (850 milioni), Zambon (700 milioni), Italfarmaco (650 milioni), Kedrion (650 milioni), Dompé (260 milioni).

Terminiamo questa scheda con alcuni dati molto interessanti sull’impegno delle aziende farmaceutiche nel campo del welfare aziendale sussidiario. In generale, la percentuale di aziende farmaceutiche che offrono servizi di welfare è molto più elevata del totale delle industrie manifatturiere.

Ecco in dettaglio le percentuali di confronto. Il servizio mensa viene offerto nel 66% delle industrie farmaceutiche, contro il 37 del totale manifatturiero. Le agevolazioni di orario indicano un 39% contro il 20%. Il 35% delle aziende farmaceutiche concedono agevolazioni nel settore delle assicurazioni, contro il 18% del totale manifatturiero. L’assistenza sanitaria integrativa registra il 32% delle imprese farmaceutiche contro il 17% del totale del manifatturiero. La previdenza complementare il 26% contro il 14%. Gli asili nido il 24% rispetto al 6. La cessione di beni o servizi il 22% contro il 15%. I servizi di trasporto il 17% contro il 4%. Gli oneri di utilità sociale il 7% contro il 3%.

In definitiva, il settore farmaceutico si è rivelato un grande attore nel panorama produttivo italiano nell’uscita dalla crisi, con un grande impegno negli investimenti in ricerca e sviluppo e con una performance eccezionale delle esportazioni.

L’industria farmaceutica è in testa negli investimenti di industria 4.0 per la digitalizzazione del sistema nei diversi campi: internet delle cose, manifattura additiva, cloud computing e big data, e così via.

Questi risultati di natura strettamente economica si combinano con un impegno di eccellenza nel campo del welfare aziendale sussidiario e nella responsabilità sociale soprattutto nei confronti dei dipendenti, la risorsa più preziosa per lo sviluppo e la sostenibilità dell’impresa nel lungo periodo.

 

Giovanni Scanagatta

Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID)

Roma, 5 marzo 2018    

 

 

 

 

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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