L’INTEGRAZIONE ECONOMICA TRA ITALIA E GERMANIA: UN APPROFONDIMENTO SULLA DIVERSIFICAZIONE DEGLI SCAMBI

Si sta parlando molto in questi giorni della crescita economica zero dell’Italia. Naturalmente il fenomeno è legato alla decelerazione delle economie mondiali e soprattutto di quelle europee e ai riflessi sull’Italia, essendo noi un Paese molto aperto agli scambi con l’estero.

In questa scheda si approfondisce il tema con particolare riferimento ai rapporti economici tra Italia e Germania, il nostro primo partner commerciale. Per ridurre i rischi di dipendenza dalla Germania, si analizza la via della diversificazione geografica degli scambi.  

La produzione industriale della Germania appare strettamente correlata a quella dell’Italia. Facendo 100 il 2017, si nota che i due indici della produzione industriale crescono in modo parallelo fino all’inizio del 2018. Successivamente l’andamento degli indici si inverte e diminuiscono insieme fino alla fine dell’anno. Nella parte finale del periodo, l’indice della produzione industriale tedesca cade ancora di più di quello italiano.

L’integrazione economica della Germania con l’Italia è molto forte: la Germania è il nostro primo partner commerciale e il valore delle esportazioni italiane verso il mercato tedesco rappresenta quasi il 13% delle esportazioni totali. Si tratta di un quarto di tutti i beni esportati dall’Italia in tutta l’Unione Europea.

I sistemi di produzione italiano e tedesco sono fortemente integrati nelle catene globali del valore. L’Italia è un importante fornitore di prodotti intermedi e di beni capitali alle imprese tedesche. La caduta della produzione industriale tedesca frena pertanto le esportazioni italiane.

Il rallentamento delle esportazioni, il 26% del prodotto interno lordo italiano nel 2017, condiziona la crescita per l’anno in corso, soprattutto per i distretti industriali della metalmeccanica del Nord dell’Italia, legati a doppio filo con l’economia tedesca.

Il 22% del totale delle esportazioni italiane di componenti e parti dell’automotive è diretto verso la Germania. Seguono i metalli di base con il 20,3%, la gomma e materie plastiche con il 18,6%, i prodotti in metallo con il 18,4%.

Dal punto di vista geografico, si evidenzia la provenienza delle esportazioni italiane verso la Germania in gran parte dalle Regioni del Nord. Le esportazioni del Trentino Alto Adige verso la Germania incidono per il 40% del valore aggiunto manifatturiero dell’area. Seguono la Regione Abruzzo con il 34%, la Valle d’Aosta con il 33%, il Friuli Venezia Giulia con il 28%, il Piemonte con il 27% e le Regioni Veneto e Lombardia con il 24% ciascuna.

Il cicli economici misurati dalla variazione del PIL in termini reali di Germania e Italia nel periodo 1999-2017 appaiono strettamente correlati. Il coefficiente di correlazione lineare è pari a 0,85, quindi molto vicino all’unità. La regressione lineare tra i due cicli economici, posto che quello italiano dipenda da quello tedesco, indica che ad un aumento dell’1% della crescita della Germania corrisponde un aumento dello 0,86% della crescita dell’Italia. Rimane una componente strutturale negativa per l’Italia pari a 0,9 punti percentuali. Ciò significa che ad un aumento dell’1% del PIL tedesco in termini reali corrisponde un aumento ciclico dello 0,86% del PIL italiano, meno 0,9 punti di componente strutturale. Quindi una diminuzione del PIL italiano in termini reali dello 0,4%. I grafici allegati illustrano i risultati econometrici ottenuti.

Approfondiamo ora la questione riguardante la relazione tra la crescita del PIL italiano e la crescita delle esportazioni. Come si è già detto, il 25% delle esportazioni italiane verso l’Unione Europea è diretto verso la Germania. Si tratta di un indicatore della dipendenza delle esportazioni e dell’economia italiana da quella tedesca.

Un altro dato interessante riguarda, in generale, la quota totale delle esportazioni italiane verso l’Unione Europea (28 Paesi). Essa è uguale al 56%, contro il 44% delle esportazioni verso i Paesi non UE. Queste due percentuali esprimono sinteticamente la dipendenza della nostra economia, attraverso le esportazioni, dalle economie dei Paesi appartenenti all’Unione Europea e dalle economie dei Paesi esterni. Nel primo caso, non per tutti i Paesi, vige un’unica moneta, cioè l’euro, mentre nel secondo esiste il gioco del tasso di cambio dell’euro rispetto alle varie monete. In quest’ultimo caso, è importante l’elasticità delle esportazioni italiane rispetto al tasso di cambio (condizioni di Marshall-Lerner). Se questa elasticità è elevata, le esportazioni italiane risultano notevolmente avvantaggiate quando il cambio dell’euro si deprezza e svantaggiate nel caso contrario. Ad esempio, attualmente il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro si colloca intorno a 1,12 e questo è un notevole vantaggio per le esportazioni italiane verso le aree extra-UE, tenuto conto che alcuni mesi fa il livello del cambio euro-dollaro era molto più elevato.

Ma torniamo alle quote delle nostre esportazioni tra Paesi UE ed extra UE. Naturalmente, a parità di altre circostanze, siccome le nostre esportazioni sono deboli rispetto alle Germania converrebbe una quota più elevata delle esportazioni extra-UE, soprattutto verso Paesi come gli Stati Uniti, la Svizzera, l’India, il Giappone e la Cina in cui la domanda delle nostre esportazioni cresce al di sopra del 10%. In questo caso, l’effetto meccanico sulla crescita del nostro PIL attraverso le esportazioni è pari a 1,1% (0,26*0,44*0,10). L’effetto positivo sulla crescita del PIL salirebbe a 1,3% nell’ipotesi di una quota del 50% delle esportazioni italiane verso i Paesi extra-UE. Si tenga inoltre presente che il tasso di crescita delle nostre esportazioni verso i Paesi extra-UE potrebbe crescere sensibilmente in relazione al deprezzamento del tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro.

In queste condizioni, all’Italia conviene pertanto spostare le esportazioni verso i Paesi extra-UE che crescono di più o risentono meno del rallentamento dell’economia. Si tratta di un fenomeno che gli economisti definiscono di trade diversion, rispetto all’altro fenomeno definito di trade creation.  

Va inoltre evidenziato un importante effetto-reddito riguardante le esportazioni italiane verso Paesi come la Cina o l’India, che hanno registrato forti aumenti del reddito pro capite, allargando la fascia media della popolazione. Tale fascia mostra una preferenza notevole per i prodotti italiani di qualità e a forte contenuto di bellezza, accrescendo le possibilità di crescita delle esportazioni italiane verso questi Paesi che stanno migliorando il loro livello di vita. Ma si tratta non solo di beni di consumo ma anche di beni di investimento, come la meccanica strumentale in cui l’Italia presenta notevoli punti di forza. Ciò è messo in evidenza dalla distribuzione per settori delle nostre esportazioni.

Terminiamo questa scheda accennando alla politica economica estera che bisognerebbe notevolmente rafforzare per sostenere le nostre esportazioni e accrescere il loro fondamentale contributo alla crescita del PIL e dell’occupazione. Si tratta evidentemente del sostegno non solo delle nostre esportazioni, ma anche di tutte le altre forme di internazionalizzazione nell’economia globalizzata: accordi di collaborazione tecnica, commerciale e produttiva con altre imprese estere, scambio di brevetti e licenze, programmi di penetrazione commerciale all’estero, investimenti diretti esteri e così via.

I due Istituti fondamentali di sostegno sono la SACE per l’assicurazione e la SIMEST per il finanziamento agevolato delle nostre esportazioni a pagamento differito, per la costituzione di imprese miste all’estero e per il sostegno ad altre operazioni di internazionalizzazione.

Per quanto riguarda la SIMEST, occorre evidenziale che il credito capitale dilazionato riguardante le nostre esportazioni a pagamento differito è molto basso rispetto alle esportazioni totali, che si spiega anche in relazione al livello contenuto dei tassi di interesse commerciale di riferimento (CIRRs), definiti in sede di Consensus dell’OCSE. Attualmente, ad esempio, tali tassi sul dollaro americano sono del 3,52% per le durate fino a 5 anni, del 3,54 per quelle oltre 5 e fino a 8,5 anni, del 3,61% oltre 8,5 anni. Al disotto dell’1% si collocano i tassi di interesse commerciale di riferimento per l’euro per tutte le durate (Dlgs 143/98 ex L. 227/77). Gli interventi si risolvono pertanto non in una vera e propria incentivazione ma in una stabilizzazione dei tassi di interesse.

In definitiva bisognerebbe rafforzare notevolmente gli strumenti della politica economica estera, in particolare quelli di natura finanziaria. Ci si riferisce alle disponibilità operative della SIMEST e alla diffusione dei vari strumenti di incentivazione a sostegno dei processi di internazionalizzazione delle imprese.

Sul piano generale, necessitano iniziative più incisive di tipo strategico e operativo da parte del nostro Istituto per il Commercio con l’Estero (ICE) i cui servizi vengono utilizzati pochissimo dalle nostre imprese che operano sui mercati internazionali. Le azioni andrebbero coordinate efficacemente con le Ambasciate e gli Uffici commerciali, con l’obiettivo di un’efficace diplomazia sul piano economico in campo internazionale.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 15 aprile 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TASSI DI CRESCITA REALE DEL PIL DI GERMANIA E ITALIA IN %

 

ANNI

GERMANIA

ITALIA

STIMA IT

 

1999

1,5

1,3

0,4

 

2000

3

2,7

1,7

 

2002

0,4

0,4

-0,6

 

2003

-0,1

0,4

-1,0

 

2004

1,7

1,3

0,6

 

2005

0,9

0,1

-0,1

 

2006

2,7

1,9

1,4

 

2007

2,5

1,4

1,3

 

2008

1

-1

0,0

 

2009

-4,7

-5,1

-4,9

 

2010

3,5

1,3

2,1

 

2011

3,1

0,4

1,8

 

2012

0,7

-2,4

-0,3

 

2013

0,5

-1,8

-0,5

 

2016

1,7

0,8

0,6

 

2017

2,1

1,5

0,9

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Serie 1 = Germania

Serie 2 = Italia

Serie 1 = Crescita effettiva del PIL dell’Italia

Serie 2 = Crescita stimata del PIL dell’Italia sulla base della crescita del PIL della Germania

 

 

Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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