L’EX ILVA DI TARANTO E LA SOSTENIBILITÀ ECONOMICA E AMBIENTALE

Il caso Arcelor Mittal delle acciaierie di Taranto (ex Ilva) fa discutere molto sul piano politico, ma c’è poca chiarezza sul piano economico. Mi propongo qui di affrontare in modo semplice quest’ultimo importante aspetto sulla base dei dati disponibili. Toccherò poi il difficile problema della relazione tra sostenibilità economica e sostenibilità ambientale, particolarmente delicata nel caso di Taranto.

E’ innanzi tutto evidente che l’acciaio è importante per l’Italia, essendo uno dei primi Paesi manifatturieri dell’Unione Europea.  Ma non è questa la domanda che ci dobbiamo porre perché qui la risposta è scontata. La domanda vera è invece se oggi è conveniente produrre acciaio in Italia. E in caso di risposta negativa, cosa bisognerebbe fare per rendere conveniente la produzione di acciaio nel nostro Paese. Va tenuto presente che parliamo di una multinazionale che può scegliere di produrre acciaio in tutto il mondo, con differenze sul piano dei salari, del costo del capitale, fiscale, dei vincoli di tipo ambientale e amministrativo, delle politiche industriali di sostegno al settore e così via.

Partiamo dai dati economici di Arcelor Mittal a livello mondiale ed europeo nel primo semestre del 2019 nei confronti dello stesso semestre dell’anno precedente. Le vendite mondiali nel primo semestre del 2019 sono ammontate a 38,5 miliardi di dollari rispetto a 39,2 dello stesso semestre del 2018, quindi una diminuzione di quasi il 2%.

L’Europa, con un peso del 54% sul fatturato mondiale, ha conosciuto una contrazione del fatturato leggermente inferiore al 2%. Il margine operativo in Europa nel primo semestre dell’anno è stato negativo per l’1,4% del fatturato, contro un margine positivo del 6,8% nel primo semestre del 2018. Il prezzo medio di vendita dell’acciaio è diminuito del 10,5% nel primo semestre del 2019 rispetto al primo semestre del 2018.  Quindi, in Europa, Arcelor Mittal perde, con una caduta della redditività operativa tra il primo semestre del 2019 e quello del 2018 superiore all’8%. Quindi eccesso di capacità produttiva, costo del lavoro superiore a quello dei paesi extra-europei, minori vincoli ambientali e amministrativi e altri differenziali negativi.

Di fronte a questo quadro, c’è un solo modo per rendere competitivo a livello mondiale l’impianto di Taranto: aumentare la produttività, cioè accrescere il rapporto tra valore aggiunto e occupati. La cosa più praticabile è quindi la riduzione dei dipendenti, con un contemporaneo sforzo di investimenti innovativi sul piano produttivo e ambientale per accrescere il valore aggiunto. Ecco l’esubero di 5 mila occupati, a fronte del mantenimento stabile degli altri 5 mila che deve essere assolutamente garantito a fronte di un piano industriale a medio termine credibile e sostenibile. In caso contrario si prospetta la chiusura totale dell’impianto. 

Taranto rappresenta un caso da manuale del rapporto tra sostenibilità economica e sostenibilità ambientale. Tra le due sostenibilità esiste una relazione negativa, a parità di tecnologia. Per aumentare la sostenibilità economica (reddito degli occupati nell’impianto e delle loro famiglie), a parità di sostenibilità ambientale (salute di tutti i cittadini), è necessario investire nelle tecnologie pulite. Come pure è necessario farlo per accrescere la sostenibilità ambientale, a parità di sostenibilità economica. Ci possono essere naturalmente delle diverse combinazioni tra queste due politiche, in relazione alle funzioni  di preferenza.

Il tema della sostenibilità ambientale è particolarmente caro a Papa Francesco che nel 2015 ci ha fatto dono della Lettera Enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune. Papa Francesco si rivolge non solo ai credenti ma a tutto il mondo riguardo alla cura della nostra casa comune. Egli invoca la necessità di una ecologia integrale che riguarda non solo l’ambiente ma tutte le azioni dell’uomo, perché tutto risulta in relazione se abbiamo di vista la dignità della persona umana e la costruzione del bene comune. Come afferma Papa Francesco, per lo sviluppo integrale dell’uomo l’umanità ha bisogno di “cambiare il modello di sviluppo globale” (194).                   

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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