L’EUROPA A DUE VELOCITA’?

Le difficoltà di portare avanti un’Unione europea con una moneta unica tra paesi così diversi sul piano dei livelli di sviluppo, rende necessario pensare ad un cambiamento di rotta. La svolta potrebbe essere rappresentata da un’Unione europea a due velocità, con un primo gruppo di Paesi che rafforzano le basi dell’euro non solo con una politica monetaria unica ma anche con una politica fiscale unica. Un secondo gruppo di Paesi che avranno un tasso di cambio fisso, ma aggiustabile, tra le loro monete e l’euro.

Un’Unione europea quindi a due velocità, con il nucleo centrale formato dai sei Paesi fondatori che hanno firmato nel 1957 i Trattati di Roma: Germania, Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo.   

Avere una politica fiscale unica significa unificare il bilancio statale sia dal lato delle spese che da quello della tassazione. Inoltre avere un debito pubblico unico e un’unica emissione di strumenti del debito pubblico. In questo modo cadono il due vincoli di Maastricht riguardanti il rapporto tra deficit pubblico e PIL e quello tra debito pubblico e PIL. Cade automaticamente in questo modo il problema dello spread che costituisce un vulnus alla sostenibilità nel lungo periodo di una moneta unica.

Vediamo per questo alcuni indicatori economici e di finanza pubblica riguardanti i sei Paesi che hanno firmato nel 1957 i Trattati di Roma e quelli di altri tre Paesi che manterrebbero un tasso di cambio fisso ma aggiustabile tra la loro moneta e l’euro. Facciamo riferimento, a titolo di esempio, alla Spagna, al Portogallo e alla Grecia.

Confrontiamo per questo la correlazione della crescita del PIL in termini reali della Germania con gli altri cinque Paesi che hanno firmato i Trattati di Roma, nel periodo che va dal 1999 al 2017. Di questi Paesi si confronteranno anche i rapporti tra debito pubblico e PIL, con lo scopo poi di unificare il debito pubblico in rapporto al PIL complessivo. Successivamente si calcolerà la correlazione tra la crescita del PIL dei tre Paesi indicati e quella della Germania, per un supporto empirico alla via dell’Europa a due velocità qui proposta.

Assumiamo la correlazione lineare tra la crescita del PIL della Germania e degli altri cinque Paesi che hanno firmato i Trattati di Roma nel 1957, come indicatore dell’integrazione economica. Il periodo riguarda gli anni che vanno dal 1999 al 2017. Sulla base di tale indice, l’integrazione economica tra i sei Paesi risulta molto elevata. L’indice positivo di correlazione risulta pari a 0,87 con la Francia, a 0,85 con l’Italia, 0,88 con il Belgio, 0,84 con l’Olanda e 0,75 con il Lussemburgo (vedere grafico allegato). Ha quindi un senso proporre questi sei Paesi come appartenenti alla prima velocità dell’Unione europea. Molto più bassa risulta, nello stesso periodo, la correlazione lineare positiva tra la crescita del PIL della Germania e quella della Spagna, del Portogallo e della Grecia. Per la Spagna l’indice di correlazione positivo risulta pari a 0,62; 0,58 per il Portogallo; 0,05 per la Grecia (vedere grafico allegato). L’integrazione economica di questi tre Paesi con il nucleo centrale dei sei risulta pertanto molto più bassa e giustifica il fatto di porre Spagna, Portogallo e Grecia nell’Unione europea di seconda velocità, con un tasso di cambio fisso ma aggiustabile delle monete di questi Paesi con l’euro. Colpisce la posizione della Grecia che ha mostrato tassi di crescita del PIL particolarmente elevati nel periodo 1999-2007, con valori dal 3% in su. Successivamente l’economia della Grecia è stata letteralmente massacrata dalla politica eccessivamente rigida da parte dell’Unione Europea, con condizioni eccessivamente penalizzanti per gli aiuti. Nel periodo 2009-2013, i tassi di crescita del PIL della Grecia sono stati sempre negativi, in un intervallo tra il -2% e il -6,9%.

Potrebbe quindi avere senso spingere sulla forte integrazione economica esistente tra i sei Paesi che hanno firmato i Trattati di Roma nel 1957, stabilendo non solo un’unica politica monetaria ma anche un’unica politica fiscale, dal lato delle spese e delle entrate. Occorre naturalmente unificare il debito pubblico, tenendo presenti le diverse incidenze di partenza dei debito pubblico dei sei Paesi sui rispettivi PIL. La Germania ha un’incidenza del debito pubblico sul PIL (dati 2017) del 65,7%, la Francia del 96,1%, l’Italia del 131,2%, il Belgio del 104,3%, l’Olanda del 59%, il Lussemburgo del 19,3%. La messa in comune del debito pubblico e del PIL dei sei Paesi consentirebbe di posizionare il rapporto tra le due variabili all’88,7%. Un valore sostenibile nel lungo periodo per la solidità dell’euro grazie all’eliminazione del problema dello spread riguardante i Paesi che presentano un rapporto tra debito pubblico e PIL superiore all’88,7%.

Il problema dello squilibrio nella redistribuzione del debito tra i sei Paesi, potrebbe essere risolto nel modo seguente. I tre Paesi che presentano un rapporto tra debito pubblico e PIL superiore all’88,7% dovranno accollarsi la differenza a loro carico. Si tratta dell’Italia con il 42,5%, del Belgio con il 15,6% e della Francia con il 7,4%.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 17 giugno 2019                      

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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