Le grandi discussioni sulla flat tax

1.Tutti i partiti in campagna elettorale stanno parlando nei loro programmi di riduzione delle tasse, per sostenere lo sviluppo e l’occupazione.

Alcuni propongono ritocchi verso il basso dell’attuale elevata pressione fiscale, lasciando immutato il sistema, mentre altri parlano di una vera e propria rivoluzione passando ad un diverso sistema fiscale. Ci riferiamo alla flat tax (tassa forfettaria) che ha origini antichissime. Si pensi, ad esempio, al Levitico, uno dei cinque libri più importanti della Bibbia, che stabiliva il pagamento della decima non progressiva sul reddito con riferimento ai frutti della terra, per il sostentamento dei sacerdoti della tribù di Levi.

La flat tax è un sistema di tassazione proporzionale e non progressivo. Tale sistema può però essere modificato in modo sostanziale da detrazioni e deduzioni fiscali, ottenendo un’aliquota media crescente. Inoltre i sistemi di flat tax prevedono l’esonero fiscale per le famiglie con un reddito inferiore ad una certa soglia (no tax area). Tutto questo naturalmente riduce la portata delle critiche alla flat tax sul piano dei principi della capacità contributiva e della progressività delle imposte sanciti dall’articolo 53 della nostra Costituzione. Inoltre la flat tax può semplificare enormemente il sistema fiscale che si è andato appesantendo in modo insopportabile nel corso degli anni come nel caso italiano, favorendo comportamenti di evasione, erosione ed elusione fiscale.

Milton Friedman propose la flat tax negli Stati Uniti d’America nel 1956 e nel 1994 il Prof. Antonio Martino la propose per l’Italia. Il Governo di allora fece propria questa proposta, con un’aliquota forfettaria del 23%, ma non fu mai applicata.  

Per quanto riguarda l’Europa, la flat tax è stata applicata solo nei Paesi dell’Est, con un massimo della Lituania del 33% e un minimo dell’Albania e della Bulgaria del 10%. In larga parte si tratta però di paesi con una forte evasione fiscale.

La stessa forza politica che nel 1994 andò al Governo, ripropone ora la flat tax con un’aliquota unica sempre del 23%, e con una soglia elevata di esonero fiscale. Il costo totale nel breve termine per le casse dello Stato viene stimato in circa 50 miliardi di euro, ma si ritiene che si tratti di una stima in difetto. Nel medio-lungo termine le cose dovrebbero migliorare, con un aumento del gettito in relazione alla forte riduzione dell’aliquota fiscale forfettaria. Dovrebbe cioè operare a pieno la curva di Laffer sulla relazione tra gettito fiscale e aliquota d’imposta.

  1. Ci si propone ora di analizzare sul piano teorico la relazione tra riduzione delle tasse e ripresa dello sviluppo economico e dell’occupazione.

I paradigmi sono diversi, ma qui ci soffermerà su quello keynesiano della domanda effettiva, sulla relazione tra risparmio, tassazione e investimenti secondo Kalecki, sulla curva di Laffer riguardante la relazione tra pressione fiscale e gettito tributario. All’interno dell’approccio keynesiano della domanda effettiva, esamineremo anche il teorema di Haavelmo della spesa pubblica in pareggio.

Come primo paradigma, ci riferiamo al moltiplicatore keynesiano degli investimenti in presenza di tassazione del reddito. In questo caso, il consumo dipenderà dalla propensione marginale rispetto al reddito disponibile, cioè dalla differenza tra il reddito stesso e i tributi. Si può dimostrare che il moltiplicatore varia in misura inversa rispetto alla pressione fiscale. Più alta è la pressione fiscale, più basso è il moltiplicatore degli investimenti e quindi l’aumento del reddito. La normale propensione al consumo, in assenza di tassazione, viene infatti moltiplicata per il complemento a uno della pressione fiscale rispetto al reddito. Nel caso limite di una pressione fiscale pari al 100% del reddito, il moltiplicatore degli investimenti è pari a uno e cresce al diminuire della pressione fiscale stessa. In questo caso, il consumatore non ha nessuna libertà di spesa e la sua sopravvivenza dipende dalla decisioni centralizzate dello Stato attraverso le politiche della spesa pubblica. La sussidiarietà viene azzerata, mentre la solidarietà raggiunge il suo massimo grado. Nel caso opposto di pressione fiscale nulla, il moltiplicatore del reddito raggiunge il suo massimo e si accresce fortemente la libertà di scelta del consumatore nelle decisioni di spesa. Viene in questo modo esaltata al massimo la capacità del mercato e delle libere scelte del consumatore come strumenti di sviluppo e di creazione di benessere.

Il teorema di Haavelmo del 1945 può essere collocato all’interno dello schema keynesiano, ponendo la spesa pubblica uguale alla tassazione e quindi con un bilancio pubblico in pareggio. Il caso limite è sempre costituito da una tassazione uguale al 100% del reddito e in questa ipotesi il moltiplicatore è uguale a uno sia per gli investimenti autonomi privati che per la spesa pubblica coperta interamente dalle tasse.  

Il secondo paradigma è quello di Kalecki che evidenzia la stretta dipendenza degli investimenti dal risparmio d’impresa (autofinanziamento). Gioca in questo caso un ruolo cruciale l’autofinanziamento che può essere alimentato soprattutto dai profitti e dagli ammortamenti. Il rischio imprenditoriale è in questa ipotesi al limite inferiore, rispetto al caso del finanziamento degli investimenti attraverso il debito. In questo caso, entra in gioco la variabile kaleckiana del rischio crescente che porta con sé un tasso di interesse crescente e quindi alla necessità di un profitto maggiore, come premio al rischio.

Si muovono in questa direzione le recenti politiche industriali riguardanti il piano Industria 4.0 del Ministero dello Sviluppo Economico. Tale piano prevede infatti superammortamenti riguardanti gli investimenti strategici nella digitalizzazione delle imprese, iperammortamnti e crediti d’imposta per le spese di formazione e di ricerca. Queste politiche permettono di accrescere il risparmio d’impresa (autofinanziamento) per la copertura degli investimenti in digitalizzazione e quindi aumenti di produttività che possono arrivare fino al 30%. Quindi minore tassazione sui redditi d’impresa, maggiore autofinanziamento, maggiore accumulazione, maggiore sviluppo e più elevata occupazione.   

L’ultimo paradigma qui presentato riguarda la curva di Laffer. Tale curva mette in evidenza una relazione di tipo parabolico tra gettito fiscale e pressione fiscale. Il gettito fiscale cresce all’aumentare della pressione fiscale fino a raggiungere un massimo. Raggiunto tale massimo, il gettito decresce all’aumentare della pressione fiscale fino ad azzerarsi in corrispondenza ad una pressione fiscale pari al 100%. Dopo un certo livello di pressione fiscale, entrano in gioco fenomeni di evasione fiscale, di erosione e di elusione. In altre parole, i comportamenti effettivi riportano la pressione fiscale reale ad un livello ritenuto sopportabile, grazie ai suddetti fenomeni.

Aumenti della pressione fiscale al di là del livello del 25-30%, che per convenzione possiamo definire ottimale, si accompagnano a riduzioni del gettito fiscale. Riduzioni dell’aliquota consentono invece di accrescere le entrate fiscali.   

La curva di Laffer ha ispirato le politiche fiscali di Reagan e della Thacher. Essa fa sorgere il problema della tassazione ottimale per favorire e non frenare lo sviluppo economico e l’occupazione e viene indicata da molti, in via meramente empirica, tra il 25 e il 30%.

Ci rendiamo conto di quanto bisognerebbe ridurre la pressione fiscale nel caso italiano, dovendo nel contempo rimettere in discussione il sistema del Welfare State, partendo dal Sistema Pensionistico e dal Servizio Sanitario Nazionale. Nella nuova filosofia, come in effetti sta avvenendo da un po’ di tempo, si parla di welfare aziendale sussidiario, ora incentivato sul piano fiscale dalla legge di stabilità. L’impresa fornisce direttamente al lavoratore servizi i cui costi vengono scaricati sui conti aziendali, mentre il lavoratore è come se beneficiasse di una parallela integrazione del salario. 

Giova infine ricordare che, sul piano empirico, esiste una relazione negativa, anche se contenuta, tra incidenza della spesa pubblica sul reddito nazionale, considerando diversi paesi, e l’indice di sviluppo umano (ISU).     

L’indice di sviluppo umano è un indicatore di sviluppo macroeconomico realizzato nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq, seguito dall’economista indiano Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia. È stato utilizzato, accanto al PIL (prodotto interno lordo) pro capite, dall’Organizzazione delle Nazioni Unite a partire dal 1993 per valutare la qualità della vita nei Paesi membri. L’indice di sviluppo umano tiene conto di diversi fattori, oltre al PIL pro capite. Si tratta dell’alfabetizzazione e della speranza di vita.

  1. Consideriamo infine la politica fiscale alla luce dei grandi principi della Dottrina Sociale della Chiesa e, in particolare, dello sviluppo, del bene comune, della solidarietà e della sussidiarietà.

La politica fiscale, considerata dal lato della spesa pubblica e delle entrate tributarie, deve, secondo la Dottrina Sociale della Chiesa, mirare allo sviluppo per la costruzione del bene comune che è bene di tutti e di ciascuno, senza escludere nessuna persona, perché ogni uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio. Costruttore di bene comune non è solo lo Stato, ma anche la famiglia, l’impresa, gli enti intermedi e tutti quei soggetti che costituiscono la comunità civile. Si tratta del terzo pilastro di cui parla Giovanni Paolo II nella Centesimus annus del 1991, accanto allo Stato e al Mercato.

Una politica fiscale che rispetti i grandi principi della Dottrina Sociale della Chiesa deve correre dentro i due binari della solidarietà e della sussidiarietà. Un livello eccessivo di tassazione sacrifica il grande valore della sussidiarietà, introdotto da Pio XI nella grande Enciclica sociale del 1931, Quadragesimo anno. Un grado eccessivo di solidarietà sacrifica  il valore del diritto di libera iniziativa del cittadino e delle sue libere organizzazioni come l’impresa, indicate con grande forza da Giovanni Paolo II nell’Enciclica del 1987, Sollicituto rei socialis. Esso appiattisce tutto, burocratizzando in modo pericoloso l’intero sistema, con il pretesto della giustizia e dell’uguaglianza.

Ma anche un grado eccessivo di sussidiarietà con un bassissimo livello di tassazione è altrettanto dannoso, perché sacrifica la giustizia ed esalta gli egoismi localistici.

Bisogna trovare un giusto livello di tassazione che sappia coniugare in modo equilibrato i grandi valori della solidarietà e della sussidiarietà, a garanzia dello sviluppo per il bene comune.

 

Domenico Mastrolitto, Direttore Generale del Campus Bio-Medico, Roma.

Giovanni Scanagatta, Consigliere della Fondazione Vaticana “Cardinale Salvatore De Giorgi”.

 

Roma, 5 febbraio 2018

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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