Le considerazioni finali del governatore della banca d’Italia

Quest’anno le Considerazione finali del Governatore della Banca d’Italia, lette il 29 maggio scorso, sono passate un po’ in sordina a causa della grave crisi politica che ha monopolizzato tutto il sistema di informazione.

E’ invece importante conoscere, sia pure sinteticamente, le analisi e le valutazioni della Banca d’Italia sulla situazione e sulle prospettive economiche e finanziarie del nostro Paese. Si tratta infatti per tradizione e per autorevolezza di una delle più importanti istituzioni del nostro Paese. 

Le Considerazione finali si articolano in sei temi. Il primo riguarda il quadro internazionale e la politica monetaria dell’area euro; il secondo tema è dedicato all’economia italiana oggi; il terzo alle questioni strutturali; il quarto tema alla finanza pubblica; il quinto al settore finanziario e il sesto alle banche. Seguono infine considerazioni di sintesi sul nostro futuro.

Nel 2017, si legge nelle Considerazioni finali del Governatore, la crescita dell’economia mondiale è stata vigorosa, prossima al 4 per cento. Ha riflesso una generalizzata accelerazione degli investimenti e del commercio internazionale, che ha ripreso ad aumentare più del prodotto. L’espansione dell’attività economica si è diffusa a tutti i maggiori paesi; dovrebbe rimanere robusta nel futuro prossimo. Non mancano tuttavia i rischi. L’introduzione di misure di protezione commerciale e le possibili ritorsioni avrebbero gravi ripercussioni sull’attività produttiva mondiale. La stessa situazione di incertezza prodotta da dichiarazioni e annunci che prefigurano involuzioni protezionistiche influisce negativamente sui piani di investimento delle imprese attive sui mercati internazionali. Vi contribuisce il confronto tra chi preferirebbe un sistema di scambi basato su accordi bilaterali e chi sottolinea l’importanza di preservare le regole globali sul commercio, che hanno sostenuto l’integrazione e lo sviluppo economico degli ultimi decenni. Nell’area dell’euro la crescita del prodotto prosegue a un ritmo apprezzabile. Nel 2017 è stata pari al 2,4 per cento; vi ha contribuito, con il rafforzamento delle esportazioni, la tenuta di consumi e investimenti, che hanno continuato a beneficiare dell’aumento dell’occupazione e delle vantaggiose condizioni di finanziamento.

L’economia italiana è in recupero. La crescita del prodotto si è irrobustita lo scorso anno, portandosi all’1,5 per cento, più di quanto atteso dai principali previsori. È stata sospinta in misura ancora rilevante dalle politiche macroeconomiche, ma è in aumento la sua capacità di autosostenersi. La domanda ha riflesso il buon andamento dei consumi e soprattutto degli investimenti, aumentati del 3,8 per cento ma ancora lontani dai livelli precedenti la crisi .Le esportazioni si sono confermate un fattore trainante della crescita. Nel 2017 hanno registrato un’espansione del 5,4 per cento, superiore a quella degli altri principali paesi dell’area dell’euro. L’aumento si è consolidato nel corso del secondo semestre dell’anno nonostante il marcato apprezzamento del cambio occorso dalla primavera; è un segnale di recupero della capacità delle nostre imprese di competere sui mercati internazionali.

 Sui problemi strutturali dell’economia italiana molto è stato detto, afferma il Governatore.  In estrema sintesi, il potenziale di crescita risente di un contesto poco favorevole all’attività delle imprese; molte stentano a rimanere sul mercato, poche crescono. Vi sono però segnali di miglioramento. La riorganizzazione del tessuto produttivo, che si era avviata già prima della doppia recessione, si è intensificata anche per effetto della crisi. La capacità della nostra economia di impiegare risorse ed energie nelle iniziative più produttive, ancora bassa nel confronto internazionale, è in aumento. All’uscita dal mercato di molte aziende hanno fatto riscontro la nascita di imprese innovative e il rafforzamento di quelle che hanno saputo ricollocarsi su un sentiero di crescita. Queste dinamiche hanno in parte compensato le ripercussioni negative sulla produttività determinate dalla caduta degli investimenti durante gli anni della crisi. I miglioramenti sul fronte dell’innovazione sono anche frutto delle misure che hanno interessato l’intera catena produttiva dal 2012. Particolare rilevanza hanno rivestito il sostegno alle start-up innovative, il credito d’imposta per la ricerca e lo sviluppo, l’iper ammortamento degli investimenti in nuove tecnologie, l’introduzione di una tassazione favorevole per i redditi derivanti dall’utilizzo di brevetti e di altre innovazioni. Gli incentivi fiscali volti a rendere più conveniente il ricorso al capitale di rischio hanno contribuito al rafforzamento patrimoniale delle imprese, accrescendone sia la capacità di assorbire perdite sia quella di finanziare i progetti innovativi e l’espansione dell’attività.

Alla fine dello scorso anno il debito pubblico italiano era pari a quasi il 132 per cento del PIL. È un valore molto elevato rispetto al passato; supera di oltre 50 punti percentuali quello medio del resto dell’area dell’euro; costituisce un elemento di freno e la principale fonte di vulnerabilità per l’economia. Scoraggia gli investimenti aumentandone i costi di finanziamento e alimentando l’incertezza; accresce il ricorso a forme di tassazione distorsiva, con effetti negativi sulla capacità di generare reddito, risparmiare e investire; comprime i margini disponibili per politiche sociali e di stabilizzazione macroeconomica. Espone a crisi di fiducia, particolarmente pericolose quando, oltre a coprire il fabbisogno dell’anno, si devono rifinanziare ingenti importi di titoli in scadenza: in Italia si tratta complessivamente di circa 400 miliardi all’anno. Nel lungo periodo il contenimento del disavanzo e del debito poggia in larga misura sulla capacità della finanza pubblica di fare fronte all’aumento della spesa sociale determinato dall’invecchiamento della popolazione, in particolare nella previdenza e nella sanità. Le riforme introdotte in passato rendono gestibile la dinamica della spesa pensionistica; hanno risposto alla necessità di tenere conto dell’allungamento della vita media nel definire il rapporto tra i contributi versati e l’entità e la durata della pensione; hanno posto l’Italia in una posizione favorevole nel confronto internazionale.

L’industria finanziaria internazionale è interessata da un vasto processo di trasformazione. Dalla fine dello scorso decennio il ruolo delle banche nel finanziamento dell’economia si è progressivamente ridotto. È aumentato il peso del mercato dei capitali e di operatori non bancari che svolgono alcune funzioni tipiche della tradizionale intermediazione creditizia. La consistenza delle obbligazioni collocate sui mercati internazionali dai gruppi non finanziari è più che raddoppiata negli ultimi dieci anni, raggiungendo nel 2017 i 6.500 miliardi di dollari. Alla fine del 2016 le attività degli intermediari non bancari erano pari a 160.000 miliardi di dollari, quasi la metà di quelle detenute dal complesso degli intermediari finanziari. Il rapido sviluppo della tecnologia sta aprendo i mercati del credito e dell’intermediazione alla concorrenza di nuovi operatori, sia nelle economie avanzate sia nei paesi emergenti. Già oggi numerose imprese “fintech” offrono servizi innovativi e a basso costo nel comparto dei pagamenti elettronici, nella gestione del risparmio e nell’intermediazione mobiliare. Le maggiori imprese tecnologiche internazionali stanno inoltre facendo ingresso nel mondo del credito e della finanza.

Le banche sono dotate di un grande patrimonio informativo sulle imprese; possono utilizzarlo per innalzare barriere alla concorrenza di altri operatori, in una sterile difesa delle proprie posizioni, o valorizzarlo, invece, con lungimiranza per offrire nuovi servizi, volti anche a favorire il ricorso diretto al mercato da parte delle aziende. Ma occorre che esse adottino strategie incisive per affrontare le sfide poste dallo sviluppo della tecnologia, dalle pressioni concorrenziali, dai nuovi approcci alla regolamentazione e alla supervisione bancaria. Oltre a contenere le spese amministrative e il costo del personale, vanno diversificate le fonti di reddito. È una strada che si sta già percorrendo, lungo la quale si deve proseguire senza esitazioni. Nel 2017 le banche italiane hanno rafforzato il patrimonio. L’aumento del capitale di rischio è stato pari a 23 miliardi, di cui 4 forniti dallo Stato per la ricapitalizzazione della Banca Monte dei Paschi di Siena; il coefficiente di solvibilità (CET1 ratio) è cresciuto in media di oltre due punti percentuali, al 13,8 per cento; era pari al 7,1 dieci anni fa. Per i gruppi significativi la distanza dalla media dell’area dell’euro è diminuita di due punti percentuali, a 1,3 punti. Per un settore quale quello del credito cooperativo procedere con operazioni di aggregazione è una necessità urgente. Nell’ultimo decennio la patrimonializzazione delle BCC ha risentito del basso flusso di autofinanziamento e dei vincoli normativi al ricorso al mercato dei capitali. Il coefficiente di solvibilità è cresciuto di soli due punti percentuali, mentre per il totale del sistema bancario l’aumento è stato di circa sette punti. Ne è derivato altresì un limite alla capacità di far fronte al peggioramento della qualità dei prestiti: oggi le BCC registrano un’incidenza delle esposizioni deteriorate più elevata e un tasso di copertura più basso rispetto alla media di sistema. La riforma in corso di attuazione consentirà alle BCC di continuare a sostenere con efficacia le economie locali anche nel nuovo contesto regolamentare, mantenendo allo stesso tempo lo spirito mutualistico che le contraddistingue.

La parte finale delle Considerazioni è dedicata al futuro della nostra economia e alle sfide che dobbiamo affrontare per un mondo migliore delle nostre giovani generazioni. L’Italia ha le sue carte da giocare. Veniamo da un quarto di secolo di arretramento economico rispetto agli altri paesi avanzati, culminato in una doppia recessione che ha fatto danni paragonabili a quelli di una guerra. Ma ne stiamo laboriosamente venendo fuori. Stiamo riuscendo a scalfire quel blocco strutturale che impedisce al dinamismo delle imprese di esprimersi e diffondersi. I primi risultati dello sforzo collettivo compiuto sono oggi visibili. La struttura produttiva sta lentamente cambiando, l’occupazione è in crescita, gli investimenti sono tornati ad aumentare, segnalando una maggiore fiducia nel futuro. I conti con l’estero vanno bene e sono drasticamente calate le nostre passività nette. Ma va ancora sottolineato che per ridurre il debito non vi sono scorciatoie. Gran parte del risparmio finanziario accumulato dagli italiani trova corrispondenza, diretta o indiretta, nei 2.300 miliardi del nostro debito pubblico. Se venisse messo a repentaglio il valore della loro ricchezza reagirebbero fuggendo, cercando altrove riparo. E gli investitori stranieri sarebbero più rapidi. La crisi finanziaria che ne conseguirebbe farebbe fare al nostro paese molti passi indietro. Macchierebbe in modo indelebile la reputazione dell’Italia nel mondo. Il destino dell’Italia è quello dell’Europa. Siamo parte di una grande area economica profondamente integrata, il cui sviluppo determina il nostro e allo stesso tempo ne dipende. È importante che la voce dell’Italia sia autorevole nei contesti dove si deciderà il futuro dell’Unione europea. Tutti i paesi che ne fanno parte devono contribuire al suo progresso. Nei prossimi mesi saranno affrontate questioni di grande rilievo: la governance dell’Unione, il suo bilancio pluriennale, la revisione della regolamentazione finanziaria. L’Europa ha bisogno di rivedere gli strumenti esistenti e di crearne di nuovi, comuni, per affrontare gli shock economici e finanziari, in un contesto in cui quelli nazionali sono deboli o indisponibili. Perseverando tutti nello sforzo indispensabile di ammodernamento, potremo contribuire all’affermazione dei valori fondamentali del progetto europeo, tornare a uno sviluppo sostenuto, garantire il benessere e la pace delle generazioni future. Mai come oggi sono attuali le parole degli illustri Governatori che mi hanno preceduto: “Sta in noi”.

 

Giovanni Scanagatta

Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID)

Roma, 4 giugno 2018

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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