LE CONSIDERAZIONI FINALI DEL GOVERNATORE DELLA BANCA D’ITALIA

1.Il 31 maggio scorso si è svolta l’Assemblea Annuale della Banca d’Italia con la lettura delle Considerazioni Finali del Governatore.

Le Considerazioni Finali si compongono di una premessa e di quattro parti dedicate ai seguenti temi: La congiuntura internazionale e l’economia italiana; Le difficoltà strutturali dell’economia italiana; Banche, finanza, vigilanza; L’Italia e l’Europa.

Scopo della presente scheda è di presentare una sintesi delle Considerazioni Finali.

Nella Premessa si ricorda il rinnovo dei membri del Direttorio.  Fabio Panetta è il nuovo Direttore Generale della Banca d’Italia. Viene confermato Luigi Federico Signorini, mentre i due nuovi membri sono Alessandra Perrazzelli e Daniele Franco.

  1. La congiuntura internazionale è in rallentamento e ne risente in particolar modo il nostro Paese.

Il sistema di istituzioni sovranazionali e di regole multilaterali che dal dopoguerra ha sostenuto l’integrazione e lo sviluppo economico mondiale è entrato in una fase di grave difficoltà. La tendenza all’apertura degli scambi, accentuatasi negli ultimi decenni, si è arrestata. La brusca frenata del commercio internazionale osservata nel corso del 2018 ha riflesso le tensioni connesse, in primo luogo, con la nuova strategia protezionistica perseguita dagli Stati Uniti. Dal multilateralismo si tende a passare al bilateralismo degli accordi commerciali.

 Il Fondo monetario internazionale prevede che la crescita globale si riduca quest’anno al 3,3 per cento, il valore più basso dalla contrazione del 2009. Il rallentamento interessa soprattutto l’economia dell’area dell’euro, più aperta agli scambi internazionali rispetto a Stati Uniti e Giappone. La dipendenza dalla domanda estera è particolarmente elevata in Germania, la nazione più vulnerabile sotto questo profilo, ma anche in Francia, Italia e Spagna, paesi molto integrati nelle catene globali del valore, incluse quelle intra-europee.

Il nostro paese può fare affidamento su punti di forza in grado di sostenere l’attività in una congiuntura sfavorevole. Nel decennio in corso le esportazioni di beni hanno tenuto il passo della domanda estera, interrompendo la precedente lunga fase di calo della quota di mercato mondiale. Il saldo delle partite correnti è tornato positivo dal 2013 e l’avanzo si attesta ormai da tre anni intorno al 2,5 per cento del PIL.

Nel complesso l’economia fatica però a riprendersi dalla doppia recessione. Il prodotto è ancora di oltre 4 punti percentuali inferiore ai valori del 2007, di 7 in termini pro capite. Il tasso di occupazione, pur risalito al livello del 59 per cento registrato in quell’anno, è inferiore di 9 punti alla media dell’area dell’euro. È aumentato il ritardo di sviluppo del Mezzogiorno, dove la disoccupazione supera il 18 per cento delle forze di lavoro, contro il 7 nel Centro Nord; il divario è 4 punti più alto che nel 2007.

  1. La spesa per investimenti pubblici è pari a circa il 2 per cento del PIL, un terzo in meno che all’inizio di questo decennio. L’obiettivo di recuperare in tre anni la metà del terreno perduto, con aumenti programmati di spesa dell’ordine del 10 per cento all’anno, presuppone un miglioramento notevole della capacità di passare dall’individuazione delle opere alla loro effettiva realizzazione. Ma non è sufficiente spendere di più; va accresciuta l’efficienza nell’impiego delle risorse, migliorando il processo di selezione, assegnazione ed esecuzione dei lavori: nel confronto internazionale il ritardo dell’Italia è maggiore in termini di opere realizzate che di spese effettuate.

L’Italia ha risposto con ritardo alla rivoluzione tecnologica. Ne ha risentito marcatamente la crescita economica. Ai settori che compongono l’economia digitale è oggi riconducibile il 5 per cento del totale del valore aggiunto, contro circa l’8 in Germania e una media del 6,6 nell’Unione europea. Dall’avvio della crisi dei debiti sovrani il peso di questi settori da noi si è ridotto, in controtendenza rispetto alla media europea. Ma per la stessa sostenibilità dello sviluppo economico e sociale, e per non compromettere gli equilibri ambientali, non si può fare a meno di investire in tecnologie avanzate ed ecocompatibili.

Il limitato investimento nell’innovazione si accompagna a un livello di conoscenze e competenze di studenti e adulti italiani anch’esso basso nel confronto internazionale. Si tratta di ritardi che si influenzano reciprocamente, in un circolo vizioso che va invertito. Investimenti in formazione che abbraccino l’intera vita lavorativa sono necessari anche per evitare il rischio che con la diffusione delle nuove tecnologie, e con la conseguente minore domanda di lavoro per le attività che più risentono dell’affermarsi dell’automazione e della digitalizzazione, aumentino le disuguaglianze di reddito e di opportunità e si riduca l’occupazione.

Per migliorare le condizioni economiche nel Sud e nelle Isole ed elevarne il potenziale di crescita vanno definite e poste in atto linee di azione di lungo respiro, con il pieno utilizzo delle possibilità offerte dai finanziamenti europei e nazionali. È necessario intervenire sui fattori alla base del ritardo del Mezzogiorno, non ci si può solo affidare ai tentativi di compensarlo con trasferimenti monetari. Gli effetti sull’economia meridionale degli investimenti pubblici nella scuola e nelle infrastrutture possono essere rilevantissimi.

  1. Anche se il rafforzamento dei bilanci delle banche italiane è proseguito nel 2018, gli effetti della crisi non sono ancora pienamente riassorbiti e rallentano la reazione degli intermediari ai profondi cambiamenti nella struttura del mercato, nelle abitudini della clientela, nella regolamentazione finanziaria, nella tecnologia. Come nel resto dell’area dell’euro la redditività, pure in ripresa, resta bassa e l’incidenza dei costi operativi stenta a ridursi. Le quotazioni di borsa riflettono questi andamenti. Permangono casi di difficoltà di banche di medie dimensioni, che sono all’attenzione delle autorità di vigilanza italiana ed europea e del Governo. Si stanno attivamente ricercando soluzioni in grado di rilanciare gli intermediari e di salvaguardare i soggetti coinvolti.

Le banche italiane stanno ampliando l’offerta online dei servizi tradizionali, con l’obiettivo di accrescere l’efficienza degli assetti organizzativi e gestionali; quasi tutte permettono di effettuare pagamenti, in molti casi anche di piccola entità, attraverso dispositivi mobili. Oltre la metà colloca prodotti di risparmio attraverso canali digitali; è ancora contenuto, pur se in crescita, il numero degli intermediari che offrono finanziamenti attraverso portali. Il ritardo nella risposta alle sfide poste dall’utilizzo delle tecnologie più complesse rischia però di determinare una progressiva erosione delle quote di mercato. Si stima che la metà delle banche non ha ancora avviato, né sta pianificando, sperimentazioni in questo campo, ad esempio nell’impiego di nuovi strumenti per la valutazione del merito di credito. Le risorse dedicate a questi progetti sono relativamente contenute e concentrate presso gli intermediari più grandi.

Il ruolo dei mercati e degli intermediari non bancari nell’allocazione delle risorse tende ad aumentare, in Europa e a livello globale. Si tratta di una tendenza che può apportare benefici nei paesi, come l’Italia, in cui è preponderante il peso dell’intermediazione bancaria. Un sistema finanziario diversificato sostiene la crescita economica e consente di attenuare gli effetti che shock avversi hanno sull’attività produttiva. Per favorire gli investimenti, soprattutto quelli più innovativi e a più lungo termine, servono mercati dei capitali ampi e liquidi. Sono necessari operatori specializzati che favoriscano l’offerta di capitale di rischio e assistano le imprese nei diversi stadi del loro sviluppo.

È ancora ampio il divario rispetto ai paesi in cui i mercati dei capitali sono più sviluppati. In Francia e nel Regno Unito il rapporto tra la capitalizzazione di borsa delle società non finanziarie e il PIL è oltre tre volte quello che si osserva in Italia e la quota delle obbligazioni sul complesso dei debiti finanziari delle imprese è quasi doppia. È necessario continuare a promuovere lo sviluppo della finanza non bancaria valutando l’efficacia delle iniziative già introdotte, razionalizzando gli interventi, favorendo la stabilità del quadro normativo.

  1. L’economia italiana è profondamente integrata in quella europea. Il 60 per cento delle nostre importazioni proviene dagli altri paesi dell’Unione europea. Il 56 per cento delle esportazioni è a essi destinato; negli ultimi venti anni, anche per effetto dell’allargamento dell’Unione, la loro incidenza sul PIL è aumentata di quasi 5 punti percentuali, al 18 per cento. I due terzi degli investimenti esteri diretti e di portafoglio in Italia provengono dai paesi dell’Unione, che a loro volta ricevono il 60 per cento di quelli italiani.

La debolezza della crescita dell’Italia negli ultimi vent’anni non è dipesa né dall’Unione europea né dall’euro. Quasi tutti gli altri Stati membri hanno fatto meglio di noi. Quelli che oggi sono talvolta percepiti come costi dell’appartenenza all’area dell’euro sono, in realtà, il frutto del ritardo con cui il Paese ha reagito al cambiamento tecnologico e all’apertura dei mercati a livello globale. La specializzazione produttiva in settori maturi ha esposto l’economia alla concorrenza di prezzo di quelle emergenti. Le esitazioni nel processo di riduzione degli squilibri nei conti pubblici hanno compresso i margini per le politiche volte alla stabilizzazione macroeconomica e a innalzare durevolmente la crescita.

Sebbene la moneta unica abbia rappresentato un passo cruciale nel processo di integrazione europea, l’Unione economica e monetaria rimane una costruzione incompiuta. Chi ne ha disegnato l’architettura ne era consapevole, richiedeva e confidava in progressi successivi. Ancora prima dell’introduzione dell’euro erano state sottolineate la peculiare condizione di una moneta senza Stato, la solitudine istituzionale della BCE, i problemi posti dalla mobilità imperfetta del lavoro e dei capitali. Si faceva affidamento sulla spinta che l’integrazione avrebbe dato alla convergenza economica dei paesi membri e su una strategia di riforme graduali, da compiere al maturare delle condizioni politiche.

I rischi che questo processo comportava si sono materializzati con violenza inattesa con la crisi dei debiti sovrani. È emersa appieno l’inadeguatezza della governance economica dell’area dell’euro: le regole dei Trattati non sono state in grado di orientare in modo appropriato le politiche nazionali, di assicurarne il necessario coordinamento. L’assenza di strumenti comuni per la gestione delle crisi delle economie nazionali le ha rese più lunghe e profonde e ha favorito fenomeni di contagio.

Un’unione di bilancio, realizzabile in forme diverse ma comunque diretta in primo luogo alla stabilizzazione macroeconomica, consentirebbe di conciliare il pieno esercizio di tale funzione con l’equilibrio dei conti pubblici in ciascun paese.

La politica monetaria è stata l’unica linea di difesa durante la crisi dei debiti sovrani e contro i rischi di deflazione emersi negli anni successivi. Il Consiglio direttivo della BCE ha dimostrato di essere pronto a utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione, e a introdurne di nuovi, per perseguire l’obiettivo della stabilità dei prezzi. Ha avuto successo, ma la sua azione avrebbe potuto essere ancora più efficace se altre politiche economiche l’avessero accompagnata.

L’introduzione di attività finanziarie prive di rischio (safe assets) nell’area dell’euro è il comune denominatore necessario per completare le tre unioni – bancaria, del mercato dei capitali, di bilancio – che devono affiancare quella monetaria. Sostituendosi in parte ai titoli pubblici nazionali, un titolo di debito europeo agevolerebbe la diversificazione delle esposizioni sovrane delle istituzioni finanziarie; ridurrebbe il rischio che nei momenti di tensione sui mercati la ricerca di sicurezza da parte degli investitori si traduca in massicce fughe di capitali dai paesi in difficoltà, permettendo invece al mercato finanziario di svolgere un’efficace funzione di assorbimento degli shock; potrebbe essere lo strumento per finanziare gli stabilizzatori automatici comuni.

  1. Venti anni fa nasceva l’euro. La partecipazione dell’Italia alla moneta unica fin dall’avvio non era scontata, ma il Paese perseguì con determinazione gli obiettivi economici e finanziari necessari per raggiungere quel traguardo. Ma, pur presente, non era diffusa la percezione di quanto ci fosse ancora da fare per completare l’Unione economica e monetaria e di quanto grande fosse la responsabilità affidata alla Banca centrale europea in assenza di un governo politico dell’economia e di una politica fiscale unica.

Una composizione del nostro bilancio pubblico più orientata verso misure a sostegno del lavoro e dell’attività produttiva, una strategia rigorosa e credibile per la riduzione dell’incidenza del debito pubblico, un disegno di riforme strutturali di ampio respiro, volto a rimuovere gli ostacoli di natura burocratica e amministrativa alla concorrenza, agli investimenti in capitale fisico e in capitale umano possono contribuire a un ritorno a tassi di crescita più elevati e ristabilire la fiducia nel mercato dei titoli pubblici. Un’efficace azione di contrasto dell’evasione, nell’ambito di un’ampia riforma fiscale, potrà facilitare questo processo.

L’appartenenza all’Unione europea è fondamentale per tornare su un sentiero di sviluppo stabile: è il modo che abbiamo per rispondere alle sfide globali poste dall’integrazione dei mercati, dalla tecnologia, dai cambiamenti geopolitici, dai flussi migratori.

L’appartenenza all’Unione europea è fondamentale per tornare su un sentiero di sviluppo stabile: è il modo che abbiamo per rispondere alle sfide globali poste dall’integrazione dei mercati, dalla tecnologia, dai cambiamenti geopolitici, dai flussi migratori.

Saremmo stati più poveri senza l’Europa; lo diventeremmo se dovessimo farne un avversario.

La lungimiranza dimostrata da chi ha eretto le fondamenta del progetto europeo deve tornare a guidare le azioni di oggi. È indispensabile per garantire un futuro di pace e di prosperità alle prossime generazioni.

  1. Chiudiamo questa scheda dedicata alle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, sottolineando alcuni punti che ci sembrano fondamentali per il futuro dell’Unione europea

Il primo riguarda la decelerazione della crescita che riguarda soprattutto l’Italia, per una serie di fattori interni ed esterni di contesto. L’Italia si trascina da anni con un differenziale negativo di crescita rispetto agli altri Paesi dell’Unione che oscilla tra l’1 e il 2%. Si tratta di una differenza dovuta a fattori strutturali che devono essere aggrediti con solide politiche economiche e industriali. Il ritardo tecnologico comprime la crescita della produttività e la nostra capacità di competere in mercati sempre più vasti ed integrati. La politica industriale deve tornare a fare la sua parte, soprattutto per favorire la digitalizzazione del sistema economico e quello delle imprese. Abbiamo bisogno per questo di un vasto piano di investimenti pubblici e industriali, collocati nel medio periodo. Essi devono riguardare in modo particolare il Mezzogiorno, per accorciare i differenziali di crescita rispetto al Nord e quindi le forti differenze nei tassi di disoccupazione che presentano un rapporto di quasi uno a tre.  

Il secondo punto riguarda l’euro e l’Unione europea. Il Governatore non è affatto tenero su questo punto affermando che la nostra partecipazione all’euro non era affatto scontata e che l’Unione europea è largamente incompleta. Per rientrare nei parametri monetari e fiscali di Maastricht era stata “tirata” la realtà e fu necessario un contributo straordinario per l’Europa. Il Governatore afferma in modo esplicito che era stato allora sottovaluto l’impegno per la sostenibilità della moneta unica e non si erano valutati bene i rischi di una visione eccessivamente “funzionalista”. La costruzione si basava sull’unica gamba della politica monetaria e che quindi tutto il peso sarebbe caduto sulla Banca Centrale Europea. Mancava la seconda gamba della politica fiscale unica che lasciava aperto il grave rischio della presenza di tanti debiti pubblici diversi quanti erano i Paesi aderenti all’euro. E’ quello che è successo con la crisi dei debiti sovrani e con la diversa valutazione del premio al rischio da parte del mercato attraverso l’esplosione degli spread. Per eliminare il grave problema degli spread sarebbe necessario passare al debito unico dei Paesi aderenti all’euro e quindi ad una politica fiscale unica.

Il terzo punto riguarda il fatto che il Governatore non specifica il modo in cui arrivare ad un debito unico dei paesi aderenti all’euro, scontando l’impossibilità di coinvolgere in questa manovra tutti i Paesi che adottano la moneta unica. Un’ipotesi potrebbe essere quella di passare ad un’Europa a due velocità, riservando una politica monetaria unica e una politica fiscale unica solo ai sei Paesi che hanno firmato i Trattati di Roma nel 1957: Germania, Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo. Gli altri Paesi potrebbero tenersi legati sulla base di un cambio fisso delle rispettive monete con l’euro, con possibilità di aggiustamenti in caso di squilibri fondamentali (parità aggiustabili). 

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 24 giugno 2019         

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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