L’Africa salvata dagli africani: il caso delle rimesse degli emigrati

San Daniele Comboni, grande apostolo dell’Africa, sosteneva che la salvezza del continente dovrà venire dagli africani. I dati sulle rimesse degli emigrati africani alle terre di origine confermano questa visione di Comboni. 

I trasferimenti di denaro verso il continente africano nel 2017 hanno raggiunto i 65 miliardi di dollari, una cifra pari a più del doppio dei 29 miliardi di aiuti pubblici allo sviluppo destinati nello stesso anno per l’Africa dai paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Sono dati resi noti dall’Unione Africana (UA). Tuttavia, su queste somme che arrivano da familiari all’estero si pagano alte commissioni per il trasferimento finanziario come in nessun altro Paese al mondo.

Secondo il comitato tecnico dell’UA, l’ingente somma proviene da oltre trenta milioni di migranti africani e rappresenta solo una parte del reale flusso di denaro originato dagli emigrati africani, gran parte del quale passa attraverso canali informali di trasferimento dei fondi.

L’Istituto Africano delle Rimesse (AIR) nel suo ultimo rapporto sullo stato di avanzamento dell’attività di controllo sui fondi trasferiti dai migranti mette in luce come le rimesse dei migranti abbiano costituito una risorsa decisiva per lo sviluppo dell’Africa, in un anno reso difficile dal rallentamento della crescita dovuto al calo dei prezzi delle materie prime.

Naturalmente le rimesse costituiscono un importante freno all’ulteriore migrazione, soprattutto verso l’Europa, che altrimenti raggiungerebbe livelli ben più elevati di quelli preoccupanti che stiamo sperimentando.

Le rimesse di denaro degli emigranti africani ai loro Paesi di origine rappresentano il 3% del prodotto interno lordo dell’Italia, pari al saldo commerciale positivo della bilancia dei pagamenti italiana nel 2017. Le stesse rimesse rappresentano più dell’1% del prodotto interno lordo dei 54 Paesi africani nel 2017 e più del 10% dei 25 Paesi più poveri. I 65 miliardi di rimesse degli emigrati consentono di fare vivere in patria circa 120 milioni di persone, nell’ipotesi di un reddito pro capite di 500 dollari.        

In paesi dove non arriva il welfare tradizionale, un gran numero di famiglie dipende da queste risorse. Diventa dunque di vitale importanza ricevere denaro dall’estero per pagare servizi sanitari, istruzione e alloggi. Per questo, gli africani che hanno un parente che lavora in Europa o negli Stati Uniti possono affrontare meglio la quotidianità rispetto ad altri. In questo senso le rimesse assumono un valore strategico, sia per il singolo migrante che per la comunità di appartenenza.

In definitiva, le rimesse di trenta milioni di migranti africani stanno aiutando a vivere meglio altri centoventi milioni di africani rimasti nei loro paesi di origine, dove sempre più spesso si registra un aumento della povertà.

Qualsiasi risultato futuro dipenderà da due fattori fondamentali. In primo luogo, gli Stati devono organizzarsi meglio per fare giungere a destinazione queste rilevanti risorse, perché gran parte del flusso passa attraverso canali di trasferimento informali.

Il secondo fattore di criticità è rappresentato dall’elevato costo dei trasferimenti finanziari verso l’Africa, che non ha equivalente in nessuna altra area del mondo, nonostante il recente calo. Il costo di una transazione di denaro, infatti, rispetto al 12 per cento del 2012, risulta calato lo scorso anno all’8,7, ma resta lontano dall’obiettivo indicato del 3 per cento. Si tratta di una specie di tassa che nel 2017 ha raggiunto i 5,7 miliardi di dollari e che darebbe da vivere a più di 11 milioni di persone nel paese di origine.

I Paesi sviluppati devono dare il loro contributo per lo sviluppo dei paesi più poveri e l’Africa sta certamente in cima a questo obiettivo. E’ la via per risolvere il drammatico problema dell’emigrazione che sta mettendo in grande difficoltà l’Europa e, in primis, il nostro Paese.

In prospettiva questo problema può aggravarsi in modo irreversibile se si tiene conto che gran parte dell’aumento della popolazione mondiale al 2050 sarà in gran parte dovuto alla crescita della popolazione africana. Occorre in definitiva riportare a livelli adeguati l’aiuto pubblico allo sviluppo da parte dei Paesi ricchi e ripensare le istituzioni finanziarie internazionali a sostegno della sviluppo dei Paesi poveri.

Come si legge nella Populorum progressio di Paolo VI di cui l’anno scorso abbiamo celebrato i 50 anni, lo sviluppo è il nuovo nome della pace. E’ l’unica via per sconfiggere la guerra mondiale a pezzi che stiamo vivendo e di cui parla spesso Papa Francesco.

 

Giovanni Scanagatta

Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID)

Roma, 14 maggio 2018      

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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