LA VIA CRUCIS DELLE BANCHE POPOLARI

La via crucis della banche popolari non è finita. L’ultimo caso è quello della Banca Popolare di Bari, avvenuto dopo l’adozione della riforma del 2015 (L. n. 33/2015, Riforma delle Banche Popolari). Si tratta di un intreccio di fenomeni di mala gestio e di problemi dal lato della vigilanza e delle autorizzazioni agli aumenti di capitale (Banca d’Italia e Consob).

Il quadro di riferimento muta con l’introduzione della vigilanza unica europea e con regole sempre più rigide ed estese riguardanti gli obblighi patrimoniali delle banche per l’esercizio del credito. L’idea è che per difendere l’euro e per rendere sempre più efficaci i meccanismi di trasmissione della politica monetaria della Banca Centrale Europea (BCE) bisogna concentrare il numero delle banche soggette a vigilanza, favorendo la formazione dei grandi gruppi bancari e la concentrazione delle banche più piccole come nel caso italiano delle banche di credito cooperativo (BCC). Si ritiene che bisogna sfruttare al massimo le economie di scala e di scopo, anche se nel caso degli intermediari finanziari nulla assicura che questo possa avvenire.

Naturalmente è più facile vigilare un piccolo numero di grandi gruppi bancari che una miriade di piccole e medie banche radicate sul territorio. Ma in questo modo si assiste ad una concentrazione dei rischi: quando si è grandi è impossibile fallire (too big to fail) e per fronteggiare questo problema, con comportamenti anche di azzardo morale, le autorità di vigilanza unica della BCE stabiliscono regole sempre più stringenti riguardanti gli obblighi di patrimonializzazione quantitativa e qualitativa e controlli del tutto particolari come gli stress test.

Sorge in questa visione di una vigilanza con regole sempre più strette e numerose, il problema del comportamento da parte degli intermediari finanziari bancari di eluderle ricorrendo anche a operazioni di vero e proprio azzardo morale. E’ successo, ad esempio, che per accrescere il capitale sociale in proporzione all’attività svolta nel caso di banche in difficoltà, si sia fatto credito alla clientela a tassi di interesse molto bassi per l’acquisto di azioni della banca, con penalizzazioni di tasso nel caso della vendita. O ancora che vengano concessi mutui ipotecari alla clientela in percentuali superiori al valore dell’immobile con la condizione di investire la differenza in azioni della banca. E l’elenco potrebbe continuare.

Esiste pertanto in generale un problema di relazione tra l’imposizione di regole al sistema bancario vigilato e comportamenti di elusione e di erosione, fino ad arrivare a veri e propri comportamenti di azzardo morale da parte delle banche vigilate. Si ricorderà che questo è successo anche agli inizi degli anni duemila con la crisi di importanti gruppi industriali italiani come Parmalat e Cirio. Soprattutto grandi gruppi bancari italiani erano molto esposti nei confronti di queste società in crisi, con sofferenza dei crediti. Queste società hanno emesso prestiti obbligazionari a tassi di rendimento allettanti che hanno spinto anche piccoli risparmiatori alla sottoscrizione. Con il ricavato dei prestiti obbligazionari, le società hanno provveduto all’estinzione delle loro posizioni debitorie verso le banche, trasferendo i rischi dal sistema bancario ai risparmiatori.            

La numerosità degli intermediari bancari vigilati muta fortemente nel nostro Paese a partire dal 2015 (I. Visco, Anni difficili. Dalla crisi finanziaria alle nuove sfide per l’economia, il Mulino, 2018).

Il numero totale degli intermediari dal 2015 al 2017 scende da 498 a 410 (- 17,7%). La banche di credito cooperativo (BCC) diminuiscono invece come numero da 365 a 289 (- 20,8%). I gruppi bancari diminuiscono nel complesso tra il 2015 e il 2017 da 75 a 68 (- 9,3%). I gruppi delle banche di credito cooperativo scendono invece da 11 a 9 (-18,2%).

Come si legge in Visco 2018, “La nascita di gruppi bancari cooperativi sarà essenziale per consentire alle BCC di superare gli svantaggi della piccola dimensione e continuare a sostenere l’economia locale, preservando i valori della cooperazione e della mutualità”.

La riforma delle banche popolari del 2015 presenta due novità sostanziali: la prima riguarda l’obbligo della trasformazione delle banche popolari in società per azioni nel caso di un totale attivo di bilancio superiore a 8 miliardi di euro; la seconda la forte spinta per la concentrazione in varie forme tecniche delle BCC. Si supera pertanto il principio del voto capitario (una testa un voto), accrescendo la contendibilità proprietaria in base alle potenzialità finanziarie esistenti sul mercato. Con l’abbandono del principio del voto capitario vengono molto attenuati i valori della cooperazione e della mutualità e quindi la spinta al radicamento sul territorio per il sostegno di un sistema molto diffuso di piccole e medie imprese.

E veniamo al caso della crisi della Banca Popolare di Bari, commissariata dalla Banca d’Italia il 13 dicembre scorso con la nomina di due commissari straordinari e l’azzeramento degli organi sociali.

La Popolare di Bari è una della dieci banche popolari più grandi del nostro Paese e si è trasformata in società per azioni in seguito alla nuova normativa del 2015. Ha una quota di mercato nelle Regioni di riferimento pari al 10% in termini di impieghi e di raccolta, con 600 mila clienti tra famiglie e imprese. I segnali di crisi evidenziati dalla Banca d’Italia partono almeno dal 2016, e quello che occorre chiedersi è perché siano state successivamente autorizzate operazioni di aumento del capitale sociale e di obbligazioni subordinate per un totale di circa 700 milioni di euro. Tali titoli sono stati sottoscritti quasi integramente da piccoli risparmiatori che ora si trovano con valori praticamente azzerati, anche in relazione alle famose regole del bail in. Gli azionisti della Banca Popolari di Bari sono circa 70 mila.

Il valore dei depositi di importo inferiore a 100 mila euro ammonta a 4,5 miliardi di euro, e per questi esiste l’intervento del Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi (FITD) che dispone tuttavia di meno di 2 miliardi di euro.

Un’ ultima annotazione prima di accennare all’intervento governativo di salvataggio della Banca Popolare di Bari, riguarda le operazioni nella Regione Puglia del Fondo Centrale di Garanzia per le piccole e medie imprese del Ministero dello Sviluppo Economico, gestito in convenzione dal Mediocredito Centrale.

Nei primi nove mesi del 2019, il Fondo ha approvato per le piccole e medie imprese della Regione Puglia 4.269 operazioni, pari al 4,8% del totale nazionale. Si tratta del 5,4% del totale nazionale in termini di finanziamento accolto (749 milioni di euro) e del 5,6% in termini di importo garantito (543 milioni di euro). La riduzione dei primi nove mesi dell’anno rispetto ai nove mesi precedenti in termini di importo garantito, è stata dell’11,5% per la Regione Puglia e dello 0,8% a livello nazionale.

Per quanto riguarda le tipologie di intervento del Fondo è interessante notare che per la Regione Puglia, nei primi nove mesi dell’anno, la garanzia diretta a favore delle banche è stata di 665 milioni di euro come finanziamento accolto e 84 milioni come controgaranzia ai confidi. Il focus province vede il primo posto di Bari con 303 milioni di euro di finanziamento accolto, il secondo di Lecce con 129 e il terzo di Foggia con 97 milioni di euro.  

Per il salvataggio della Banca Popolare di Bari il Governo ha approvato con decreto legge un intervento di circa un miliardo di euro, con una corrispondente ricapitalizzazione di Mediocredito Centrale da effettuare attraverso Invitalia.

Roma, 30 dicembre 2019                                                                     Giovanni Scanagatta

 

 

 

      

                     

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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