LA SFIDA DELLE MIGRAZIONI E I VALORI DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa del 2004 afferma che una delle sfide più grandi a cui si trova di fronte l’umanità all’inizio del terzo millennio è costituita dalla comprensione e dalla gestione del pluralismo e delle differenze a tutti i livelli: di pensiero, di storia, di opzione morale, di cultura, di adesione religiosa, di filosofia dello sviluppo umano e sociale. Queste differenze emergono con tutta la loro forza a causa delle migrazioni. Questa è la sfida che possiamo leggere alla luce dei grandi principi della Dottrina Sociale della Chiesa.  

La sfida si collega naturalmente a quella della globalizzazione che, come afferma il Compendio, ha un significato più largo e più profondo di quello semplicemente economico, poiché nella storia si è aperta una nuova epoca, che riguarda il destino dell’umanità.

Sul piano strettamente economico, possiamo ragionare in modo semplificato sulla base di due modelli: il primo in cui esiste la completa mobilità a livello mondiale dei beni e dei servizi e l’immobilità assoluta dei fattori della produzione (lavoro e capitale); il secondo modello in cui esiste la completa mobilità sia dei beni e dei servizi che dei fattori della produzione. Nel primo caso non ci sono migrazioni e un famoso teorema di Paul Samuelson del 1948 ha dimostrato che, sotto determinate ipotesi riguardanti la forma dei mercati e la tecnologia, si ha il livellamento della remunerazione dei fattori della produzione. Nel secondo modello invece ci sono le migrazioni e a maggior ragione si dovrebbe raggiungere il livellamento della remunerazione dei fattori della produzione (lavoro e capitale) a livello globale. Naturalmente rimane aperto il problema di come può avvenire questo livellamento: dalla remunerazione più bassa verso quella più alta; dalla remunerazione più alta verso quella più bassa; una via intermedia. Un autentico sviluppo umano integrale dovrebbe naturalmente portare alla prima soluzione, con la possibilità da parte dei migranti di raggiungere gli stessi livelli di remunerazione del lavoro dei paesi che stanno meglio.

Naturalmente nei modelli sopra indicati si fa riferimento unicamente ai migranti economici, cioè alle persone che si spostano da un paese all’altro per cogliere le differenze di remunerazione del lavoro e dei livelli di vita. Altra cosa sono i migranti che si spostano da un Paese all’altro per motivi di guerre, di carestie, di catastrofi naturali e per motivi di persecuzione politica o razziale. In questi ultimi casi prevalgono i motivi umanitari verso cui i Paesi ricchi dovrebbero mostrare maggiore attenzione per motivi di solidarietà che costituisce uno dei grandi valori della Dottrina Sociale della Chiesa. Per questo Giovanni Paolo II, grande Maestro di Dottrina Sociale della Chiesa, parlava della necessità di globalizzare la solidarietà.

Il modello della completa mobilità dei beni, dei servizi e dei fattori della produzione (lavoro e capitale) implica anche la possibilità che le imprese vadano ad investire nei Paesi in cui sono più basse le remunerazioni del fattore lavoro, innescando meccanismi endogeni di sviluppo nei Paesi poveri, in alternativa ai flussi migratori. Questo modello consente naturalmente di alimentare flussi di esportazione dai Paesi poveri a quelli ricchi, con benefici in termini di riduzione del livello generale dei prezzi nei paesi a più elevato reddito pro capite.

Come si legge nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa (punto 297), l’immigrazione può essere una risorsa anziché un ostacolo per lo sviluppo. Nel mondo attuale, in cui si aggrava lo squilibrio fra Paesi ricchi e Paesi poveri e in cui lo sviluppo delle comunicazioni riduce rapidamente le distanze, crescono le migrazioni di persone in cerca di migliori condizioni di vita, provenienti dalle zone meno favorite della terra. Il loro arrivo nei Paesi sviluppati è spesso percepito come una minaccia per gli elevati livelli di benessere raggiunti grazie a decenni di crescita economica. Gli immigrati, tuttavia, nella maggioranza dei casi, rispondono ad una domanda di lavoro che altrimenti resterebbe insoddisfatta, in settori e in territori nei quali la manodopera locale è insufficiente o non disposta a fornire il proprio contributo lavorativo.

Come recita il punto 298 del Compendio, gli immigrati devono essere accolti in quanto persone e aiutati, insieme alle loro famiglie, ad integrarsi nella vita sociale. In tale prospettiva va rispettato e promosso il diritto al ricongiungimento familiare. Nello stesso tempo, per quanto è possibile, vanno favorite tutte quelle condizioni che consentono accresciute possibilità di lavoro nei propri Paesi di origine.

Molti Paesi limitano l’immigrazione. Gli Stati Uniti d’America è uno dei Paesi più aperti, salvo i più recenti orientamenti restrittivi del Presidente Trump. L’Unione Europea ha concluso l’Accordo di Schengen che ha aperto i confini all’interno dell’Unione stessa, mantenendo restrizioni per i migranti provenienti dall’esterno, soprattutto dai Paesi musulmani. Altri Paesi, come ad esempio il Giappone, controllano l’immigrazione in modo mirato con riferimento ai lavori meno desiderati nell’economia nazionale. La Germania è aperta ai lavoratori stranieri, soprattutto provenienti dalla Turchia, e dagli Stati Balcanici, ma le regole sono piuttosto rigide con riferimento ad esempio alla necessità di imparare la lingua tedesca. E’ inoltre difficile acquistare la cittadinanza tedesca. Altrettando rigide sono le regole per la sicurezza, che sono state accentuate in seguito alle azioni terroristiche.

Ma quello dell’immigrazione è anche un problema in molti altri Paesi. Gli immigrati arrivano fino al 15% della popolazione in più di cinquanta Paesi nel mondo (più di un quarto del numero totale dei Paesi nel mondo), indicando che il flusso di persone sta diventando uguale a quello dei flussi dei beni e dei capitali.

Un aspetto interessante è quello degli immigrati con alto profilo formativo, divenuto importante con la globalizzazione, soprattutto nei settori delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Si tratta soprattutto di ingegneri informatici provenienti dall’India che popolano la Silicon Valley e altri centri delle elevate tecnologie negli Stati Uniti. Internet frena questi fenomeni attraverso il lavoro a distanza (telelavoro), soprattutto nel settore del trattamento dei dati, in linea con la caratteristica della quarta rivoluzione industriale riguardante i big data.

Per concludere, il fenomeno migratorio, come afferma il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, presenta in cima a tutto il problema della comprensione e della gestione del pluralismo e delle differenze a tutti i livelli, in una visione dell’integrazione che vede l’uomo al centro di ogni processo di sviluppo, nel rispetto dei suoi inalienabili valori di libertà, responsabilità, dignità, creatività.

 

Giovanni Scanagatta

Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID)

 

Roma, 10 dicembre 2018               

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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