LA NUOVA TEORIA DELLO SVILUPPO E LA FUGA DI CERVELLI DAL NOSTRO PAESE

Il capitale umano riveste un ruolo cruciale nella nuova teoria dello sviluppo endogeno. In questo senso, fondamentale appare il contributo di Romer nell’ambito della Nuova Teoria dello Sviluppo. Secondo Romer, premio Nobel per l’Economia, alla base del progresso tecnico e dello sviluppo troviamo la conoscenza che non soffre dei problemi dei rendimenti di scala decrescenti. Ma la conoscenza costa, in relazione all’allocazione delle persone per produrre idee e per produrre beni presenti. L’accumulazione di conoscenza dell’impresa dipende dall’investimento in ricerca e sviluppo, che corrisponde al volume di risorse non destinate alla produzione, e dallo stock di conoscenza accumulato in passato. Le esternalità positive connesse al funzionamento di tale modello garantiscono che la produttività dei fattori della produzione non decresca. Il modello di Romer indica che un raddoppio degli addetti alle attività di ricerca e sviluppo assicura un raddoppio del tasso di crescita.

Il ruolo fondamentale del capitale umano per lo sviluppo si confronta con due tendenze cruciali della nostra epoca: l’accelerazione del progresso scientifico e tecnico e la globalizzazione. Insieme queste due forze fanno sì che i cervelli migliori emigrano nei Paesi dove c’è maggiore possibilità di impiego e di sviluppo delle proprie conoscenze.

E’ quello che sta succedendo ai nostri giovani più preparati su cui le famiglie hanno investito molte risorse e grandi sacrifici, ma i cui ritorni non avvengono nel nostro Paese ma in altri che offrono maggiori possibilità ai giovani più preparati. Si tratta di una perdita secca di capitale umano per lo sviluppo o, come lo definiva l’economista italiano Marco Fanno, di capitale personale. Marco Fanno, già nei Principi di scienza economica del 1951, affermava che “Il risparmio si tramuta in capitale, oltre che mediante la produzione o trasformazione di beni materiali, mediante l’educazione e l’istruzione delle giovani generazioni. Le spese che si sostengono per l’educazione fisica, intellettuale, spirituale dei propri figli, più che spese vere e proprie, rappresentano risparmio volontario destinato a trasformarsi in capitale, cioè a aumentare o migliorare quella particolare categoria di capitali che è il capitale personale”.     

E vediamo ora i dati riguardanti la mobilità dei “cervelli” in un mondo caratterizzato dall’accelerazione del progresso scientifico e tecnico e dalla globalizzazione.

Nel corso degli ultimi dodici anni il numero di italiani residenti all’estero è aumentato del 65 per cento. Un dato molto interessante registrato nell’ultimo rapporto della Fondazione Migrantes, presentato recentemente alla Camera dei deputati con il titolo «Rim Junior 2018-2019. Le migrazioni italiane nel mondo raccontate ai ragazzi».

«Un volume dedicato quest’anno alle città e ai luoghi dell’emigrazione degli italiani», afferma la nota di presentazione dell’ultima analisi svolta dall’organismo della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in cui si denuncia che dai 3,1 milioni del 2006, gli italiani immigrati all’estero hanno raggiunto quota 5,1 milioni. Si tratta di quasi il 9% della popolazione italiana.  

Soltanto nell’ultimo anno il numero di connazionali che sono andati all’estero, «rispondendo all’obbligo di legge che chiede a un italiano» di trascorrere più di 12 mesi di residenza fuori dall’Italia, iscrivendosi all’Anagrafe degli Italiani residenti all’estero, sono stati «oltre centomila», un più 36 per cento negli ultimi cinque anni. I dati rivelano inoltre una crescente partenza di nuclei familiari, all’interno dei quali il 19,2 per cento del numero totale sono minori. «La mobilità studentesca è una vera e propria forma di migrazione» e infatti, dal 2006 al 2016, il numero degli studenti delle scuole secondarie di secondo grado che hanno svolto studi all’estero è cresciuto del 111 per cento.

Nel Rapporto non manca infine il dato preoccupante relativo alla cosiddetta “fuga di cervelli”. Quasi 48 mila persone hanno tra i 18 e i 34 anni, «giovani cioè in età lavorativa, i soggetti cosiddetti attivi che mettono a disposizione la loro formazione e la loro creatività al servizio di altre realtà geografiche». «Tra questi — spiega il Rapporto — troviamo chi, altamente preparato e professionalizzato, va all’estero e trova lavori all’altezza della sua preparazione» e chi, nonostante i numerosi titoli di studio, «trova occupazioni meno qualificate». «I dati più recenti sono sorprendenti e le crescite più importanti si notano dai cinquant’anni in su».

Rispetto a queste preoccupanti tendenze, si nota purtroppo l’assenza di una incisiva politica di contrasto alla “fuga di cervelli” all’estero che compromette le possibilità di sviluppo del nostro Paese nel lungo periodo. Qualcosa era stato fatto in passato, ma ora manca una nuova politica seria che dalle parole passi ai fatti concreti.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 15 luglio 2019

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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