La globalizzazione rallentata: I dazi di Trump

J.E. Stiglitz, nel libro del 2006 sulla globalizzazione che funziona, afferma che “Se la globalizzazione abbassa il tenore di vita di molti o di gran parte dei cittadini di un paese compromettendone i valori culturali di base, allora sorgerà l’esigenza politica di rallentarla o di fermarla”.

Il provvedimento del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di introdurre dazi sulle importazioni di acciaio del 25% e del 10% su quelle di alluminio, può essere vista in questa ottica: rallentare gli effetti della globalizzazione per consentire ai paesi che ne accusano le conseguenze negative di condurre un aggiustamento strutturale delle industrie colpite. In questo senso, si ricorda che gli introiti dei dazi all’importazione vanno normalmente a favore dei settori colpiti.

Ma vediamo un po’ i dati. Gli Stati Uniti d’America hanno un deficit della bilancia commerciale di circa 640 miliardi di euro, pari al 5% del prodotto interno lordo (PIL). L’avanzo commerciale con l’estero della Cina è pari al 6% del PIL e quello della Germania al 9%. L’avanzo commerciale dell’Italia si colloca invece intorno al 3% del PIL. Nel 2017, tra i Paesi dell’Unione Europea, l’Italia figura al secondo posto per avanzo commerciale sull’estero, dopo la Germania.

Alla Cina è dovuto circa il 35% del disavanzo commerciale degli Stati Uniti d’America. L’avanzo commerciale della Germania è spiegato in gran parte da quello con i Paesi extra-UE, per una quota pari al 72%. La corrispondente quota dell’Italia è uguale al 78%. Questo è il motivo per cui Trump tuona contro la Cina e l’Europa, verso cui si concentra gran parte del deficit commerciale americano. Per quanto riguarda l’Unione Europea, Trump si scaglia anche contro l’euro troppo debole nei confronti del dollaro, tenuto conto che la Germania presenta un avanzo della bilancia commerciale che si avvicina al 10% del PIL. Il dollaro si dovrebbe quindi indebolire molto di più rispetto all’euro per concorrere a riequilibrare l’avanzo della bilancia commerciale tedesca. Essendo le esportazioni tedesche abbastanza rigide rispetto al tasso di cambio, ciò richiederebbe un forte apprezzamento dell’euro rispetto alla moneta americana. Questo sarebbe molto negativo per un Paese come l’Italia le cui esportazioni sono mediamente più elastiche rispetto al tasso di cambio. Ma questa del tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro è una partita aperta che potrà delinearsi meglio a partire dal 2019 quando ci sarà il cambio di guardia alla Banca Centrale Europea. La nuova Presidenza toccherà molto probabilmente ai tedeschi e precisamente all’attuale Presidente della Bundesbank che, come è noto, non condivide la politica monetaria condotta da Draghi. L’acquisto di titoli pubblici da parte della Banca Centrale Europea diminuirà sempre di più, portando ad un rialzo dei tassi di interesse e ad un ulteriore rafforzamento dell’euro. Tutto questo dovrebbe attenuare le forti critiche di Trump nei confronti dell’Unione Europea di dumping valutario, rivedendo l’attuale politica dei dazi. Le conseguenze, in prospettiva, per il nostro Paese sono doppiamente negative, sul piano del tasso di cambio e su quello dei tassi di interesse avendo noi un debito pubblico eccezionalmente elevato rispetto al PIL. Dovremmo pertanto avviare al più presto una seria politica di graduale riduzione del rapporto tra debito pubblico e PIL.

Appare ora opportuno svolgere, sul piano teorico ed empirico, alcune considerazioni sulla globalizzazione. Per un certo numero di Paesi, soprattutto i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) la globalizzazione ha avuto per alcuni anni effetti largamente positivi, con aumenti del reddito pro capite eccezionalmente elevati. Questa onda positiva si è poi spenta e sono emersi i lati negativi della globalizzazione, cioè il pericoloso accrescersi delle disuguaglianze, con effetti di crisi non solo nei paesi poveri ma anche in quelli industrializzati come gli Stati Uniti d’America. Ecco la politica di Trump che introducendo i dazi vuole proteggere le proprie industrie e i propri lavoratori, rallentando gli effetti della globalizzazione.

Sul piano teorico dell’analisi della globalizzazione, è opportuno ricordare un importante risultato di un lavoro di P. Samuelson del 1948 sul livellamento della remunerazione dei fattori produttivi, per date ipotesi sulla tecnologia e sulle forme di mercato, in presenza di una perfetta mobilità dei beni a livello internazionale e di immobilità dei fattori della produzione. Samuelson ha dimostrato che ciò avviene anche in condizioni di immobilità dei fattori della produzione e quindi a maggior ragione nelle condizioni della globalizzazione in cui tutti i fattori della produzione sono mobili. Anche il nostro economista Marco Fanno aveva affrontato questo problema già nel 1939 con il suo lavoro sui trasferimenti normali e anormali di capitali. Per Marco Fanno è fondamentale l’idea della mobilità internazionale dei fattori della produzione (non solo dei beni) che porta ad un tasso di sviluppo dell’economia mondiale superiore a quello medio che si avrebbe nel caso di economie chiuse, fermo restando il fatto che alcuni paesi possono guadagnare e altri perdere.

Un punto delicato del livellamento delle remunerazioni dei fattori della produzione a livello globale, riguarda le modalità di convergenza. Così se i salari della Cina sono una frazione di quelli americani, la globalizzazione tende a fare scendere questi ultimi verso quelli cinesi o viceversa? O si converge verso una linea intermedia? Un autentico sviluppo dovrebbe fare salire i salari cinesi verso quelli americani, ma questo dipende da un’infinità di variabili ed è difficile prevederne il percorso, se non affermare che gli aggiustamenti richiedono molto tempo. Ma, come ci ricorda Keynes, nel lungo periodo siamo tutti morti e bisogna quindi agire senza aspettare troppo tempo. Il Presidente Trump ha agito imponendo dei dazi sulle importazioni americane di acciaio e di alluminio.

Terminiamo questa scheda con la visione della globalizzazione della Dottrina Sociale della Chiesa. Nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa del 2004 il tema ella globalizzazione viene affrontato ben 18 volte. Nell’Introduzione al Compendio si afferma che tre sono le grandi sfide a cui si trova di fronte l’umanità all’inizio del terzo millennio. “La terza sfida è la globalizzazione, che ha un significato più largo e profondo di quello semplicemente economico, poiché nella storia si è aperta una nuova epoca, che riguarda il destino dell’umanità” (punto 16). Assai significativo è il punto 564 del Compendio dove si legge che “I cultori della scienza economica, gli operatori del settore e i responsabili politici devono avvertire l’urgenza di un ripensamento dell’economia, considerando, da una parte, la drammatica povertà materiale di miliardi di persone e, dall’altra, il fatto che le attuali strutture economiche, sociali e culturali faticano a farsi carico delle esigenze di un autentico sviluppo”.

 

Giovanni Scanagatta

Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID)

Roma, 26 marzo 2018                                       

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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