LA CRESCITA DELLA PRODUTTIVITÀ IN GERMANIA, FRANCIA E ITALIA

E’ noto che uno dei punti deboli del nostro Paese è la crescita della produttività. Questa debolezza è stata spesso messa in evidenza nelle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, con la conseguente necessità di riforme strutturali in Italia.

Scopo della presente scheda è di presentare una breve rassegna teorica sui metodi di misurazione della produttività e un’evidenza empirica dei ritardi del nostro Paese in termini di produttività rispetto alla Germania e alla Francia, i nostri maggiori competitori nell’Unione europea.

La letteratura economica sulle cause delle dinamiche della produttività è vastissima. Una parte significativa di questa letteratura mette in evidenza la stretta relazione tra progresso scientifico e tecnico e crescita della produttività, su cui il grande economista J. Schumpeter ha dato dei contributi fondamentali agli inizi del novecento del secolo scorso. Il progresso scientifico e tecnico determina l’aumento della produttività e questa a sua volta si manifesta nella crescita del reddito pro capite e, in misura minore, nella riduzione della durata del tempo di lavoro. Pertanto l’aumento del reddito pro capite può essere considerato una proxy dell’aumento della produttività. Poiché la variazione della popolazione è lenta, si riscontra una correlazione positiva tra l’aumento del reddito in termini reali e quello della produttività.

Una soddisfacente classificazione delle cause delle dinamiche della produttività può essere la seguente: a) intensità di capitale; b) progresso scientifico e tecnico; c) efficienza generale del sistema economico; d) variazioni dei prezzi delle materie prime agrarie e minerarie; e) incidenza della spesa pubblica sul reddito nazionale; f) grado di formazione del fattore lavoro disponibile; g) efficienza del sistema dei servizi; h) struttura settoriale del sistema economico.

Accanto ad una molteplicità di cause delle dinamiche della produttività disponiamo di diversi metodi di misurazione. Il manuale dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sulla produttività rappresenta un’utilissima guida ai vari metodi di misurazione della produttività e riguarda soprattutto il settore industriale. Le stime della variazione della produttività elaborate dall’Ocse sono aggiustate per il ciclo economico. Possiamo in generale distinguere tra i metodi che utilizzano in diverse maniere la funzione neoclassica aggregata della produzione per la misurazione delle variazioni della produttività e i metodi che utilizzano strumenti differenti. I primi si avvalgono sostanzialmente di tre approcci: 1) l’approccio dei numeri indice; 2) gli approcci parametrici; 3) gli approcci non parametrici. Nel primo caso la crescita dell’output viene spiegata in termini di crescita percentuale in un determinato periodo di tempo dei fattori di input. La parte non spiegata o il residuo è attribuita alla crescita della produttività totale dei fattori della produzione. Tra gli indici si ricordano quello di Kendrick, l’indice di Solow, l’indice di Malmquist, l’indice logaritmico. Tali indici si basano sui principi della funzione neoclassica aggregata di produzione calcolando, in generale, la variazione della produttività totale dei fattori della produzione come differenza tra la variazione del valore aggiunto e la variazione degli input di produzione. Gli approcci parametrici consistono in stime econometriche della funzione aggregata di produzione con lo scopo di ricavare i contributi dei differenti fattori e la variazione della crescita dovuta al progresso tecnico. Quest’ultima rappresenta uno spostamento nel tempo della funzione aggregata di produzione Wicksell-Cobb-Douglas.

Secondo la funzione neoclassica aggregata di produzione, il tasso di crescita dell’output è uguale alla somma dell’aumento della produttività totale dei fattori della produzione e dei tassi di crescita del fattore lavoro e del fattore capitale moltiplicati per le rispettive elasticità rispetto all’output. Pertanto, se l’output cresce in presenza di un utilizzo costante dei fattori della produzione, la produttività totale coincide con il tasso di sviluppo dell’economia.

Il tentativo di farne uno strumento di analisi dello sviluppo, per sua natura dinamico, aggiungendo alla funzione una componente esogena per catturare il progresso tecnico, appare del tutto insoddisfacente. Il progresso tecnico viene infatti determinato in via residuale, detraendo dalla crescita del reddito la parte dovuta alla variazione dell’utilizzo del fattore lavoro e quella dovuta alla variazione dell’utilizzo del fattore capitale per le rispettive elasticità.

Ai nostri fini, appare utile soffermarci sul contributo di Harrod e Kaldor e su quello più recente di Romer. Nel modello di Harrod la propensione al risparmio è esogena, mentre Kaldor ne sottolinea il carattere endogeno secondo l’impostazione classica. Per Kaldor la distribuzione del reddito tra i fattori della produzione è importante e la propensione al risparmio dei percettori di salari non è uguale a quella dei percettori di profitti. Una propensione al risparmio molto più elevata per i percettori di profitti rispetto ai percettori di salari, determina un legame stretto tra investimenti e profitti e quindi con il tasso di crescita del reddito e dell’occupazione. Il secondo aspetto cruciale del pensiero di kaldor riguarda la forte identificazione tra accumulazione e progresso tecnico. L’aumento del capitale investito per addetto comporterebbe sempre l’introduzione e la diffusione del progresso tecnico e quindi l’aumento della produttività. Nella visione kaldoriana, la maggior parte delle innovazioni tecnologiche richiede un aumento dell’intensità di capitale per occupato. Il progresso tecnico risulta neutrale quando il tasso di variazione degli investimenti è uguale al tasso di variazione della produttività.

L’evidenza empirica riguardante le caratteristiche degli investimenti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione appare, in generale, non in linea con l’affermazione di Kaldor perché siamo di fronte a spese a bassa intensità di capitale, soprattutto se vengono confrontate con quelle degli investimenti materiali tradizionali. La velocità del progresso tecnico abbassa con altrettanta velocità i costi medi di produzione e quindi, oltre il breve termine, il livello dei prezzi. Ne risulta influenzato il rapporto capitale/prodotto e quindi il tasso di crescita garantito del modello di Harrod.

Fondamentale appare il contributo di Romer, premio Nobel per l’Economia, nell’ambito della Nuova Teoria dello Sviluppo. Secondo Romer, alla base del progresso tecnico troviamo la conoscenza che non soffre dei problemi dei rendimenti di scala decrescenti. Ma la conoscenza costa, in relazione all’allocazione delle persone per produrre idee e per produrre beni presenti. L’accumulazione di conoscenza dell’impresa dipende dall’investimento in ricerca e sviluppo, che corrisponde al volume di risorse non destinate alla produzione, e dallo stock di conoscenza accumulata in passato. Le esternalità positive connesse al funzionamento di tale modello garantiscono che la produttività dei fattori della produzione non decresca. Il modello di Romer indica che un raddoppio degli addetti alle attività di ricerca e sviluppo determina un raddoppio del tasso di crescita del reddito e dell’occupazione.

Vediamo ora alcune evidenze empiriche riguardanti la dinamica della produttività di Germania, Francia e Italia nel periodo 1999-2017. Assumiamo la variazione del reddito pro capite a parità di poteri d’acquisto come proxy della variazione della produttività. Nel periodo 2000-2017 la variazione della produttività della Germania ha superato quella della Francia del 18,2%. Nello stesso periodo, la variazione della produttività della Germania ha superato quella dell’Italia del 22,4%. L’Italia ha quindi perso produttività nei confronti della Francia per il 4,2%. La correlazione lineare tra la variazione della produttività tedesca e quella della produttività francese è risultata positiva con un valore pari a 0,89, uguale alla correlazione tra Francia e Italia. Più elevata appare invece la correlazione tra Germania e Italia: 0,93.

Abbiamo infine stimato la relazione lineare tra la variazione della produttività dei tre Paesi considerati e le rispettive dinamiche annue in termini reali del prodotto interno lordo (PIL). Il coefficiente di regressione più elevato risulta quello dell’Italia, pari a 1,54, mentre quello più basso è della Germania, 1,08. In posizione intermedia si colloca la Francia con 1,38. Le correlazioni lineari tra le due variabili risultano pari a 0,37 per Germania e Francia e a 0,46 per l’Italia. Ciò significa che la variazione nel nostro Paese della produttività dipende molto di più rispetto a Germania e Francia dalla dinamica del reddito in termini reali. Infatti, un aumento di un punto di PIL in termini reali assicura nel nostro Paese una crescita della produttività dell’1,54%.

In definitiva, in situazione di congiuntura bassa a livello internazionale l’Italia deve fare molto più affidamento sui fattori strutturali della crescita del PIL per realizzare consistenti aumenti della produttività. E ciò può essere raggiunto, come si è visto nella parte teorica della scheda, solo con consistenti investimenti nelle attività di ricerca e sviluppo e nelle infrastrutture materiali e immateriali.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 9 settembre 2019

      

                          

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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