LA BUROCRATIZZAZIONE DEL RECOVERY FUND?

E’ in corso di discussione a livello governativo l’organizzazione operativa del Recovery Fund. Si parla di una nuova struttura presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri con duecento persone alle dipendenze, forse, di un Direttore Generale. La struttura dovrebbe essere divisa in sei aree corrispondenti ai settori di intervento del Recovery Plan. Il Documento governativo di indirizzo illustra nel seguente modo le aree di intervento:


• Digitalizzazione e innovazione. Partendo dal dato che solo il 76% della popolazione adulta ha usato internet negli ultimi tre mesi contro una media dell’87% in Europa, le Linee Guida prevedono l’informatizzazione della pubblica amministrazione; il completamento della rete nazionale in fibra ottica e interventi per lo sviluppo delle reti 5G. In tal senso è importante garantire a tutte le imprese una connessione certa, sicura e veloce.
• Rivoluzione verde e transizione ecologica. L’analisi testimonia la necessità di un intervento immediato in quanto “l’inquinamento dei centri urbani resta elevato e il 3,3% della popolazione vive in aree dove gli standard europei di tossicità dell’aria risultano oltrepassati”. Gli obiettivi sono la decarbonizzazione dei trasporti, il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici pubblici; la gestione integrata del ciclo delle acque; gli investimenti in economia circolare (con l’auspicio di fare chiarezza in tema di “end of waste”); riuscire a pareggiare gli importi che gli altri Paesi europei stanno investendo sull’idrogeno, affinché l’Italia diventi tra i primi Paesi produttori di idrogeno da fotovoltaico.
• Infrastrutture per la mobilità sostenibile. Il documento parla esplicitamente del “completamento dei corridoi TEN-T” di cui fa parte la Torino-Lione. Sono elencanti anche l’alta velocità ferroviaria per passeggeri e merci e lo sviluppo delle reti autostradali con ponti e viadotti. Inoltre, sono previsti investimenti nella mobilità urbana sostenibile pubblica e privata.
• Istruzione, formazione e ricerca. Il quadro di partenza è il basso numero di laureati, in Italia solo il 27,6% dei giovani a fronte di una media europea del 40%. Su questo il Governo punterebbe sulla digitalizzazione dell’istruzione (cablaggio in fibra ottica delle università), la lotta all’abbandono scolastico, su politiche mirate ad aumentare i laureati. Un obiettivo è anche quello di rendere le scuole più digitali e più vicine ai territori in termini di servizi. In tema di ricerca e di trasferimento tecnologico il Ministro dello Sviluppo economico, nella sua audizione, ha sottolineato il ruolo cruciale delle startup e delle imprese innovative, così come il ruolo delle grandi imprese partecipate (Leonardo, Eni, Snam, Fincantieri, ecc.) che conducono ricerche in grado di trainare alla riconversione intere filiere produttive. Il Ministro Patuanelli ha anche prospettato il rafforzamento del pacchetto di impresa 4.0, con l’incremento dei massimali, l’ampliamento dell’elenco dei beni ammortizzabili, la certezza della durata delle misure. Il beneficio maggiore per un imprenditore, infatti, è poter contare su strumenti che conosce già, avendo certezza della durata delle misure, con garanzia di semplicità e poca burocrazia.
• Equità e inclusione sociale e territoriale. L’analisi del governo è che dopo la crisi globale la diseguaglianza in Italia è aumentata, bisogna contrastarla anche riqualificando centri urbani e periferie. Qui la parte più importante che entra nel programma è quella delle politiche attive del lavoro e per l’occupazione giovanile, oltre al Family act e ad una particolare formazione per le donne.
• Salute. La necessità di intervento è sotto gli occhi di tutti. Più posti in terapia intensiva, resi necessari dall’epidemia ma anche più informatica nella sanità a partire dall’introduzione del fascicolo sanitario elettronico. Uno specifico investimento, dicono le Linee guida, sarà fatto anche sulle cure e l’assistenza a domicilio per superare “le attuali carenze del sistema delle Rsa” (Residenze Saniparie per Anziani).
La creazione di una struttura esterna ai Ministeri potrebbe determinare un’ulteriore burocratizzazione delle nostre amministrazioni, con probabili conflitti di interesse e rallentamenti dell’attuazione del Recovery Plan che non possiamo permetterci.
Le risorse complessive del Recovery Fund a favore dell’Italia, pari a 209 miliardi di euro, sono consistenti e non bisogna sprecarle per rilanciare l’economia del nostro Paese che da anni versa in una situazione di ristagno. Il pericolo è, se le risorse non vengono impiegate in modo efficiente ed efficace, di incamminarci sulla via del declino economico e sociale.
Con il Recovery Fund, l’Unione Economica e Monetaria Europea ha mostrato una vera e propria svolta, dotandosi del pilastro della politica fiscale per lo sviluppo che era finora mancato, lasciando tutto il peso della politica economica sulle spalle della Banca Centrale Europea (BCE). Si sono superati i vincoli del Trattato di Maastricht riguardanti le finanze pubbliche: 3% del deficit pubblico rispetto al PIL; 60% del debito pubblico sul PIL. Un cambio deciso di passo rispetto al Patto di Stabilità e Crescita e, ancor più, al Fiscal Compact.
L’impostazione tedesca di mettere dei ferrei vincoli alle politiche fiscali dei Paesi membri per timore di caricarsi dei debiti altrui è stata faticosamente superata. In questo modo è stato superato il dilemma di Thomas Mann: vogliamo un’Europa tedesca o una Germania europea?
Quali potranno essere gli effetti economici del Recovery Fund sul tasso di crescita della nostra economia? Collocando gli investimenti nell’arco di sette anni, il nostro Paese potrebbe beneficiare di investimenti aggiuntivi di circa 30 miliardi all’anno. Ipotizzando un livello prudenziale del moltiplicatore degli investimenti pari a 1,1, si ottiene una crescita del prodotto interno lordo dell’1,7% all’anno, in linea con la crescita media dell’Unione Europea. Ma forse potremmo fare di più se impiegheremo in modo efficiente le nostre risorse, come sostiene la Banca d’Italia nelle sue stime.
Terminiamo la nostra scheda con una valutazione complessiva sull’opportunità di creare una nuova struttura per la gestione delle risorse del Recovery Fund che sono state assegnate all’Italia, pari al 28% del totale. E’ molto probabile che se questa nuova struttura verrà creata, ci saranno conflitti di interesse, anche molto forti, con le amministrazioni esistenti e, in particolare, con i Ministeri competenti. Sarebbe allora molto meglio lasciare ai Ministeri Competenti la gestione delle risorse del Recovery Fund, con l’istituzione di una Direzione Generale ad hoc all’interno di ogni Ministero in relazione all’area di intervento rispetto alle sei sopra illustrate. Il Direttore Generale dovrà riferire direttamente al Ministro sulla stato di attuazione del programma del Recovery Fund riguardante l’area di intervento. Il Ministro competente dovrà poi riferire periodicamente in Consiglio dei Ministri e in Parlamento sullo stato di attuazione della parte del Recovery Fund di competenza. Sarà poi opportuno che il Governo presenti ogni anno al Parlamento un Rapporto sullo stato di attuazione del Recovery Fund.
Si eviterebbero in questo modo dannosi conflitti di interesse tra le amministrazioni esistenti e la nuova struttura esterna che si vorrebbe creare in capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Si eviterebbe inoltre di accrescere il grado di burocratizzazione del nostro sistema, già molto elevato che pesa in termini di costi e di tempi sulle spalle delle imprese e dei soggetti produttivi di beni e servizi del nostro Paese.

Giovanni Scanagatta
Roma, 7 dicembre 2020

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Giovanni Scanagatta

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