INNOVAZIONE, RICERCA SCIENTIFICA E SVILUPPO

Sul finire del ventesimo secolo, la parte sviluppata del mondo è entrata in un’era di forte accelerazione del progresso scientifico e tecnico. Le aree principali di tale progresso riguardano le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le biotecnologie, le nanotecnologie, i nuovi materiali. Stiamo assistendo da una integrazione e convergenza tra queste aree.

Molte incognite esistono per la parte sottosviluppata del pianeta, soprattutto il continente africano che nel 2050 avrà 2,5 miliardi di persone. Se è vero che la crescita economica non è immaginabile senza il progresso scientifico e tecnico, è altrettanto vero che nei paesi più poveri le attese riposte nelle nuove tecnologie sono andate spesso deluse. E ciò per mancanza di infrastrutture e delle necessarie competenze. Infrastrutture e adeguata formazione del capitale umano sono indispensabili per tradurre in sviluppo le enormi possibilità offerte dal progresso scientifico e tecnico.  

Nel pensiero economico è fondamentale la visione di un progresso scientifico e tecnico come motore dello sviluppo economico. Qui viene subito alla mente l’opera fondamentale dell’economista austriaco J. Schumpeter sulla “Teoria dello sviluppo economico” la cui prima edizione risale al 1911. Tre sono le forze fondamentali alla base dello sviluppo economico per il grande economista austriaco: l’imprenditore innovatore con un’accezione molto ampia di innovazione; la proprietà privata e i mercati concorrenziali; le banche che creano credito e rendono possibile attraverso il finanziamento delle innovazioni in senso lato (processo, prodotto, istituzionali, organizzative, sistema dei trasporti, entrata in nuovi mercati e così via) in risultati per il mercati e lo sviluppo economico.

Le innovazioni creano delle rotture nel sistema passando da un’epoca di cambiamenti a cambiamenti di epoca. Nel pensiero schumpeteriano non hanno pertanto senso i modelli ad un settore, per la continua dinamica tra i settori vecchi e i settori nuovi, tra imprese vecchie e imprese nuove, tra famiglie vecchie e famiglie nuove, che incessantemente si svolge all’interno di un sistema che si sviluppa. Di fondamentale importanza è la demografia delle imprese, con i relativi processi di natalità e di mortalità.

Queste problematiche sono state colte in pieno dalla Dottrina Sociale della Chiesa come si può vedere dal Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa del 2004. In apertura del Compendio si afferma che tre sono le grandi sfide a cui si trova di fronte l’umanità all’inizio del terzo millennio. Al primo posto viene indicata la tecnica. Si afferma che “Il confine e la relazione tra natura, tecnica e morale sono questioni che interpellano decisamente le responsabilità personale e collettiva in ordine ai comportamenti da tenere rispetto a ciò che l’uomo è, a ciò che può fare e a ciò che deve essere”(n.16).

Il tema della tecnica è ritenuto talmente importante da Benedetto XVI da dedicare un intero capitolo della Caritas in veritate, l’ultimo, al tema dello sviluppo dei popoli e la tecnica. Non era mai successo nella storia del pensiero sociale della Chiesa, a partire dalla Rerum novarum del 1891 di Leone XIII.

“Il problema dello sviluppo oggi, afferma Benedetto XVI, è strettamente congiunto con il progresso tecnologico, con le sue strabilianti applicazioni in campo biologico. La tecnica – è bene sottolinearlo- è un fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo. Nella tecnica si esprime e si conferma la signoria dello spirito sulla materia” (n.69). Si intuisce qui il passaggio dall’economia materiale all’economia immateriale che costituisce il grande cambiamento d’epoca di cui parla spesso Papa Francesco.

La Dottrina Sociale della Chiesa ha sempre affermato la primazia dell’uomo nei processi di sviluppo, con i suoi valori di libertà, responsabilità, dignità, creatività.

Se ne sono accorti con ritardo anche gli economisti, con la nuova teoria dello sviluppo (premio Nobel Romer), con una visione endogena della crescita (New Growth Theory) e con un ruolo fondamentale del capitale umano e del progresso scientifico e tecnico.

Secondo Romer, alla base del progresso tecnico troviamo la conoscenza che non soffre dei problemi dei rendimenti decrescenti di scala. Ma la conoscenza costa, in relazione all’allocazione delle persone per produrre idee o per produrre beni e servizi presenti. L’accumulazione di conoscenza dell’impresa dipende dall’investimento in ricerca e sviluppo, che corrisponde al volume di risorse non destinate alla produzione, e dallo stock di conoscenza accumulata in passato. Le esternalità positive connesse al funzionamento di tale modello garantiscono che la produttività dei fattori della produzione non decresca. Il modello di Romer indica che un raddoppio degli addetti in attività di ricerca e sviluppo consente un raddoppio del tasso di crescita.

E’ quindi utile, sul piano empirico, vedere l’incidenza nei vari Paesi delle spese di ricerca e sviluppo sul prodotto interno lordo (PIL). Il Paese dell’Unione Europea con maggiore incidenza delle spese in ricerca e sviluppo sul PIL è la Germania. Agli ultimi posti troviamo l’Italia e la Spagna con quote di poco superiore all’1%. L’Unione Europea indica già da diversi anni un obiettivo del 3% sul PIL, ma siamo tutti lontani da questo obiettivo, anche a causa della crisi che è iniziata nel 2008 e da cui stiamo uscendo con grande difficoltà. L’Italia, come è noto, mostra in questi ultimi anni tassi di crescita di poco superiori allo zero. E’ pertanto difficile in questa situazione avviare un circolo virtuoso tra crescita delle spese in ricerca e sviluppo e crescita del PIL, per cui avremmo bisogno di una incisiva politica industriale che purtroppo non c’è.     

Sono importanti questi dati perché ci consentono di valutare gli effetti dell’intensità delle spese di ricerca e sviluppo sulla crescita. Possiamo per questo utilizzare lo schema dell’OCSE che indica una relazione significativa a livello globale tra l’incidenza delle spese in ricerca e sviluppo sul valore aggiunto delle imprese e l’incidenza delle esportazioni ad elevata tecnologia sulle esportazioni totali. La relazione tra le due variabili è positiva e significativa con un coefficiente largamente superiore a uno. Pertanto ad un aumento di un punto percentuale dell’incidenza delle spese di ricerca e sviluppo sul valore aggiunto delle imprese si ha un aumento superiore all’un percento dell’incidenza delle esportazioni ad elevata tecnologia sulle esportazioni totali. Poiché le esportazioni ad elevata tecnologia crescono di più delle esportazioni normali, si ha un effetto moltiplicatore sul reddito e sull’occupazione superiore.

Dai risultati empirici sopra indicati, discende, in conclusione, l’importanza fondamentale delle politiche industriali a favore delle spese in ricerca e sviluppo delle imprese, da favorire anche con una determinata politica della domanda pubblica dei beni e dei servizi ad elevata tecnologia.

 

Roma, 5 febbraio 2020                

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Giovanni Scanagatta

UNITELMA SAPIENZA

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