IL PENSIERO SOCIALE DELLA EVANGELII GAUDIUM DI PAPA FRANCESCO

1.L’anno prossimo ricorrono sette anni dalla pubblicazione dell’Esortazione apostolica Evangelium gaudium di Papa Francesco (2013-2020). Come afferma in modo esplicito Papa Francesco, non si tratta di un’Enciclica sociale, anche se l’Esortazione contiene due importanti capitoli dedicati a questo tema: il secondo e il quarto. I numeri in cui si articolano questi due capitoli sono 141, su un totale di 288. Quindi quasi la metà della Evangelii gaudium (49%) è dedicata a temi di carattere sociale.

L’Evangelii gaudium può essere considerata il programma del pontificato di Papa Francesco. Si prelude ad esempio alla successiva Lettera enciclica Laudato sì sulla cura della casa comune (2015). Al punto 183 della Evangelii gaudium si legge infatti che “La terra è la nostra casa comune e tutti siamo fratelli”.

Papa Francesco, nel ribadire che l’Evangelii gaudium non è un documento sociale, precisa che per questo disponiamo di uno strumento molto adeguato nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa (2004), il cui uso e studio viene vivamente raccomandato.      

Scopo di questa scheda è di presentare in modo sintetico il pensiero sociale di Papa Francesco contenuto nella Evangelii gaudium, con riferimento ai capitoli secondo e quarto. Verrà inoltre effettuato un confronto di questo pensiero sociale con quello dei Pontefici precedenti, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

  1. Iniziamo con lo scenario di riferimento riguardante il periodo storico che stiamo vivendo caratterizzato dall’accelerazione del progresso scientifico e tecnico (quarta rivoluzione industriale) e dalla globalizzazione. Al punto 51 leggiamo che non è compito del Papa offrire un’analisi dettagliata e completa sulla realtà contemporanea, ma si esortano tutte le comunità ad avere una sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi.

In modo incisivo Papa Francesco fa capire che viviamo non un’epoca di cambiamenti ma un cambiamento di epoca. “L’umanità, si legge al punto 52, vive in questo momento una svolta storica che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi”. E subito dopo troviamo una chiave di lettura di questa svolta individuata nel progresso scientifico e tecnico come motore dello sviluppo economico. Una lettura quindi di tipo schumpeteriano, analoga a quella presentata da Benedetto XVI nel capitolo sesto della Caritas in veritate, lo sviluppo dei popoli e la tecnica. “Questo cambiamento, afferma Papa Francesco, è stato causato dai balzi enormi che, per qualità, quantità, velocità e accumulazione, si verificano nel progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle loro rapide applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo”.

Seguono i famosi quattro no dell’Esortazione apostolica che delineano il pensiero sociale di Papa Francesco rispetto agli attuali sistemi economici che uccidono. No a un’economia dell’esclusione, no alla nuova idolatria del denaro, no a un denaro che governa invece di servire, no all’inequità che genera violenza.

“Questa economia uccide”, afferma Papa Francesco al punto 53. “Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita”. E’ questa la “cultura dello scarto e dell’indifferenza” di cui parla spesso Papa Francesco, nella logica della globalizzazione.

No all’idolatria del denaro, portata alle estreme conseguenze con la finanziarizzazione dell’economia che ha condotto alla grave crisi del 2007-2008. “La crisi finanziaria che attraversiamo, afferma Papa Francesco al punto 55, ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano!”. La persona interessa solo in quanto consumatore, sollecitata in modo iperbolico dai mezzi di comunicazione, conducendo ad un individualismo sfrenato e ad un attacco senza precedenti ai valori morali ed etici della famiglia come fondamento naturale della società. “Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria” (punto 56).

Papa Francesco dice no anche a un denaro che governa invece di servire. E’ il rifiuto della finanza “cervello dell’economia” che pretende di governare tutto e tutti, compresa la politica. Il denaro unito alla tecnica crea una pericolosa tecnocrazia che guarda a se stessa per il dominio del mondo senza interessarsi minimamente del bene comune che è l’obiettivo fondamentale della Dottrina Sociale della Chiesa. Al punto 57 dell’Esortazione apostolica si legge che “Dietro questo atteggiamento si nascondono il rifiuto dell’etica e il rifiuto di Dio”. Rifiutando l’etica si rifiuta il bene comune che è la sua massima espressione. Si invoca quindi una finanza di “servizio” come ponte tra presente e futuro per lo sviluppo e la costruzione del bene comune. Papa Francesco ci esorta “alla solidarietà disinteressata e ad un ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano” (punto 58).

L’inequità genera violenza e fino a quando non verrà eliminata tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. “Si accusano della violenza, dice Papa Francesco, i poveri e le popolazioni più povere, ma senza uguaglianza di opportunità le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione”. Di fonte a questo quadro, Papa Francesco apre alle speranza affermando che “Siamo lontani dalla cosiddetta “fine della storia”, giacchè le condizioni di uno sviluppo sostenibile e pacifico non sono ancora adeguatamente impiantate e realizzate” (punto59).

La secolarizzazione tende a ridurre la fede ad un mero atto privato, eliminando completamente la dimensione comunitaria e la forza del popolo di Dio in cammino verso la salvezza. La formazione cristiana è l’antidoto a questa pericolosa deriva e Papa Francesco sottolinea a questo riguardo l’importanza fondamentale delle scuole e delle università cattoliche in tutto il mondo.

Il consumismo e l’individualismo hanno messo in crisi la famiglia come luogo di gratuità e di dono, come pure le comunità e i legami sociali fondati sul tessuto della solidarietà. Dobbiamo recuperare il grande valore della solidarietà politica, economica e sociale per un mondo più giusto, riducendo le diseguaglianze che alla fine portano alla violenza nell’economia globalizzata. Dobbiamo invece tendere, come diceva Giovanni Paolo II, alla globalizzazione della solidarietà.

Papa Francesco esorta i battezzati e le strutture gerarchiche della Chiesa a recuperare il senso profondo del Vangelo con la sua dimensione sociale. Condanna nella Chiesa il funzionalismo manageriale, carico di statistiche, pianificazioni e valutazioni, dove il principale beneficiario non è il Popolo di Dio ma piuttosto la Chiesa come organizzazione” (punto 95). La Chiesa deve essere in uscita, con una visione missionaria centrata in Gesù Cristo e con un impegno primario verso i poveri.

Il futuro della Chiesa sarà sempre più nelle mani dei laici che costituiscono, nelle parole di Papa Francesco, l’immensa maggioranza del popolo di Dio. Al loro servizio c’è una minoranza che sono i ministri ordinati. La formazione dei laici e l’evangelizzazione delle categorie professionali e intellettuali rappresentano un’importante sfida pastorale. Riprendendo la Christifideles laici di Giovanni Paolo II (1988) e il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa (2004), Papa Francesco richiama l’importanza per il futuro della Chiesa del genio femminile che è necessario in tutte le sue espressioni della vita sociale. Per tale motivo si deve garantire la presenza delle donne anche nell’ambito lavorativo e nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali.

Il capitolo secondo termina con un appello speciale alla pastorale giovanile, perché i giovani sono il nostro futuro e la speranza di un mondo migliore. I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite. E’ urgente che ad essi venga garantito un maggiore protagonismo, ascoltandoli di più assieme agli anziani. E’ importante il rapporto intergenerazionale perché non è possibile costruire il futuro dei giovani senza le solide radici dell’esperienza degli anziani che sono non un peso ma una risorsa. 

  1. Numerosi sono gli insegnamenti sociali contenuti nel capitolo quarto della Evangelii gaudium, con diversi riferimenti al Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa e alle Encicliche sociali di Giovanni XXIII, di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

Si sottolinea innanzi tutto la dimensione teologica della Dottrina Sociale della Chiesa già evidenziata da Giovanni Paolo II nella Centesimus annus del 1991: “La dimensione teologica risulta necessaria sia per interpretare che per risolvere gli attuali problemi della convivenza umana”. Tale dimensione viene ulteriormente innalzata da Benedetto XVI nella Caritas in veritate. Papa Francesco nel punto 178 della Evangelii gaudium parla della relazione tra Fede e impegno sociale affermando che la Redenzione “ha un significato sociale perché Dio, in Cristo, non redime solamente la singola persona, ma anche le relazioni sociali tra gli uomini”.

Dei grandi valori della Dottrina Sociale della Chiesa, Papa Francesco lamenta soprattutto la caduta della coscienza della solidarietà. “La parola solidarietà, si legge al punto 188, si è un po’ logorata e a volte la si interpreta male, ma indica molto di più di qualche atto sporadico di generosità. Richiede di creare una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni”.  

Nel capitolo quarto e’ dedicato molto spazio ai poveri come opzione preferenziale del Vangelo. Nel punto 202 si afferma che “La necessità di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere, non solo per una esigenza pragmatica di ottenere risultati e di ordinare la società, ma per guarirla da una malattia che la rende fragile e indegna e che potrà solo portarla a nuove crisi”. Papa Francesco attacca per questo l’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria che sono alla base delle cause strutturali della povertà e delle inequità. L’inequità è la radice dei mali sociali. La politica economica deve portare al centro dei suoi obiettivi il bene comune che è bene di tutti e di ciascuno, senza escludere nessuno perché tutti siamo figli di Dio e quindi fratelli.

Il punto 203 è di estrema importanza per l’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID) perché Papa Francesco definisce la figura dell’imprenditore. “La vocazione dell’imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita; questo gli permette di servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo”. Quella dell’imprenditore è pertanto una vocazione con una valenza trascendente e teologica. L’imprenditore crea ricchezza moltiplicando i talenti ricevuti e la distribuisce secondo principi di equità e giustizia. I due lati della produzione e della distribuzione della ricchezza richiamano i due grandi principi della Dottrina Sociale della Chiesa che sono la sussidiarietà e la solidarietà. Essi mirano insieme a raggiungere il grande obiettivo del bene comune.

Subito dopo, al punto 204, Papa Francesco attacca in profondità il mercato affermando che “Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benchè la presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione delle entrate, alla creazione di opportunità di lavoro, a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo”.

Questi due passaggi riguardanti la figura dell’imprenditore e il mercato, fanno venire alla mente il pensiero di Giovanni Paolo II contenuto nella Centesimus annus del 1991. Giovanni Paolo II attribuisce all’economia d’impresa un ruolo strategico nei processi di sviluppo, piuttosto che all’economia del mercato libero e all’economia capitalistica.

Alla fine del punto 204, Papa Francesco definisce un nuovo veleno la pretesa di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi. Quindi un’interpretazione di tipo distributivo dei rapporti tra capitale e lavoro e non di accumulazione e sviluppo che consentono di aumentare l’occupazione senza comprimere le retribuzioni.

Papa Francesco sostiene con forza che occorre superare la dicotomia assoluta tra l’economia e il bene comune. Nell’economia vige il principio dell’ottimo paretiano che si raggiunge quando non è più possibile migliorare la situazione di chi sta bene senza peggiorare quella di coloro che stanno male. Esiste il principio di tipo additivo per cui è importante massimizzare la somma delle ricchezze, indipendentemente dalla loro distribuzione e quindi dai valori dell’equità e della giustizia. Nel bene comune esiste invece il principio moltiplicativo per cui se anche solo una persona non ha nulla si azzera tutto il prodotto. Tutti devono partecipare ai benefici dello sviluppo perché tutti siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio.

Di fondamentale importanza è il punto 221 che introduce quattro principi relazionali a tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale. “Derivano, come afferma Papa Francesco, dai grandi postulati della Dottrina Sociale della Chiesa, i quali costituiscono il primo e fondamentale parametro di riferimento per l’interpretazione e la valutazione dei fenomeni sociali”. Si tratta dei seguenti principi: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; il tutto è superiore alla parte. 

Questi quattro principi si relazionano strettamente con i grandi valori della Dottrina Sociale della Chiesa: sviluppo, solidarietà, sussidiarietà, destinazione universale dei beni, bene comune.

Vediamo di analizzarli. Il tempo è superiore allo spazio perché è più importante avviare processi per lo sviluppo e la costruzione del bene comune che presidiare luoghi. Tutto questo consente di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati Come afferma Papa Francesco al numero 223, “Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi”. “Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi”. In questo modo si possono avviare nel tempo processi di sviluppo che riducono la povertà e danno quindi attuazione concreta al valore della solidarietà con l’obiettivo di costruire il bene comune.

L’unità prevale sul conflitto. Bisogna puntare più sulle cose che uniscono che non su quelle che dividono. In questo modo, si rende possibile sviluppare una comunione delle differenze, considerando gli altri nella loro dignità più profonda indipendentemente dalle differenze di storia, di cultura, di religione e di modelli di sviluppo. Si tratta di far emergere i valori della solidarietà intesa non come senso compassionevole ma come precisa volontà di realizzare il bene comune.

La realtà è più importante dell’idea. Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. Come afferma Papa Francesco “La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà”. Possiamo pertanto dire che è l’idea che genera la realtà, ma che è la realtà a verificare la bontà dell’idea. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento. L’idea deve servire non solo a interpretare il passato ma anche a tracciare le traiettorie del futuro.

Il tutto è superiore alla parte. Si tratta della tensione bipolare che esiste tra la globalizzazione e la localizzazione. Come si legge al punto 235, “Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma”. Emerge pertanto il valore del bene comune che è un concetto moltiplicativo e non additivo, per la realizzazione dell’equità e della giustizia. Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva più ampia perché quello che conta veramente davanti gli occhi di Dio è la costruzione del bene comune universale. Andate nel mondo e predicate il Vangelo a tutte le genti, con la sua dimensione verticale che riguarda il rapporto di Dio con l’uomo ed orizzontale che riguarda l’aspetto sociale e comunitario.

L’ultimo punto su cui si ritiene importante attirare l’attenzione riguarda il pensiero di Papa Francesco sui soggetti chiamati alla costruzione del bene comune. Al punto 240 si legge che “Allo Stato compete la cura e la promozione del bene comune della società”. Tale ruolo fondamentale dello Stato non può essere delegato.

  1. Terminiamo la scheda con alcune considerazioni sul pensiero sociale di Papa Francesco contenuto nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium.

Si tratta di un pensiero che privilegia il lato della distribuzione della ricchezza rispetto a quello della creazione. Ne è conferma il largo spazio dedicato al problema della povertà nel mondo come conseguenza dell’opzione preferenziale del Vangelo per i poveri. L’unico punto in cui si parla della ricchezza dal lato della creazione e da quello della distribuzione riguarda la definizione della vocazione dell’imprenditore come costruttore di bene comune. Ciò non sposta nella sostanza il pensiero sociale di Papa Francesco che si colloca prevalentemente dal lato della distribuzione della ricchezza per combattere le disuguaglianze e le ingiustizie.

Sta qui una prima differenza fondamentale con il pensiero sociale di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI che privilegiano il lato della produzione della ricchezza e sottolineano la funzione dell’economia di impresa e del profitto come strumento di accumulazione e sviluppo, nel rispetto della dignità della persona umana.

Una seconda differenza riguarda la sfiducia nelle forze del mercato che invece vengono ritenute importanti da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, nel rispetto dei fondamentali valori etici e morali. Diventa pertanto difficile proporre una valutazione pro mercato del pensiero sociale di Papa Francesco, come alcuni studiosi tentano di fare.

Un’altra sottolineatura riguarda il mercato del lavoro e la possibilità della sua espansione solo attraverso un meccanismo di tipo distributivo che danneggia i lavoratori a vantaggio dei capitalisti. Una visione diversa indica la possibilità di aumentare l’occupazione attraverso l’accumulazione e lo sviluppo, ponendosi quindi dal lato della creazione della ricchezza.  

L’ultima annotazione si riferisce ai soggetti costruttori di bene comune. Papa Francesco nella Evangelii gaudium sembra sostenere che l’unico costruttore di bene comune è lo Stato. Si tratta invece di una prerogativa, come si legge nelle Centesimus annus di Giovanni Paolo II, che riguarda non solo lo Stato ma tutta la comunità civile: famiglie, imprese, enti intermedi, scuola e molti altri soggetti che agiscono con senso di gratuità e di dono.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 27 maggio 2019          

 

 

 

 

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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