IL PENSIERO DI DON STURZO E I CORPI INTERMEDI

Le caratteristiche essenziali dei corpi intermedi, che fanno da tramite tra le persone e lo Stato e fanno sì che il popolo esista, si possono individuare nella spontaneità (come nel caso della famiglia) e nella imprevedibilità (si pensi alla nascita dei comitati di quartiere a metà degli anni Sessanta in Italia).

Si possono definire come una sorta di rigenerazione creativa della democrazia. Servono ad allargare il campo della rappresentanza, poiché i partiti, come sostiene don Sturzo, non sono sufficienti, in quanto non rappresentano tutti. La sovranità è partecipazione e le istituzioni sociali debbono essere inclusive. Quando, invece, si prende la scorciatoia del modello di democrazia diretta si tende a scavalcare queste mediazioni, la cui esclusione genera una democrazia illusoria (la promessa di una futura società felice) e una politica senza società (masse disorganizzate e atomizzate).

Sturzo, invece, procede nella direzione opposta: ridare spazio alla realtà sociale e ai corpi intermedi, soprattutto laddove la dinamica di sviluppo delle società moderne è caratterizza dall’incertezza e dal crescente bisogno di prevedibilità che privilegiava le forme statali e sociali preordinate e statiche. Incoraggia l’autogoverno di questi enti, che hanno la funzione di garantire lo spazio entro cui la libertà può manifestarsi, in quanto forme autonome di organizzazione, di democrazia e di potere, dove si stabiliscono legami e linee comuni e si forma l’opinione pubblica.

Se libertà e democrazia sono elementi prepolitici, grazie ai quali si può parlare di politica, grazie ai quali la politica esiste, lo stesso si può dire, allora, a proposito dei corpi intermedi: anche essi sono prepolitici e prepartitici, sono anche essi elemento indispensabile perché la politica esista. In questo senso, possiamo definire i corpi intermedi come “consigli permanenti”, che ricordano le “repubbliche elementari” di Thomas Jefferson.

Si tratta dell’equilibrio tra  libertà e autorità di cui spesso parla don Sturzo.

La società civile così intesa, e come la intende don Sturzo, diviene l’unica sede tangibile in cui ciascuno può essere libero e questo è il fine dello Stato, il cui scopo principale negli affari di politica interna  è quello di offrire ai cittadini tali sedi di libertà e di proteggerle.

Il principio basilare di questo sistema è che nessuno si può dire felice senza possedere la sua parte di felicità pubblica e che nessuno può essere considerato né felice né libero senza partecipare, avendone una parte, al pubblico potere. Questo tipo di partecipazione rimanda alla duplice eredità di ragione e democrazia che il diciottesimo secolo ci ha tramandato e che non ha mancato di influenzare, tramite Locke, anche il pensiero di don Sturzo.

Democrazia significa fiducia nella capacità di autogoverno della gente comune; essa presuppone in tutti gli individui capacità di ragionamento, affinchè questo elemento democratico sia incoraggiato, fino al massimo della sua attuazione pratica. Per don Sturzo, infatti, la società è composta di diversi organismi sociali specifici, armonici e concentrici.

In conclusione, il pensiero di don Sturzo di “liberi e forti” è che lo Stato non è l’unico costruttore di bene comune, ma lo sono altrettanto, e anche di più, la famiglia, l’impresa, i corpi intermedi e tutti gli altri soggetti che operano nella società secondo i due grandi valori della Dottrina Sociale della Chiesa: la solidarietà e la sussidiarietà. Anzi, ci mette in guardia don Sturzo, occorre combattere la malabestia dello statalismo che corrode e rovina la Società, distruggendo la libertà di intraprendere e l’impresa come soggetto fondamentale dello sviluppo e della costruzione del bene comune. Lo aveva indicato in maniera profetica Giovanni Paolo II nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis del 1987, prima della caduta del muro di Berlino e dell’implosione dell’Unione Sovietica. E’ un pensiero che è stato portato avanti con grande vigore teologico da Benedetto XVI nell’Enciclica sociale Caritas in veritate del 2009. In linea di continuità con il pensiero sociale della Chiesa, Papa Francesco nella Evangelii gaudium del 2013 afferma che “La vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita; questo gli permette di servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo” (EG, 203). Quindi l’imprenditore come colui che crea ricchezza e la distribuisce secondo principi di equità e di giustizia, per la costruzione del bene comune. L’impresa agisce secondo principi di sussidiarietà con interventi sempre più pregnanti nel settore del welfare (welfare aziendale sussidiario).

Il nostro Paese è ricchissimo di corpi intermedi, come mostra l’estensione e la grande vitalità del terzo settore, non sempre riconosciuto e agevolato sul piano fiscale come dovrebbe essere. Pensiamo, in particolare, al grande mondo dei movimenti e delle associazioni di ispirazione cristiana riuniti nella Consulta delle Aggregazioni Laicali (CNAL) e in Retinopera. Un centinaio di realtà con milioni di iscritti che dovrebbero però trovare la via dell’unità, pur nel rispetto delle specifiche missioni, anche per favorire un rinnovato impegno dei cattolici in politica, come già ci esortava Giovanni Paolo II nella Christifideles laici del 1988.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 28 gennaio 2019       

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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