GLI ANNI TRENTA DELL’ALTA TEORIA E L’ATTUALE SITUAZIONE DELLA SCIENZA ECONOMICA

Si avverte una sottile insoddisfazione per chi si occupa di economia per una serie di ragioni. La prima, la più importante, sottolineata alcuni anni fa dalla Regina d’Inghilterra, è perché un fior fiore di Premi Nobel per l’Economia non è stato in grado di prevedere minimamente la catastrofe che ci è piovuta addosso con la grande crisi mondiale del 2007-2008.

La nascita della scienza economica si fa normalmente risalire al 1776 con la pubblicazione della “Ricchezza delle Nazioni” di A. Smith. Smith era Professore di filosofia morale all’Università di Glasgow e si capisce quindi la fondamentale unione all’origine tra etica ed economia che è andata poi perdendosi nel corso del tempo con lo sviluppo della scienza economica, soprattutto negli anni trenta del secolo scorso con la prepotente entrata dello strumento matematico. Nasce in questi anni la separazione tra etica ed economia, ritenuta assai dannosa da Pio XI come si legge nella grande Enciclica sociale del 1931, Quadragesimo anno. 

Per la verità, la nascita dell’economia nella sua visione etica e morale nasce molto prima con il pensiero di Aristotele (Etica Nicomachea, Politica e altre opere), con il Padri della Chiesa, con il pensiero aristotelico-tomistico e con il pensiero sociale del Medioevo.

Formalmente, la prima cattedra di Economia in Europa viene istituita a Napoli con l’Abate Antonio Genovesi che insegna dal 1754 al 1769. Le Lezioni di economia civile sono pubblicate nel 1765. In esse risulta fondamentale il concetto di reciprocità per il buon funzionamento del mercato che si rafforza con la fiducia.

Possiamo dire che l’economia assume carattere scientifico e via sempre più separato dalla morale e dall’etica con la triade degli economisti Smith, Ricardo e Marx. Il loro interesse, soprattutto Ricardo e Marx, è lo studio delle leggi che governano la distribuzione dei redditi tra il fattori della produzione: lavoro e capitale. Nasce la teoria del valore-lavoro secondo la quale il valore dei beni è determinato dalla quantità di lavoro diretto ed indiretto in essi incorporato. Tutto il valore creato dovrebbe pertanto andare ai lavoratori mentre non è così perché il capitalista se ne appropria una parte attraverso il profitto. Il lavoratore lavora un numero di ore superiore a quello che sarebbe necessario per la propria sussistenza e di quella della sua famiglia: la differenza se ne appropria il capitalista.

Ma il salto della scienza economica si ha negli anni trenta: gli anni dell’alta teoria come li ha definiti il premio Nobel per l’economia, J. Hicks. La matematica ha già fatto il suo prepotente ingresso in economia, soprattutto con il marginalismo sulla scia dell’applicazione del calcolo infinitesimale di Leibniz e Newton. Pensiamo ai concetti di utilità marginale, alla visione marginalistica della teoria dell’impresa, alla funzione aggregata di produzione di Wicksell Cobb-Douglas e così via. Come dice Hicks, il grande balzo si ha negli anni trenta con la pubblicazione della Teoria Generale di Keynes, ma anche con molti altri eccelsi contributi come quelli di Wicksell, Kalecki, Fisher, Haeyk, Hawtrey, Hicks, Harrod, Kaldor e molti altri. Sono gli anni della sintesi neoclassica operata di Hicks con il famoso articolo del 1937, Mr Keynes and the classics. Nasce così il famoso schema IS-LM di equilibrio simultaneo del mercato della moneta e di quello dei beni e di determinazione del tasso di interesse per cause sia monetarie che reali. Lo schema IS-LM vale in economia chiusa e verrà poi esteso al caso dell’economia aperta nei primi anni sessanta ad opera di Mundell e Fleming nel caso di cambi fissi e in quello di cambi flessibili. Si parla di uso appropriato della politica monetaria e fiscale per il conseguimento dell’equilibrio interno ed esterno dell’economia. Altre estensioni dello schema IS-LM nascono dopo con l’aggiunta di componenti di tipo stocastico con il contributo di Poole. Anche lo schema del moltiplicatore degli investimenti in economia chiusa di Keynes-Kahan viene ampliato da Meade con il moltiplicatore in economia aperta. Hicks propone poi l’applicazione della teoria marginalista alla moneta. Proseguiamo quindi con l’estensione della teoria della preferenza per la liquidità attuata da Tobin con il contributo sulla preferenza per la liquidità come comportamento verso il rischio e sulla teoria delle scelte di portafoglio.

Sempre negli anni trenta è nata la teoria della struttura per scadenza dei tassi di interesse. Famoso è il dibattito tra Keynes, Hawtrey e Hicks. Keynes sostiene la teoria delle aspettative: i tassi di interesse a lungo termine dipendono dalla media dei tassi di interesse a breve attesi, grazie all’azione degli arbitraggi. Hawtrey non crede invece alla funzione degli arbitraggi e ritiene che i tassi di interesse a lungo termine dipendano dal ciclo economico e dai profitti. Hicks infine ritiene che i tassi di interesse a breve termine dipendano da quelli a lunga, dedotto un premio per il rischio e la liquidità. La struttura per scadenza dei tassi di intesse ha inclinazione positiva per l’asimmetria fondamentale del mercato: sul lungo termine c’è eccesso di offerta di titoli sulla domanda mentre a breve succede il contrario. I rendimenti sul lungo termine sono superiori a quelli sul breve termine.

Ma anche sul lato dei teorici del monetarismo succede una cosa analoga. Lo stesso Friedman rielabora nei primi anni cinquanta del secolo scorso la teoria quantitativa della moneta affermando che la domanda di moneta è una funzione stabile e significativa di un numero limitato di variabili. La velocità di circolazione della moneta è stabile e la politica monetaria non ha effetti sul lungo periodo sulle variabili reali dell’economia ma solo sui prezzi.

Monetaristi e Keynesiani hanno in comune l’approccio di portafoglio e si va quindi, come afferma Arcelli, verso una sintesi delle due teorie.

Rimangono sostanzialmente separate le teorie dello sviluppo economico, che male si integrano con il paradigma neoclassico. Qui emerge l’importanza dell’economista austriaco J. Schumpeter che nel 1911 pubblica un importante contributo sulla teoria dello sviluppo economico. Secondo Schumpeter, il progresso scientifico e tecnico costituisce il motore dello sviluppo economico. Il concetto schumpeteriano di innovazione è molto ampio: non solo innovazioni di processo e di prodotto, ma anche nuovi modelli organizzativi delle imprese, nuovi mercati, nuovi sistemi di trasporto e di comunicazione e così via.  E’ la “distruzione creatrice” che caratterizza il capitalismo, con industrie vecchie che lasciano il posto a industrie nuove, con famiglie vecchie che lasciano il posto a famiglie nuove, con imprenditori vecchi che lasciano il posto a imprenditori nuovi. Come sostiene Paolo Sylos Labini, il sistema capitalistico si perpetua con il cambiamento anche grazie al fatto che le imprese possono fallire, differentemente dai sistemi comunisti.

Il passaggio dalla rivoluzione industriale alla rivoluzione digitale e dalll’economia materiale a quella immateriale che stiamo vivendo, rientra nel mondo schumpeteriano. I rendimenti di scala diventano crescenti con un abbattimento dei costi medi di produzione e una caduta tendenziale dei prezzi. I costi marginali diventano sempre più bassi uguagliandosi a prezzi ugualmente inferiori. In questo diverso mondo virtuale, anche i problemi ecologi possono trovare una soluzione grazie al progresso tecnico. Diminuisce sempre più il consumo di supporti di mezzi materiali come la carta, la necessità di spostamenti con le automobili quindi e di emissioni di CO2, il consumo di materiali plastici e così via.

Rimangono aperti i problemi dello sviluppo e della povertà nel mondo. L’opera fondamentale di A. Smith riguarda la natura e le cause della ricchezza delle nazioni, non la natura e le cause della povertà delle nazioni. E’ significativo, a questo riguardo, il fatto che quest’anno tre premi Nobel per l’Economia siano stati assegnati a studiosi delle cause della povertà nel mondo. Non dobbiamo nemmeno dimenticare che una monografia fondamentale di Paolo Sylos Labini del 2000, “Sottosviluppo. Una  strategia di riforme”  è dedicata proprio a questi temi.

Di fronte all’insignificanza in cui versa la scienza economica, Paolo Sylos Labini proponeva il ritorno ai classici. Bisogna riflettere a fondo su questa indicazione di uno dei nostri più grandi economisti italiani del novecento del secolo scorso.

Sull’importanza della tecnica come motore dello sviluppo, leggiamo un bellissimo capitolo, il sesto, nella Caritas in veritate di Benedetto XVI. Nel punto 69 dell’Enciclica si legge: “Il problema dello sviluppo oggi è strettamente congiunto con il progresso tecnologico, con le sue strabilianti applicazioni in campo biologico”. Ma la tecnica, afferma Benedetto XVI, può spingere l’uomo verso pensieri di onnipotenza e di rifiuto di Dio, senza il quale l’uomo non sa dove andare e non sa nemmeno chi egli sia. “La tecnica attrae fortemente l’uomo, perché lo sottrae alle limitazioni fisiche e ne allarga l’orizzonte. Ma la libertà umana è propriamente se stessa, solo quando risponde al fascino della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità morale. Di qui, l’urgenza di una formazione alla responsabilità etica nell’uso della tecnica”.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, novembre 2019                     .

  

              

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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