FONDO CENTRALE DI GARANZIA PER LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE: BANCHE, CONFIDI, MEZZOGIORNO

Cesare Imbriani

Giovanni Scanagatta

  1. Introduzione
  2. Gli scenari competitivi globali e il futuro dell’Italia
  3. Garanzie e accesso al credito delle piccole e medie imprese: aspetti teorici
  4. Il Fondo Centrale di Garanzia per le piccole e medie imprese con particolare riguardo al Mezzogiorno
  5. Conclusioni

Bibliografia

  1. Introduzione

Ricorrono quest’anno vent’anni dall’inizio dell’operatività del Fondo Centrale di Garanzia per le piccole e medie imprese (dicembre 1999).

Il Fondo del Ministero dello Sviluppo Economico, gestito in convenzione dal Mediocredito Centrale, è stato istituito con la legge 662 del 1996. Esso garantisce direttamente i finanziamenti concessi dalle banche alle piccole e medie imprese. Fornisce inoltre controgaranzia ai confidi in relazione alla garanzia da questi concessa alle piccole e medie imprese per i finanziamenti ricevuti dalle banche. E’ infine prevista la cogaranzia da parte del Fondo e dei confidi. 

Nel 2012 abbiamo pubblicato un articolo su questa Rivista con i dati del Fondo nel periodo 2000-2010 e ora ci sembra utile ripercorrere la vita di questo importantissimo strumento per l’accesso al credito delle piccole e medie nei suoi primi vent’anni di vita. Sarà anche l’occasione per parlare delle modifiche introdotte nella normativa e, in particolare, delle nuove modalità di valutazione delle imprese ai fini dell’accesso al Fondo con il modello di rating interno ( Decreto Interministeriale 6 marzo 2017).

Nell’articolo del 2012 avevamo visto che nel periodo 2000-2010 erano state accolte presso il Fondo più di 130 mila domande per un importo complessivo di circa 25 miliardi di euro. Gli ultimi dati disponibili indicano che dall’inizio del 2000 alla fine del mese di settembre del 2019, è stato accolto quasi un milione di operazioni con un importo finanziato di 147 miliardi di euro. Quindi uno sviluppo dell’operatività del Fondo negli ultimi dieci anni davvero eccezionale, pari a cinque volte gli importi complessivamente accolti nel decennio precedente.

Il presente contributo si articola nel modo seguente. La prima parte illustra brevemente gli scenari competitivi mondiali e il futuro dell’Italia, alla luce dei due grandi fenomeni della globalizzazione e dell’accelerazione del progresso scientifico e tecnico. Segue una parte sugli aspetti teorici delle garanzie nell’accesso al credito delle piccole e medie imprese. La terza parte è dedicata all’operatività del Fondo Centrale di Garanzia nel periodo 2000-2019, con particolare riguardo al Mezzogiorno. Si effettuerà un confronto con i dati del decennio 2000-2010 analizzati nel nostro articolo del 2012. Si accennerà anche ai cambiamenti della normativa introdotti, con particolare riferimento alle nuove aree di intervento e ai nuovi metodi di valutazione delle imprese ai fini dell’accesso ai benefici del Fondo. Seguono infine le conclusioni.    

  1. Gli scenari competitivi globali e il futuro dell’Italia

Con il passaggio dalle rivoluzioni industriali alla rivoluzione digitale stiamo vivendo un grande cambiamento di epoca. Dall’economia materiale si sta andando verso l’economia immateriale, con nuovi modelli organizzativi delle imprese e forti cambiamenti del mercato del lavoro che consentono  salti di produttività non paragonabili a quelli realizzati con le rivoluzioni industriali.

L’economia digitale è caratterizzata da costi marginali che tendono a zero e i prezzi non sono più espressione dei costi di produzione ma della platea dei clienti i cui comportamenti sono sempre più conosciuti e monitorati grazie alle nuove tecnologie (cloud computing, big data, customer relationship managemnt, customer satisfacion).  

Il nostro è un modello sempre più fondato sulle piccole e medie imprese e dobbiamo chiederci se siamo in grado di affrontare le grandi sfide che abbiamo davanti a noi per conservare il ruolo di uno dei più grandi Paesi industriali d’Europa.

Ci si chiede se l’assoluta prevalenza delle imprese di piccole e medie dimensioni in Italia costituisca più un vincolo che un’opportunità, un fattore di debolezza piuttosto che un fattore di forza. L’evidenza empirica è coerente con la posizione che il fattore dimensionale abbia un’importanza relativa nel determinare il successo e la competitività dell’impresa. Sembra invece esistere una correlazione significativa tra la capacità di un sistema industriale basato sulle piccole e medie imprese di essere competitivo e la capacità di collegamento a rete tra le imprese di diverse dimensioni. Naturalmente le nuove tecnologie giocano un ruolo strategico nel consentire il collegamento a rete tra le imprese di diverse dimensioni, facendo superare gli svantaggi della piccola dimensione rispetto alla grande. E’ il modello delle “piccole imprese e grandi reti” che dovrebbe essere la via italiana alla competizione globale. Bisogna per questo diffondere sempre più nel nostro sistema industriale, costituito nella massima parte di imprese di piccole e medie dimensioni, le forme strategiche delle nuove tecnologie che rivoluzionano i modelli organizzativi aziendali e il collegamento con i mercati interni e internazionali, con forti salti di produttività.

Una seconda conseguenza è che dobbiamo sempre più favorire è lo spostamento da un modello basato sulla crescita delle imprese esistenti ad un modello basato sulla nascita e lo sviluppo di piccole imprese, che possono poi diventare medie e poi grandi, soprattutto nei settori a più elevata tecnologia. Qui la finanza come strumento di sostegno per la nascita, lo sviluppo e il consolidamento delle nuove imprese è purtroppo debole e dobbiamo assolutamente superare questo limite storico. Come si vedrà, in questo campo il Fondo Centrale di Garanzia per le piccole e medie imprese sta dando il suo contributo (start up innovative). Ma è un disegno organico di politica industriale che il nostro Paese deve darsi e che manca da troppi anni. Pensiamo solo alle misure di incentivazione per Industria 4.0 che erano state ben avviate e che poi non hanno più ricevuto il sostegno per un indispensabile consolidamento e sviluppo.

Con riferimento al modello “piccole imprese e grandi reti”, che è congeniale al sistema italiano, sono interessati dal fenomeno le aree dello sviluppo del prodotto, della catena dei fornitori, della produzione, del marketing, della finanza, del coordinamento. Lo sviluppo del prodotto porta ad una progettazione svolta da piccole imprese specializzate senza legami fissi con i committenti; a tecniche di concurrent engineering in real time su rete; ad un regime forte dei diritti di proprietà che consente la divisione del lavoro tra progettazione e produzione. La funzione della produzione si caratterizzerà per imprese specializzate che producono anche in piccoli lotti per una larga varietà di clienti come broker, studi di progettazione, consumatori finali. La capacità produttiva verrà venduta su piattaforme elettroniche al pari di una commodity. Per quanto riguarda la funzione della finanza, lo scenario già avviato si caratterizza per numerose sorgenti di capitale, investimenti direttamente o tramite estese reti di intermediari finanziari istituzionali, valutazioni in real time e scambio di azioni via internet per la copertura con il capitale di rischio di specifici progetti con l’intervento di società di venture capital.  

Relativamente alla funzione di coordinamento , si prevedono reti senza controllo centralizzato; ; meccanismi di auto-organizzazione come mezzo principale di coordinamento; standard condivisi che consentono transazioni efficienti a basso costo tra i vari soggetti impegnati in progetti comuni; gli standard sono stabiliti tramite leadership di mercato, cooperazione tra produttori, best practice.

Come è noto, il nostro modello di specializzazione è focalizzato sui settori tradizionali e su quelli specializzati, con una spiccata propensione all’esportazione ma anche alle diverse forme di internazionalizzazione delle imprese (accordi di collaborazione sul piano tecnico, produttivo e commerciale con imprese estere, scambi di brevetti e licenze con imprese estere, programmi di penetrazione commerciale all’estero, investimenti diretti esteri). Parliamo di tessile, abbigliamento, pelli, cuoio, calzature, legno, mobili e così via. E inoltre di beni capitali, beni strumentali della meccanica, con una forte componente di elettronica e di automazione al loro interno. Prevale in questi settori la piccola e media dimensione con un forte legame con il territorio, le sue specificità e vocazioni.

Si ritiene che il modello di specializzazione dell’Italia presenti notevoli opportunità nell’ottica dell’economia globale perché le nostre produzioni hanno una forte componente di creatività, qualità, bellezza, buon gusto, come nel caso del modo di vestire e del cibo (agroindustria). Ma anche in settori ad elevata tecnologia, come il farmaceutico, abbiamo imprese di media dimensione molto competitive con elevata propensione alle spese in ricerca e sviluppo, all’esportazione e alle diverse forme di internazionalizzazione.

Ma abbiamo le armi per competere nell’industria di quarta generazione (Industria 4.0) in cui tutte le componenti della catena del valore sono connesse e integrate nel digitale?

Per rispondere a questa domanda è necessario spendere qualche parola sulle tassonomie del digitale e sui loro effetti sulla crescita della produttività. Possiamo distinguere, salendo dal basso verso l’alto, le tecnologie più semplici di tipo informativo per passare poi a quelle di tipo transazionale come il commercio elettronico. Arriviamo infine a quelle di tipo strategico che rivoluzionano i modelli organizzativi aziendali e i rapporti con i mercati interni e internazionali, consentendo forti salti di produttività di tutti i fattori di produzione. Su quest’ultimo terreno, fondamentale per l’innalzamento della produttività di cui abbiamo estremo bisogno per competere in mercati sempre più aperti e integrati, le imprese italiane sono in ritardo, anche se ci sono segnali di recupero del gap. 

I dati infatti mettono in evidenza che le imprese italiane investono nelle forme più semplici delle nuove tecnologie digitali, ma non in modo sufficiente in quelle di tipo strategico. E qui deve entrare in campo in modo deciso la politica industriale 4.0 che va assolutamente ripresa e rafforzata.

Si tratta di investimenti non ad alta intensità di capitale, come mostra l’evidenza empirica, se paragonati a quelli materiali in impianti, macchinari e attrezzature.  E questo è un vantaggio per le piccole e medie imprese per i minori vincoli di tipo finanziario.

  1. Garanzie e accesso al credito delle piccole e medie imprese: aspetti teorici

Sul piano teorico, dobbiamo ora chiederci come cambia il mercato del credito bancario in presenza di garanzie. Si deve soprattutto a Bester (1985,1987) la formulazione di un modello in cui le garanzie si affiancano al tasso di interesse come strumento di discriminazione dei debitori. Le imprese possono in questo modo separare le imprese in base al grado di rischio, proponendo loro contratti diversi. L’operare di meccanismi di autoselezione tra le imprese, rappresentati dalla scelta tra diverse opzioni contrattuali, diventa un segnale che per le banche e consente loro di superare la presenza di asimmetrie informative ex ante.

La concessione di garanzie viene vista dall’impresa come un modo per segnalare alla banca il proprio grado di solvibilità: le imprese a basso rischio sarebbero più disponibili ad offrire un aumento delle garanzie a fronte di una riduzione del tasso di interesse in quanto contano di rimborsare il prestito, mentre il contrario avviene per le imprese che presentano un’elevata probabilità di insolvenza. Il risultato è il raggiungimento di un equilibrio di separazione e, in generale, il razionamento del credito è minore. La possibilità di razionamento dovrebbe permanere solo nel caso in cui l’impresa meno rischiosa sia sottoposta a vincoli particolarmente stringenti rigurdo ai beni che possono essere dati in garanzia.

Successivi contributi, tra cui in particolare quello di Stiglitz e Weiss del 1992, che incorpora le garanzie, hanno avanzato critiche al modello di Bester su due punti fondamentali. Il primo riguarda il fatto che il funzionamento del modello di Bester richiede l’adeguamento del numero degli strumenti al numero degli obiettivi. Le asimmetrie informative riguardano le molteplici caratteristiche dei debitori e quindi, per discriminare correttamente le imprese, i contratti di debito dovrebbero contenere un numero di strumenti pari al numero di tali caratteristiche. Si aprirebbe quindi la possibilità, secondo questa critica, di una rincorsa infinita tra strumenti e obiettivi. Il secondo punto è relativo ad un effetto di selezione avversa riguardante le garanzie, in quanto, come dimostrano Stiglitz e Weiss, le imprese più grandi possono offrire alla banca maggiori garanzie e tendono a scegliere i progetti più rischiosi. Molto spesso le imprese meno rischiose sono quelle che confidano sulla bontà dei progetti e dispongono di scarse garanzie. Ciò vale soprattutto per le imprese più piccole, più giovani, più innovative e localizzate in aree svantaggiate.

Un rafforzamento della funzione segnaletica delle garanzie può venire dal ruolo dei confidi, che possono ridurre i costi di transazione e diminuire i problemi di asimmetria informativa tra creditore e debitore, in termini di adverse selection e moral hazard.    

I confidi possono ampliare la capacità dell’impresa, soprattutto se giovane, di piccole dimensioni, localizzata in aree svantaggiate, offrendo garanzie e riducendo così gli effetti di selezione avversa indicati da Stiglitz e Weiss (1992).

Il monitoraggio dell’impresa effettuato dal consorzio fidi, che affianca e integra quello compiuto dalla banca, e la reciproca conoscenza tra gli imprenditori (peer monitoring) che partecipano ai confidi dovrebbe determinare la riduzione dei pericoli di azzardo morale che possono influenzare negativamente il rapporto tra banca e impresa.

Possiamo formalizzare il modello del mercato del credito bancario in presenza di garanzie nel modo seguente:

CRBD = f(Y, ib)

CRBO = f(BMB, ib, GA)

CRBD = CRBO

Dove CRBD rappresenta la domanda di credito bancario, Y il prodotto come proxy del fabbisogno di capitale fisso e circolante, ib il tasso di interesse bancario, CRBO il credito bancario offerto,  BMB la base monetaria delle banche, GA le garanzie offerte dall’impresa alla banca in modo diretto attraverso il Fondo Centrale di Garanzia o indiretto attraverso i confidi. La terza equazione esprime l’equilibrio tra la domanda e l’offerta di credito bancario. Le variabili esogene sono Y, BMB e GA e pertanto è possibile determinare il valore di equilibrio del tasso di interesse bancario ib che assicura l’uguaglianza tra la domanda e l’offerta di credito bancario.

Supponiamo delle curve di domanda e di offerta di credito bancario con inclinazione normale, cioè né infinitamente elastiche rispetto al tasso di interesse né infinitamente rigide. In questo caso, un aumento delle garanzie offerte, determina uno spostamento verso destra dell’offerta di credito bancario e un nuovo punto di equilibrio con un minore tasso di interesse bancario e un maggiore credito. In questo caso il moltiplicatore del credito non è al massimo, come sarebbe se la domanda di credito bancario fosse infinitamente elastica rispetto al tasso di interesse.

Nel caso infine di una domanda di credito bancario infinitamente rigida rispetto al tasso di interesse, lo spostamento dell’offerta di credito in seguito all’aumento delle garanzie determinerebbe una diminuzione del tasso di interesse senza accrescere la quantità di credito di equilibrio. In questo caso il moltiplicatore del credito sarebbe nullo e l’aumento delle garanzie non avrebbe alcun effetto.   

  1. Il Fondo Centrale di Garanzia per le piccole e medie imprese con particolare riguardo al Mezzogiorno

In questi ultimi anni, il Fondo Centrale di Garanzia per le piccole e medie imprese ha subito una serie di modifiche con ampliamenti di operatività in alcuni importanti settori. Ne ricordiamo qui in particolare due che ci interessano più da vicino. Si tratta delle start up innovative e degli incubatori certificati e delle operazioni “Resto al Sud”. La prima misura si inquadra negli strumenti di politica industriale varati per favorire il passaggio al digitale del nostro sistema produttivo attraverso la nascita di imprese innovative e gli incubatori di impresa. Si tratta di un provvedimento adottato nel 2012 con il D.L. 179, nell’ambito del decreto “crescita 2.0”.

Le operazioni sul Fondo denominate “Resto al Sud” ci interessano in modo particolare per le finalità di questo articolo che riguardano i benefici in termini di garanzie concesse alle piccole e medie imprese del Mezzogiorno.      

“Resto al Sud” è una misura agevolativa, gestita dall’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo di impresa S.p.A. – Invitalia, che promuove la costituzione di nuove imprese di produzione e di servizi nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Sono escluse le attività libero professionali e del commercio.

Ciascun soggetto può ottenere un finanziamento massimo di 50 mila euro, a copertura del 100% delle spese ammissibili. Nel caso di richiesta inviata da più persone afferenti alla stessa impresa, il finanziamento massimo è pari a 200 mila euro. Il finanziamento ha una durata di 8 anni, comprensivi di due anni di preammortamento.

Il finanziamento è così suddiviso: 35% come contributo a fondo perduto erogato da Invitalia; 65% sotto forma di prestito a tasso zero, concesso dalle banche convenzionate.

La caratteristica principale della Sezione speciale “Resto al Sud” è una procedura di ammissione semplificata alla garanzia. Il Gestore non effettua la valutazione economico-finanziaria del soggetto beneficiario in quanto si basa sulle risultanze dell’istruttoria condotta da Invitalia.

La seconda importante modifica del Fondo Centrale di Garanzia che è importante evidenziare riguarda le nuove modalità di valutazione delle imprese ai fini dell’accesso al Fondo introdotte con il Decreto Interministeriale del 6 marzo 2017. Le imprese non sono più valutate sulla base di un modello di scoring ma di un modello interno di rating. Il modello di rating calcola la probabilità di inadempimento dei soggetti beneficiari collocandoli in una delle classi e delle fasce che compongono la scala di valutazione. In base alla classe di merito, alla durata dei finanziamenti e alla garanzia diretta e controgaranzia, vengono stabilite le misure massime di copertura.

Nel periodo che va dagli inizi del 2000 alla fine di settembre del 2019, sono state approvate dal Fondo 967 mila domande, per un importo complessivo finanziato di 147 miliardi di euro e un importo garantito di 94 miliardi. L’incidenza del garantito sull’accolto è pari al 64%, in sensibile crescita rispetto al decennio 2000-2010, 53%.

La distribuzione degli importi accolti per macro-aree geografiche indica il primo posto del Nord con il 56% (55% nel decennio 2000-2010), seguito dal Mezzogiorno con il 27% (31%) e dal Centro con il 17% (14%). La stessa distribuzione in base agli importi garantiti è risultata la seguente: 55% Nord (49%), 15% Centro (13%), 30% Sud (38%).  

L’importo medio delle operazioni accolte è di 152 mila euro, rispetto a 192 mila del decennio 2000-2010.

Per quanto riguarda le tipologie delle operazioni in termini di finanziamenti accolti, il 65% sono garanzie dirette alle banche (38%) e il 35% controgaranzie ai confidi (62%).

La struttura per scadenza degli importi delle operazioni accolte indica un peso del 34% delle operazioni a breve termine (27%) e del 66% a medio e lungo termine (73%).

La distribuzione per settori di attività economica degli importi delle operazioni accolte indica il primo posto dell’industria con il 52% (57%), il secondo del commercio con il 33% (30%) e il terzo posto dei servizi con il 15% (13%).

La distribuzione degli importi accolti per dimensione delle imprese vede il primo posto delle imprese piccole con il 44%, seguite dalle medie con il 30% e infine dalle microimprese con il 26%. Significativa è anche l’incidenza delle imprese artigiane con l’8%.  

E’ infine interessante evidenziare il peso delle operazioni a favore delle imprese start-up (costituite da non più di tre anni), pari al 16% come numero e all’11% come finanziamenti accolti.

  1. Conclusioni

Il primo aspetto da sottolineare del Fondo Centrale di Garanzia per le piccole e medie imprese nel confronto tra il primo decennio operativo e il secondo è il suo grande dinamismo. Nel secondo decennio i finanziamenti accolti sono saliti a 122 miliardi di euro rispetto ai 25 del primo, con un rapporto di uno a cinque. Nel complesso si tratta di una misura che incide più dell’8% dell’attuale prodotto interno lordo.  

In questo dinamismo purtroppo il Mezzogiorno perde rispetto alle altre due aree del Paese. La perdita è di quattro punti percentuali in termini di finanziamenti accolti, uno guadagnato dal Nord e tre dal Centro. Ancora maggiore è la perdita del Sud in termini di importi garantiti dal Fondo: otto punti percentuali, a fronte di sei guadagnati dal Nord e due dal Centro. E ciò nonostante la misura di incentivazione specifica presa per l’area più svantaggiata del nostro Paese: “Resto al Sud”, entrata in vigore nel 2017 e ampliata nel 2019.

Sul piano dei settori di attività economica di intervento si sottolinea l’aumento del peso del commercio, la riduzione dei servizi e soprattutto dell’industria. Questo risultato va letto insieme ad altri due. Si tratta della significativa diminuzione dell’importo medio dei finanziamento accolti e del crescente peso delle imprese di minore dimensione.

Un altro aspetto da sottolineare riguarda la forte diminuzione, tra il primo e il secondo decennio, dell’incidenza delle controgaranzie del Fondo ai confidi sul totale degli importi finanziati e il parallelo aumento delle garanzie dirette alle banche.

Le ragioni di tale evoluzione nelle modalità di concessione delle garanzie del Fondo, con un forte ridimensionamento della modalità di concessione tramite “Controgaranzia” a vantaggio della “Garanzia diretta”, sono dovute ad una molteplicità di fattori.

In primo luogo, l’elevata operatività del Fondo negli anni della crisi economica ha maggiormente esposto i confidi alle escussioni e all’assottigliamento del patrimonio, riducendone gradualmente il raggio di azione.

In secondo luogo, la necessità di contrastare il restringimento del credito per le imprese ha reso necessario un intervento di politica industriale che, se da un lato ha facilitato l’accesso al credito per le piccole e medie imprese, dall’altro lato ha reso più conveniente la modalità di concessione mediante “Garanzia diretta”.

In terzo luogo, a vantaggio delle banche, in virtù della ponderazione al 100% della garanzia dei confidi, in assenza dell’intervento del Fondo, diventa meno apprezzabile il valore della garanzia dei confidi.

Con riferimento a quest’ultimo punto, si precisa che l’impresa può accedere al credito grazie al minor assorbimento di capitale di vigilanza delle banche conseguente alla “ponderazione zero” delle operazioni garantite dal Fondo, con condizioni migliori sia in termini di minori tassi di interesse applicati ai finanziamenti che di maggior credito accordato o garanzie accessorie richieste dal soggetto finanziatore.

Si evidenzia infine il peso significativo delle imprese start up, costituite da non più di tre anni, che rivela un buon dinamismo della nostra demografia industriale e di propensione all’imprenditorialità.

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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