EFFETTI ECONOMICI DELL’ITALIA DEL RECOVERY FUND

C’è ampia discussione in corso sugli effetti economici del Recovery Fund sul nostro Paese. Si tratta di 209 miliardi e di euro assegnati all’Italia, pari a quasi il 28% delle risorse complessive destinate dall’Unione Europea per fare fronte alle gravi conseguenze economiche del coronavirus (750 miliardi di euro). Si tratta di fondi in parte a debito e in parte a fondo perduto che la Commissione ha denominato Next Generation EU per sottolineare l’importanza di destinare le risorse per il miglioramento economico e sociale delle future generazioni.

Dei 209 miliardi di euro assegnati all’Italia, 127 sono a debito e 82 come contributo a fondo perduto. 

Il Governo italiano ha predisposto un primo piano generale (Recovery plan) per la destinazione delle risorse dell’Unione Europea destinate all’Italia, con l’individuazione di sei aree tematiche. Si tratta della digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per la mobilità; istruzione, formazione, ricerca e cultura; equità sociale, di genere e territoriale; salute.

Obiettivo primario è il raddoppio della crescita del prodotto interno lordo (PIL) e più occupazione. Ci si propone di raddoppiare il tasso di crescita del PIL portandolo dalla media dello 0,8% dell’ultimo decennio ad un livello in linea con la media europea dell’1,6%; aumentare gli investimenti pubblici portandoli al 3% del PIL, conseguire un aumento del tasso di occupazione di 10 punti percentuali salendo dall’attuale 63% al 73% della media dell’Unione Europea; portare la spesa in ricerca e sviluppo al 2,1% rispetto all’attuale 1,3%.

Uno dei punti delle linee guida indicato nel capitolo ”Fisco“ prevede «una riforma complessiva della tassazione diretta e indiretta, finalizzata a disegnare un fisco equo semplice e trasparente per i cittadini, che riduca in particolare la pressione fiscale sui ceti medi e le famiglie con figli e acceleri la transizione del sistema economico verso una maggiore sostenibilità ambientale». Si prevede inoltre di trasferire l’onere «dalle persone alle cose» e un «alleggerimento della pressione fiscale unitamente ad un sistema impositivo favorevole alla crescita». «Il governo – si precisa – ha deciso di disattivare anche tutti gli aumenti di Iva e accise previsti dalle clausole di salvaguardia».

Uno dei punti più controversi riguarda gli effetti sulla crescita del PIL, previsti dal Governo nel raddoppio, passando dalla media dello 0,8% all’1,6%. La Banca d’Italia, per esempio, prevede di salire al 3%, con una maggiore occupazione di 600 mila unità.

Un sistema economico ingessato come quello italiano porta naturalmente ad una maggiore cautela per quanto riguarda gli effetti del Recovery plan sul tasso di crescita dell’economia.  Se paragoniamo il sistema economico italiano ad un’automobile vecchia e scassata, mettere benzina anche abbondante non serve perché la velocità sarà comunque condizionata dallo stato  strutturale della macchina. Parliamo delle inefficienze e dei ritardi delle infrastrutture materiali e immateriali, della giustizia che non funziona, della burocrazia asfissiante e di un fisco molto pesante sulle imprese e sulle famiglie che pagano regolarmente le tasse. Aggiungiamo infine l’alto debito pubblico che viaggia intorno al 160% del PIL.  

Ma azzardiamo ugualmente un semplice esercizio. Supponiamo che le risorse assegnateci dall’Unione Europea si trasformino totalmente in investimenti e che questi si sviluppino nell’arco di sette anni, pari al periodo di programmazione dei fondi strutturali europei (2001-2007). Si tratta di circa 30 miliardi di euro in media all’anno che con un moltiplicatore degli investimenti ipotizzato di 1,1, conducono ad un aumento del reddito di circa 33 miliardi di euro. Quindi, una crescita del PIL dell’1,8%. Si tratta di un dato leggermente superiore a quello previsto dal Governo (1,6%) e minore di quello previsto dalla Banca d’Italia (3%). Le stime del Governo ci sembrano pertanto abbastanza cautelative.    

Preoccupa naturalmente l’alto debito pubblico perché le risorse provenienti dall’Unione Europea in buona parte sono a debito e vanno pertanto rimborsate. La sostenibilità del debito pubblico richiede che la crescita del reddito sia superiore a quella dei tassi di interesse pagati. L’attuale è pertanto una situazione favorevole per il costo del danaro molto basso in relazione alla politica monetaria molto espansiva della Banca Centrale Europea (BCE) attraverso l’acquisto di titoli del debito pubblico e di imprese private. Un aumento dei tassi di interesse renderebbe pertanto sempre meno sostenibile il nostro debito pubblico e il perseguimento degli obiettivi con le risorse provenienti dal Recovery Fund.

Anche per questo appare conveniente il ricorso da parte dell’Italia al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) per un importo massimo di 37 miliardi di euro per interventi nel settore sanitario. E ciò perché le condizioni del prestito sono particolarmente favorevoli: tasso di interesse dello 0,1% e durata di 10 anni. Condizioni quindi migliori di quelle riguardanti il ricorso al mercato per la raccolta di risorse finanziarie da parte dello Stato italiano.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 19 ottobre 2020          

 

 

 

Tags: , , ,

Giovanni Scanagatta

UNITELMA SAPIENZA

Links

  • Scrivimi
  • Privacy Policy
  • Cookie Policy

giovanniscanagatta.it | All rights reserved | by SophiaCoop