ECONOMIA E POPOLAZIONE IN DUEMILA ANNI DI STORIA

Se osserviamo l’economia mondiale e la popolazione nei duemila anni di storia dalla nascita di Cristo, si vede che i tassi di crescita del reddito, del reddito pro capite e della popolazione sono stati molto bassi e piatti nei primi 1800 anni e compiono invece dei veri e propri balzi in avanti negli ultimi 200 anni, in corrispondenza delle rivoluzioni industriali.

Nei primi 1800 anni dalla nascita di Cristo, il progresso tecnico è stato lento, come pure la crescita della produttività, del reddito pro capite e della popolazione mondiale. 

L’analisi di lungo periodo dello sviluppo economico richiede il metodo storico, anche se la teoria neoclassica è fondamentalmente tuttora il paradigma dominante in economia. Ma il paradigma neoclassico è refrattario alla teoria dello sviluppo economico: da qui il profondo senso di insoddisfazione da cui gli economisti contemporanei tentano di uscire con grande difficoltà perché attratti dalla bellezza formale dei modelli che non ci aiutano a capire a fondo quello che è successo in lunghi periodi di tempo e quello che molto probabilmente succederà.

Come afferma Sylos Labini, “Una situazione veramente paradossale, se riconosciamo che nel nostro tempo le relazioni economiche e sociali sono incessantemente rivoluzionate da grandi innovazioni. La spiegazione del processo di sviluppo non può essere soddisfacente se non cerchiamo di individuare e di spiegare gli impulsi che generano la crescita della produttività” (Sottosviluppo. Una strategia di riforme, Editori Laterza, 2000, p. XVII).

Il progresso scientifico e tecnico è il motore fondamentale dello sviluppo economico, assieme alle forze della concorrenza e al ruolo positivo dei mercati creditizi. Esso è alla base della crescita della produttività e dell’aumento del reddito pro capite e della riduzione del tempo di lavoro. Come afferma Schumpeter nella Teoria dello sviluppo economico del 1911, “In una società fondata sulla proprietà privata e sulla concorrenza, questo processo è il necessario complemento di un impulso economico e sociale sempre nuovo e di un crescente reddito reale di tutte le categorie di soggetti economici”. 

Cruciale è pertanto il rapporto tra progresso tecnico e sviluppo della produttività determinato dalle rivoluzioni industriali (effetto Schumpeter) e dimensione e sviluppo dei mercati interni e internazionali (effetto Smith). La crescita della produttività totale dei fattori della produzione determina in larga misura un aumento del reddito pro capite e quindi una crescita della domanda dei beni di consumo, del risparmio e, in definitiva, della ricchezza. Con la crescita della ricchezza, migliora anche la possibilità di ricorrere al credito per sostenere i processi di sviluppo, uscendo dalla trappole della povertà.

Le possibilità maggiori di espansione della domanda a livello mondiale provengono oggi dai paesi in via di sviluppo. In breve, una possibilità di espansione dei mercati di enormi proporzioni nel medio-lungo periodo (effetto Smith), da cui trarrebbero vantaggi sia i paesi in via di sviluppo che i paesi ricchi. La preoccupazione maggiore riguarda il continente africano, per il tremendo intreccio di problemi economici, sanitari, culturali e religiosi. Si prevede che l’Africa avrà 2 miliardi di persone nel 2050, pari a oltre il 22% della popolazione mondiale.

Con le rivoluzioni industriali, cioè con il progresso tecnico, il reddito complessivo cresce a ritmi molto più veloci della popolazione. Di conseguenza aumenta il reddito pro capite.

Viene smentita la legge di Malthus sulla crescita della ricchezza in progressione aritmetica e della popolazione in progressione geometrica, con una caduta del reddito pro capite. E’ il “miracolo” del progresso tecnico che fa compiere grandi balzi in avanti alla produttività e quindi al reddito pro capite. In misura minore, ma crescente, sono gli effetti della produttività sulla riduzione della durata del tempo di lavoro. E tutto questo tenendo presente che ai tempi di Malthus la popolazione mondiale non superava il miliardo di persone, rispetto agli oltre sette attuali.

Come si vedrà nella verifica econometrica di questa scheda, esiste una relazione positiva forte nei due mila anni di storia economica analizzati tra la crescita della popolazione mondiale e la crescita del reddito pro capite. Infatti, soprattutto negli ultimi 200 anni, in coincidenza con le rivoluzioni industriali, la crescita del reddito complessivo mondiale supera di gran lunga l’aumento della popolazione.

Grazie al progresso tecnico e al conseguente aumento della produttività (effetto Schumpeter) si accresce l’offerta di beni e servizi. Aumenta anche il reddito disponibile e con esso la domanda che trova soddisfazione in una crescente offerta di beni e servizi. Aumenta, con l’elevazione del reddito pro capite, la popolazione e quindi la dimensione dei mercati (effetto Smith).

La prima rivoluzione industriale è nata in Inghilterra e copre il periodo che va dalla fine del settecento ai primi dell’ottocento con l’invenzione della macchina a vapore e della prima meccanizzazione, grazie alla disponibilità di carbone e di ferro. Nella scienza economica prevale il pensiero utilitarista per cui, come dice Smith, non è la benevolenza del macellaio a farci trovare la carne sul nostro tavolo ma il fatto che egli persegua il proprio interesse (Bentham, Hobbes e altri). La specializzazione del lavoro diventa verticale, rispetto a quella orizzontale dei secoli precedenti, per cui la fabbricazione di un determinato bene si spezzetta in moltissime fasi. Si spezza di conseguenza il lavoro ed entra in scena il sistema della fabbrica che diventa il luogo primario della produzione, mentre la famiglia è luogo di consumo, differentemente dai secoli precedenti in cui era luogo di produzione e di consumo (economia di autosufficienza).

La seconda rivoluzione industriale abbraccia il periodo tra il 1870 e il 1913 e vede il suo centro soprattutto in Germania, ma non solo. Essa è caratterizzata dallo sviluppo della chimica, del motore a scoppio, del motore diesel, dell’aeronautica. Lo sviluppo del reddito mondiale subisce un balzo in avanti, molto più della popolazione che supera il miliardo. Conseguentemente si accresce in modo significativo il reddito pro capite a livello mondiale. Abbiamo la prima globalizzazione e subisce un forte incremento il commercio mondiale (effetto Smith). Nel 1911 esce l’importante opera di F. Taylor sull’organizzazione scientifica del lavoro che porta alla catena di montaggio per la costruzione delle automobili, con una struttura fortemente piramidale per cui l’operaio deve solamente eseguire le mansioni che gli vengono assegnate. H. Ford apre la strada del consumo di massa per cui gli operai devono avere la possibilità con il loro reddito di comperarsi l’automobile e per questo entra in conflitto con i fratelli Dodge, suoi soci, perché distribuisce pochi dividendi. Ford risponde che preferisce migliorare le condizioni di vita dei suoi operai, assicurando loro non solo dei salari migliori ma anche case dignitose e altri vantaggi. Sopraggiunge nel 1913 la prima guerra mondiale, al cui termine segue un periodo di crisi di Stati importanti come la Germania per il pagamento dei debiti di guerra. Il culmine della crisi si ha nel 1929 che colpisce tutti i paesi ad economia di mercato. Le economie si chiudono dando origine ad un periodo di autarchia e di ristringimento dei mercati (effetto Smith negativo). Si riduce il tasso di crescita del reddito mondiale, mentre la popolazione mantiene il suo ritmo di aumento. Diminuisce di conseguenza il tasso di crescita del reddito pro capite a livello mondiale.

Il sistema monetario è basato sull’oro (gold standard). I Paesi con bilance dei pagamenti negative perdono oro e conseguentemente si riduce la circolazione monetaria che porta ad una riduzione dei prezzi. Il sistema economico diventa più competitivo e si ristabilisce l’equilibrio della bilancia dei pagamenti. Il contrario avviene per un Paese con bilancia dei pagamenti positiva. L’afflusso di oro rialza i prezzi e l’economia diventa meno competitiva, spingendo la bilancia dei pagamenti verso l’equilibrio.

Al gold standard segue il gold bullion standard in base al quale la convertibilità non viene assicurata con monete d’oro ma in barre d’oro.

Dopo la prima guerra mondiale i Paesi, soprattutto quelli europei, tentano di ritornare alle parità aurea ante-guerra ma sarà un fallimento a causa della grande inflazione provocata dall’economia di guerra. Le principali monete sono costrette a svalutare, con in evidenza la sterlina. Si assisterà al crollo del marco tedesco a causa delle pesanti condizioni imposte alla Germania per la riparazione dei debiti di guerra (Trattato di Versailles del 1919). Le economie sono colpite dalla grave crisi del 1929 e si va verso l’autarchia e le dittature del nazionalsocialismo e del fascismo che condurranno alla seconda guerra mondiale.

Il gold bullion standard evolve ancora verso il gold exchange standard, in base al quale le banche centrali accumulano riserve non solo in oro ma anche in altre valute internazionali come il dollaro, convertibili in oro.

Dopo la seconda guerra mondiale vengono firmati i famosi accordi di Bretton Woods del 1944. In base a tali accordi, il dollaro diventa il perno del sistema monetario internazionale con una convertibilità in oro sulla base di 35 dollari per oncia. Il sistema reggerà fino al 15 agosto del 1971 quando il Presidente americano Nixon sospende la convertibilità del dollaro in oro. Il dollaro non è più convertibile ma continua a svolgere il ruolo fondamentale di mezzo internazionale degli scambi e di riserva di valore. Le banche centrali dei principali Paesi possiedono quantità enormi di oro nelle loro riserve e continuano ad accumularlo. Le banche centrali che possiedono le maggiori quantità di riserve auree sono quella americana, tedesca, italiana, francese, cinese e russa. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) creato con gli accordi di Bretton Woods, assieme alla Banca Mondiale, diventa il terzo soggetto possessore di riserve auree con circa il 9% di quelle totali possedute dalle banche centrali di tutto il mondo. Il Fondo Monetario Internazionale, a cui i paesi aderenti hanno conferito parte delle loro riserve auree, finanziano quei paesi che sono in squilibrio non strutturale della bilancia dei pagamenti. In caso invece di squilibrio strutturale della bilancia dei pagamenti, i Paesi interessati dovranno svalutare la propria moneta e fissare una nuova parità.         

La terza rivoluzione industriale copre gli anni che vanno dal 1960 al 2000 ed ha la sua origine soprattutto negli Stati Uniti d’America con l’economia della conoscenza. I settori interessati sono le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le biotecnologie, le nanotecnologie, i nuovi materiali. Non si intravedono ancora in modo compiuto gli effetti della convergenza e dell’integrazione tra tutti questi settori, che caratterizzerà la quarta rivoluzione industriale.

La terza rivoluzione industriale si caratterizza per l’importante fenomeno della globalizzazione che porta alla mobilità internazionale non solo dei beni e dei servizi ma di tutti i fattori della produzione: lavoro, capitale, imprenditorialità. Le imprese delocalizzano i loro impianti dove i costi del lavoro sono minori, dove la tassazione è più bassa e dove il sistema delle regole è meno stringente. Il sistema d’impresa tende anche a managerializzarsi, con una visione di breve periodo e di massimizzazione dei vantaggi sia per gli azionisti che per i managers. Si appanna la visione dell’imprenditore che è un generalista e non uno specialista come il manager, guardando alla sostenibilità dell’impresa nel lungo periodo e ai dipendenti come la risorsa più preziosa per lo sviluppo, secondo una visione più etica e  culturale. Si assiste quindi ad una deresponsabilizzazione nei confronti degli stakeholder interni ed esterni dell’impresa. Ma il progresso tecnico fa prepotentemente sentire il suoi effetti sulla crescita della produttività e del reddito che aumenta a ritmi molto sostenuti, intorno ad un valore medio del 5% in ragione annua. Aumenta in modo significativo anche la popolazione mondiale, ma a ritmi inferiori a quelli del reddito complessivo. Una forte spinta riceve pertanto la crescita del reddito pro capite.

Dopo una pausa di qualche anno, la new economy imbocca una nuova “onda tecnologica”, dando origine alla quarta rivoluzione industriale che si vede soprattutto a partire dagli anni successivi alla crisi del 2008-2015. Si tratta di “Industria 4.0”, tuttora in corso, che può essere definita la rivoluzione delle tecnologie convergenti. Le aree della terza rivoluzione industriale (tecnologie dell’informazione e della comunicazione, biotecnologie, nanotecnologie, nuovi materiali, robotica, intelligenza artificiale) che viaggiavano sostanzialmente separate, ora convergono e si integrano, determinando grossi aumenti di produttività e un vero e proprio sconvolgimento del mercato del lavoro e dell’organizzazione delle imprese. Si pensi ad internet delle cose (IOT), alla manifattura additiva (stampante 3D), al cloud computing e ai big data, a “Industria 4.0”, alla robotica, all’intelligenza artificiale. La macchina intelligente tende a sostituire l’uomo, cambiando il sistema delle alleanze. All’alleanza necessitata tra capitale e lavoro, segue quella tra capitale e consumatore. Il capitale non ha più bisogno del lavoro e l’obiettivo primo riguarda il cliente-consumatore di cui occorre sapere tutto per influenzarne i comportamenti attraverso le enormi potenzialità delle nuove tecnologie (vedi big data e social network). In generale si determina un predominio dell’economia e della tecnologia sulla politica, dando origine alla tecnocrazia. A questo si aggiunge il fenomeno della finanziarizzazione a livello globale, cercando l’utile nel brevissimo periodo non nel settore reale dell’economia ma all’interno dell’industria finanziaria con le sue pericolose innovazioni di processo e di prodotto grazie alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. La finanza diventa il cervello dell’economia con conseguenze fortemente negative per un vero sviluppo.

Vediamo infine, a grandi linee, il profilo dello sviluppo economico a livello mondiale in duemila anni di storia. Il filo conduttore sarà offerto dalle dinamiche della popolazione e del reddito – assoluto e pro capite – che rappresentano le principali grandezze misurabili e quindi, in qualche modo, oggettive. Nel fare questo abbiamo scelto di affidarci alle statistiche elaborate da un grande studioso inglese, Angus Maddison, le cui stime della popolazione e del reddito consentono di andare molto lontani nel tempo con un accettabile grado di attendibilità.

Al di là dei semplici dati, dopo uno sguardo d’insieme sull’evoluzione complessiva della popolazione e del reddito nel mondo, ci pare utile descrivere le principali tendenze della storia dei continenti. Si vede così che lo sviluppo economico è una componente della storia complessiva dei popoli, essendo legato alla loro etnia, alla loro cultura, alla loro religione e all’evoluzione della società e delle istituzioni. A prescindere infatti dai modelli e dagli schemi degli economisti, lo sviluppo è fatto dagli uomini, con tutte le loro aspirazioni e le loro contraddizioni. Pur in maniera imperfetta, lo scopo è proprio quello di presentare un quadro il più variegato possibile delle diverse vie allo sviluppo (o al mancato sviluppo) intraprese dai popoli, ponendole davanti agli occhi del lettore, senza la pretesa di voler fornire un giudizio di valore.

Se diamo uno sguardo d’insieme all’andamento della popolazione e del reddito negli ultimi duemila anni, scopriamo facilmente come l’accelerazione dei processi di crescita sia fortemente concentrata nell’ultimo secolo e mezzo. Nei primi mille anni si ha una sostanziale stazionarietà dei fenomeni, con una crescita lineare della popolazione e del PIL e un saggio di variazione costante del reddito pro

capite. Dopo il 1820, anno da cui si può fare decorrere l’inizio su vasta scala della rivoluzione industriale, la popolazione e il PIL cominciano a crescere a tassi molto più elevati, e anche con significativi cambiamenti di ritmo da un periodo ad un altro. In particolare, i quasi cento anni compresi tra il 1820 e lo scoppio della prima guerra mondiale (1914) sono caratterizzati da un’impennata del PIL e del reddito pro capite, a fronte di una crescita meno forte, ma comunque sostenuta della popolazione. Segue un periodo – quello compreso tra le due guerre mondiali, passando attraverso la grande depressione del 1929-33 – che vede il saggio di crescita della popolazione continuare ad aumentare, mentre quello del reddito subisce una decelerazione. Infine la seconda metà del secolo scorso può essere divisa in due sotto periodi: quello compreso tra il 1950 e il 1973 di forte espansione di tutte e tre le grandezze considerate – la cosiddetta età dell’oro – e quello che va dal 1973 – anno dello scoppio della prima crisi petrolifera – ai giorni nostri, in cui la decelerazione dei fenomeni è di nuovo consistente, pur mantenendosi su ritmi elevati se vista in una prospettiva di lunghissimo periodo. In questa fase, per la prima volta nella storia, il saggio di aumento della popolazione si riduce e torna ad eguagliare, come avvenuto nel periodo tra le due guerre mondiali, quello del PIL pro capite.

Ma torniamo ad analizzare i periodi della storia dell’umanità partendo dall’inizio. Secondo le stime di Angus Maddison nel primo anno dopo Cristo la popolazione mondiale era concentrata per il 74% in Asia, che aveva anche il 73% della ricchezza mondiale. Non però il maggior reddito pro capite, che apparteneva all’Europa Occidentale – dominata dall’Impero romano – seguita dall’Africa. L’Italia vantava allora il reddito pro capite più alto del mondo, pari a 809 euro, quasi il doppio rispetto alla media mondiale.

Dieci secoli dopo il quadro non cambia di molto. La popolazione mondiale risulta aumentata di appena il 18%, il prodotto interno lordo del 14%, con la conseguente diminuzione del 3,6% del reddito pro capite. Nell’anno 1000 la popolazione mondiale è di 267 milioni, poco più dell’attuale Indonesia, il PIL mondiale l’equivalente di soli 120 miliardi di dollari, corrispondenti all’incirca a quelli dell’attuale Romania, e il reddito pro capite si assesta in media sui 450 dollari, come il Bangadesh di oggi. La speranza di vita, dopo dieci secoli di storia, rimane invariata attorno ai 24-25 anni, la stessa stimata ai tempi dell’Impero romano. L’Asia appare al primo posto non solo in termini di popolazione e PIL, ma anche di reddito pro capite, mentre l’Europa e l’Italia, in pieno Medioevo, conoscono un periodo di declino. E’ da sottolineare comunque l’appiattimento delle condizioni di vita, se misurate in termini di PIL pro capite, in quanto le differenze fra le regioni più ricche e quelle più povere sono ridotte al minimo.

La fotografia dello “stato del mondo” scattata nel 1400-1500 mostra segni di cambiamento, in seguito al Rinascimento che mostra un risveglio dell’attività economica e finanziaria e di tutte le arti. La popolazione è cresciuta del 64% rispetto all’anno 1000, il prodotto interno lordo complessivo è raddoppiato, mentre il reddito pro capite è aumentato del 26%. Si è allargata anche la differenza interregionale, in quanto il PIL pro capite dell’area più ricca, che è tornata ad essere l’Europa Occidentale, sopravanza di quasi due volte quello dell’area più povera. L’Asia rimane comunque la prima area in termini sia di popolazione sia di PIL (il 65% del totale per entrambi).

Passiamo ora a vedere la fotografia al 1820. Rispetto a oltre tre secoli prima, la popolazione mondiale appare più che raddoppiata, superando il miliardo, mentre il PIL risulta cresciuto di 2,8 volte. Più modesto è l’incremento del reddito pro capite (17,6%), mentre la forbice nella distribuzione del reddito del pianeta si allarga ancora di più, con gli Stati Uniti, già diventati la regione più ricca, che hanno un PIL pro capite di quasi tre volte rispetto a quello dell’Africa, diventata ormai la regione più povera. La speranza di vita nella media mondiale – 26 anni – si differenzia di poco rispetto a quella dei diciotto secoli precedenti, ma con un’importante differenza fra l’Occidente, in cui passa a 36, e il resto del mondo, ancora ferma ai 24 anni del primo anno dopo Cristo.

E veniamo all’epoca del primo vero balzo in avanti della storia dell’umanità: il periodo della prima rivoluzione industriale (1820-1870). Per la prima volta nella storia il ritmo di crescita del prodotto mondiale sopravanza nettamente quello della popolazione (0,9% medio annuo per il primo, contro lo 0,4% della seconda): il risultato è che il tasso di crescita del reddito pro capite sale dallo 0,05% medio annuo degli otto secoli precedenti allo 0,5%. Il protagonista assoluto di questa crescita è il mondo occidentale, in cui il tasso medio annuo di aumento del PIL pro capite supera l’1%. L’Asia, incluso il Giappone, invece crolla, con un livello di reddito pro capite nel 1870, più basso di quello del 1820 (556 dollari contro 581). La differenza regionale si allarga ulteriormente, con uno scarto fra Stati Uniti e Africa di 5 a 1.

La grande spinta ricevuta dalla rivoluzione industriale porta il pianeta a realizzare un balzo ancora più grande nel quarantennio successivo, quello che va dal 1870 al 1913. E’ questa l’epoca della prima globalizzazione, che vede lo spostamento su vasta scala di persone, merci e capitali nel mondo. La popolazione, il PIL e il reddito pro capite mondiali aumentano a ritmi medio annui, rispettivamente, dello 0,8%, del 2,1% e dell’1,3%. Si rafforza la supremazia del mondo occidentale, la cui quota sul prodotto lordo mondiale arriva a superare, alla vigilia della prima guerra mondiale, il 54%. La crescita maggiore è realizzata dagli Stati Uniti, con un aumento del PIL medio annuo di quasi il 4%, contro il 2,1% dell’Europa Occidentale. Sono ragguardevoli anche i tassi di crescita dell’America Latina come nel caso dell’Argentina – una delle mete preferite dalle migrazioni – con il 3,5%, e dell’Europa Orientale, tra cui la Russia, investita dalla rivoluzione industriale, con il 2,4%.

L’America Latina è l’area che realizza la crescita maggiore del reddito pro capite, con l’1,9% medio annuo, superiore anche a quello degli Stati Uniti (1,8%). Con l’aumentare della ricchezza cresce anche il divario fra le aree e lo scarto interregionale aumenta dell’80% rispetto al periodo precedente. La speranza di vita nel mondo raggiunge nel 1900 i 31 anni, ma con una notevole differenza fra l’Occidente (46 anni) e il resto del mondo, ferma a soli 26 anni.

Dopo la prima globalizzazione segue uno dei periodi più tragici della storia del mondo, quello delle due guerre mondiali e della grande depressione degli anni trenta. Nel periodo compreso tra il 1913 e il 1950, mentre la popolazione continua ad accelerare i suoi ritmi di accrescimento, raggiungendo lo 0,9% medio annuo, la crescita del PIL mondiale rallenta all’1,8% medio annuo e quella del reddito pro capite si ferma allo 0,9%. L’area che più guadagna in questa fase di rallentamento è l’America Latina, lontana dalle guerre mondiali, con un aumento della popolazione di quasi il 2% medio annuo – grazie alle forti ondate migratorie soprattutto verso Brasile e Argentina – e del PIL del 3,4%. Il reddito pro capite nell’area cresce dell’1,4%, un dato non lontano dall’1,6% degli Stati Uniti. L’Asia in questo periodo conosce una forte battuta d’arresto e il suo reddito pro capite scende al di sotto di quello dell’Africa. Nonostante il rallentamento complessivo, lo scarto interregionale aumenta considerevolmente, con una differenza, nel 1950, fra reddito pro capite degli Stati Uniti e dell’Asia di 13,3 volte. In compenso, per la prima volta aumenta significativamente l’aspettativa di vita anche nel resto del mondo, toccando i 44 anni, contro i 66 del mondo occidentale.

Veniamo così a quella che è considerata l’età dell’oro (golden age) della storia dell’umanità: il periodo del secondo dopoguerra, che si conclude con la crisi petrolifera del 1973. Tutti gli indicatori subiscono un’impennata: la popolazione cresce ad un ritmo medio annuo prossimo al 2%, sfiorando nel 1973 i 4 miliardi, e il prodotto mondiale aumenta a un saggio ancora più alto, il 4,9%, trascinando verso l’alto anche il tasso di crescita medio annuo del reddito pro capite (2,9%). Grazie anche al boom del Giappone, l’Asia torna ad espandersi fortemente – oltre il 6% medio annuo del PIL – seguita dall’America Latina (5,4%) e dall’Europa Occidentale (4,8%), il cui prodotto complessivo supera nel 1973 quello degli Stati Uniti. L’Europa è anche l’area che realizza la maggiore espansione del reddito pro capite (4% medio annuo), erodendo il divario nei confronti degli USA. Il 1973 segna una svolta anche nella distribuzione del reddito fra aree, in quanto il differenziale fra gli Stati Uniti Uniti, area più ricca, e l’Africa, area più povera, scende a 11,8:1.

Dopo il 1973 il mondo entra in una nuova fase: quella dei saggi di crescita decrescenti. E questo nonostante la seconda globalizzazione – iniziata gradualmente fin dal dopoguerra e diventata prorompente negli anni novanta – contribuisca fortemente ad allargare i mercati. Pur raggiungendo i 6,3 miliardi di abitanti, si riduce per la prima volta nella storia dell’umanità il ritmo di aumento della popolazione, che passa all’1,6% medio annuo contro l’1,9% della periodizzazione precedente. Tale riduzione interessa non solo l’Occidente, ma anche il resto del mondo, con l’unica eccezione dell’Africa. Anche i tassi medi annui di crescita del PIL e del reddito pro capite si abbassano, passando rispettivamente al 3,2% e all’1,6% e coinvolgendo in questa discesa tutte le macroaree, Asia compresa, nonostante il boom di India e Cina. E’ rilevante il fatto che la crescita medio annua della popolazione è superiore, a livello mondiale, a quella del reddito pro capite.

La quota del mondo occidentale in termini di PIL mondiale torna nel 2003 ai livelli del 1870 (43%), mentre sale moltissimo, al 41%, quella dell’Asia. Importanti differenziazioni fra le aree si colgono anche focalizzando l’attenzione sul PIL pro capite. In particolare, sono da sottolineare: il sostanziale allineamento dei tassi medi annui di crescita tra Europa occidentale e Stati Uniti; la dinamica negativa dell’Europa orientale da attribuire principalmente all’ex Unione Sovietica; l’espansione dell’Asia, che diventa la regione a più forte crescita; il forte rallentamento dell’America Latina. Il risultato finale è che lo scarto interregionale raggiunge il massimo, con la regione più ricca (sempre gli Stati Uniti) che supera di 19 volte l’Africa, la regione più povera. Inoltre, nonostante l’innalzamento generalizzato, continuano a permanere forti differenze nella speranza di vita fra i Paesi occidentali (76 anni) e il resto del mondo (63).   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  1. Concludiamo questa scheda con l’analisi di un lunghissimo periodo storico dello sviluppo economico del mondo con una semplice verifica econometrica riguardante la relazione tra la crescita della popolazione mondiale e i tassi medi annui di variazione del reddito pro capite. Il periodo complessivo di stima va dall’anno 1 dopo la nascita di Cristo al 2003, con una suddivisione in otto sotto periodi. Per ognuno di questi otto sotto periodi sono stati calcolati i tassi medi annui di variazione della popolazione mondiale e quelli del prodotto interno lordo pro capite.

I risultati della regressione lineare tra le due variabili sono risultati i seguenti:

P.M. = 0,67 R.P.C. + 0,15

R2= 0,90

Dove:

P.M. rappresenta i tassi medi annui di variazione della popolazione mondiale

R.P.C. rappresenta i tassi medi annui di variazione del prodotto interno lordo pro capite

R2 rappresenta il coefficiente di determinazione (parte della devianza totale dovuta alla devianza di regressione)

La correlazione lineare positiva tra le due variabili è pertanto alta e molto vicina all’unità. La variabile indipendente è rappresentata dai ritmi di variazione del prodotto interno lordo pro capite e quella dipendente dai ritmi di variazione della popolazione mondiale. Come abbiamo visto, gran parte della dinamica del reddito pro capite dipende a sua volta da quella della produttività e quest’ultima dal progresso tecnico. 

La retta di regressione mette in evidenza che ad un aumento dell’1% del reddito pro capite a livello mondiale, si assiste ad un aumento dello 0,67% della popolazione mondiale. In questo caso, una stima della popolazione mondiale al 2050, conduce a 8,8 miliardi di persone.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 30 novembre 2020

 

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