DIGRESSIONE SU DEBITO E INTERESSE DEL CAPITALE: IL CASO ITALIA

Come è noto, è molto alto il debito pubblico e privato a livello mondiale. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale (FMI), si tratta di 184 milia miliardi di dollari, con un rapporto rispetto al PIL mondiale del 225%. Alcuni Paesi hanno un peso maggiore del debito privato rispetto a quello pubblico. Altri Paesi, come ad esempio l’Italia, hanno una incidenza relativamente bassa del debito privato e alta di quello pubblico che supera il 130% del PIL Con riferimento ai Paesi industrializzati, solo il Giappone ha un rapporto del debito pubblico sul PIL superiore al nostro (224%).

Il debito privato sostiene la domanda di beni consumo e di beni di investimento, ma ci si chiede fino a che punto questo meccanismo possa andare avanti senza creare una crisi del sistema. Il meccanismo va avanti fino a quando imprese e famiglie sono in grado di pagare il debito, dopo di che arriva la crisi come è già avvenuto nel 2007-2008.

Questa situazione pone naturalmente seri vincoli alle politiche monetarie per quanto riguarda la gestione dei tassi di interesse. Un aumento di un solo punto percentuale porta ad un aggravio annuo della spesa per interessi di 1840 miliardi di dollari, una valore circa pari al PIL dell’Italia. Tre punti percentuali di aumento si tradurrebbero invece in un aggravio della spesa per interessi uguale a 5520 miliardi di dollari, un valore largamente superiore al PIL della Germania.

In sintesi, la grandezza del debito condiziona fortemente le politiche monetarie delle Banche Centrali, e in primis della Banca Centrale Europea (BCE) e della Federal Reserve americana. Un rialzo dei tassi di interesse di policy, rischia di mettere in crisi il sistema, con una catena di insolvenze e un deprezzamento dei beni posti a garanzia del debito. Ciò spinge i sistemi verso la deflazione e come ci ha dimostrato I. Fisher (Debt and deflation, 1933) questo fa male ai debitori e alla domanda di beni di consumo e di beni di investimento. Si paga un prezzo in termini di crescita del reddito e di aumento del tasso di disoccupazione.

La configurazione attuale dei tassi di interesse è molto squilibrata. Di fronte a livelli intorno allo zero dei tassi di interesse di policy, abbiamo tassi di mercato per i prestiti riguardanti l’acquisto dei beni di consumo durevole che oscillano tra il 7 e l’8%. Inoltre abbiamo cedole riguardanti l’emissione di obbligazioni bancarie italiane con caratteristiche intermedie tra le azioni e le obbligazioni che si avvicinano in alcuni casi al 10%. Ciò ci dice che il premio per il rischio implicito nei tassi di interesse delle obbligazioni bancarie italiane è molto alto, giungendo a tassi di interesse “puri” certamente più bassi.

Per quanto riguarda la politica monetaria della BCE, questa situazione può avere effetti negativi sugli spread dei tassi di interesse tra i Paesi forti e quelli deboli che partecipano alla moneta unica europea. Spread elevati e crescenti portano a valori virtuali dell’euro diversi tra i Paesi forti e deboli e difficoltà crescenti per l stabilità della moneta unica. Come è già avvenuto, ciò costringe la BCE ad acquistare titoli del debito pubblico e privato sul mercato per riportare l’ampiezza degli spread compatibile con la stabilità dell’euro. Facciamo un esempio. Uno spread tra i BTP decennali italiani e i bund tedeschi di 300 punti base porta il valore virtuale dell’euro riferito all’Italia a 1,09 dollari per euro, rispetto ad un tasso di cambio attuale intorno a 1,12. Ma 600 punti base di spread porterebbero il valore virtuale dell’euro riferito all’Italia a 1,06 dollari per euro, un valore insostenibile perché scatenerebbe una violenta speculazione sull’euro rispetto al dollaro. La BCE dovrebbe intervenire pesantemente acquistando titoli del debito italiano per riportare lo spread su valori sostenibili.

Per contenere questo scenario assai problematico, l’Italia dovrebbe mostrare ai mercati una progressiva riduzione del rapporto del debito pubblico rispetto al PIL, cosa resa difficile da una crescita attuale intorno allo zero e da prospettive non facili per la caduta della domanda estera a livello europeo e mondiale.

Dalle nostre verifiche empiriche risulta che il tasso di crescita del PIL italiano è pari al 90% della differenza tra la crescita del PIL tedesco e l’1%. Abbiamo pertanto un deficit strutturale della nostra crescita rispetto a quella tedesca dell’1%, conseguente alla nostra minore produttività. 

L’Italia, per uscire da questa difficile situazione non ha che una via. Accrescere la produttività del sistema economico con un ingente sforzo di accumulazione e sviluppo nel sistema industriale e nel settore degli investimenti pubblici per le infrastrutture materiali e immateriali. Dalle nostre stime si tratterebbe nel complesso di 400 miliardi di euro su base pluriennale.

Una politica economica forte realizzabile solo con indirizzi politici chiari e determinati in un orizzonte temporale che deve andare ben oltre il breve periodo.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 6 maggio 2019                       

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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