CAPITALISMO IMMATERIALE E DEBOLEZZA DELL’OCCIDENTE

Sappiamo dalla storia che il capitalismo ha la grande capacità di rinnovarsi. Abbiamo diverse forme di capitalismo: commerciale, concorrenziale, industriale, finanziario. Con la quarta rivoluzione industriale e con la convergenza delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, delle biotecnologie, delle nanotecnologie, dei nuovi materiali, si parla di capitalismo immateriale.

Sulla capacità del capitalismo di rinnovarsi, possiamo ricordare la grande crisi del 1929 che ha provocato milioni di disoccupati. La Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes del 1936 rappresenta una risposta di alto profilo sul piano dell’analisi economica per trarre fuori i sistemi economici dalla grande crisi in cui erano precipitati. Il problema, secondo Keynes, è la deficienza di domanda effettiva per consumi e investimenti che determina un livello di equilibrio del reddito (uguaglianza tra risparmi e investimenti) insufficiente per assicurare la piena occupazione. D’altra parte, la domanda per investimenti privati non è in grado di risollevare l’economia a causa, con la crisi, della forte caduta dell’efficienza marginale del capitale in rapporto al tasso di interesse. La politica monetaria è inefficace e l’unico modo per risollevare l’economia dalla depressione in cui è precipitata è ricorrere agli investimenti pubblici. Keynes sostiene che lo Stato deve fare quello che i privati non possono o non vogliono fare (principio di sussidiarietà). Possiamo pertanto dire che Keynes indica la via per salvare il capitalismo e l’economia di mercato. Tra l’inflazione e la disoccupazione, Keynes esprime la sua preferenza per la prima, se si esclude naturalmente l’iperinflazione come quella sperimentata dalla Germania dopo la prima guerra mondiale. Per il grande economista inglese è meglio quindi disilludere il rentier che provocare la povertà e la fame di milioni di persone. Keynes mostra in questo modo di essere un liberale, ma fortemente attento alle esigenze di equità sociale e di benessere per tutti. Una posizione che può essere accostata ai valori della Dottrina Sociale della Chiesa, nata con la grande Enciclica sociale Rerum novarum di Leone XIII del 1891. Leone XIII sostiene che capitale e lavoro non devono essere in lotta tra loro ma collaborare per la costruzione del bene comune. Rifiuta la lotta di classe per la soluzione dei gravissimi problemi che avevano colpito il mondo operaio durante la prima rivoluzione industriale, riafferma l’importanza della proprietà privata e della libertà dell’iniziativa economica e imprenditoriale sia a livello di singolo individuo che collettivo. Condanna aspramente la soluzione marxista.

Questi principi della Dottrina Sociale della Chiesa vengono riaffermati nelle Encicliche sociali dei Pontefici successivi. Pensiamo alla Quadragesimo anno di Pio XI del 1931 che parla del valore fondamentale della sussidiarietà ed esprime una dura condanna nei confronti del capitalismo finanziario. Ecco le parole del Pontefice: “Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano a pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro piacimento”.

 Per superare i conflitti tra capitale e lavoro, Pio XI sottolinea l’importanza della varie forme di partecipazione nell’impresa: partecipazione agli utili da parte dei lavoratori, azionariato operaio, partecipazione dei dipendenti agli organi decisionali dell’impresa.

Nella grande Enciclica sociale di Giovanni Paolo II, Centesimus annus del 1991, non viene condannato né il profitto né il capitalismo, ma con l’indicazione di importanti condizioni. L’Enciclica afferma che quando un’impresa fa profitti vuol dire che sono impiegati in modo efficiente i fattori della produzione. Ma i conti di un’impresa possono essere in ordine mentre viene sacrificata la dignità delle persone. Questo è contrario ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa. Giovanni Paolo II dice sì al capitalismo ma alla condizione che esso sia inquadrato in solide norme etiche e morali. In caso contrario, dura è la condanna nei confronti del capitalismo.

Con la crisi finanziaria internazionale del 2007-2008 vediamo irrompere sulla scena di un mondo globalizzato il capitalismo finanziario, fonte di gravissimi guasti all’economia reale, alla crescita e all’occupazione. La filosofia imperante è che la finanza è il nuovo cervello dell’economia. Una finanza che non crea valore ma che estrae valore a vantaggio di pochi e a danno di molti. Entra in crisi il rapporto tra sistema dei prezzi e valore, come nel caso delle speculazioni di borsa. Non è il valore che determina i prezzi, ma viceversa.

Contro questo sistema si leva la voce di insigni economisti. Citiamo per tutti l’articolo di Porter e Kramer pubblicato nel 2011 su Harvard Business Review. Secondo Porter e Kramer, “Le imprese devono attivarsi in modo da riconciliare business e società, successo economico e progresso sociale. Mettere al centro degli obiettivi il valore condiviso potrà dare origine a una nuova ondata di innovazione e crescita della produttività, ridisegnerà il capitalismo e la sua relazione con la società, ridarà piena legittimazione al mondo del business nell’economia globale”.

In questa visione, la creazione di valore condiviso dovrebbe sostituire quella della creazione di valore per gli azionisti che per diversi anni ha tenuto il campo. E’ bene sottolineare che la creazione di valore condiviso corrisponde al bene comune, valore fondamentale della Dottrina Sociale della Chiesa e frutto dello sviluppo integrale dell’uomo, della solidarietà, della sussidiarietà, della destinazione universale dei beni. Si tratta di un approccio che caratterizza le Strategie d’Impresa per il Bene Comune, condotto con grande intelligenza e impegno dall’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID).

Con il passaggio dalle rivoluzioni industriali alla rivoluzione digitale emerge una nuova forma di capitalismo: il capitalismo immateriale. Nelle rivoluzioni industriali esisteva il conflitto tra capitale e lavoro. Con la rivoluzione digitale il conflitto si sposta tra il potente mondo dell’informazione    e quello della produzione e del consumo (capitale e lavoro). Da una parte abbiamo i grandi intermediari dell’informazione e dall’altra gli intermediati, cioè i produttori e i consumatori. Il mondo dell’informazione è dominato da un insieme oligopolistico di potentissime corporazioni come sono Google, Facebook, Amazon, Apple, Microsoft che raggiungono insieme una capitalizzazione di borsa di circa 5 mila miliardi di dollari, cioè il 50% in più del reddito prodotto da tutta l’Africa, più del doppio del prodotto interno lordo dell’Italia, un valore superiore al prodotto interno lordo della Germania, un valore simile al prodotto interno lordo del Giappone. Come afferma Alessandro Vespignani nel suo ultimo libro, “facendo così gli algoritmi diventano davvero degli indovini gestiti da una casta di sacerdoti con cui non possiamo comunicare e di cui non siamo in grado i di comprendere i veri poteri. È questo il pericolo più grande che ci si pone di fronte”.

Per superare questo pericoloso conflitto sociale determinato dal capitalismo immateriale abbiamo bisogno di una profonda presa di coscienza che si traduca in azione politica con un grande respiro a livello mondiale. Diversamente assisteremo, come già cominciamo a vedere, alla distruzione dei valori su cui si fonda la civiltà umana: libertà, responsabilità, dignità, creatività. Con il trans-umanesimo e il post-umanesimo ci stiamo purtroppo sempre più allontanando da un’economia non separata dall’etica e da un’etica fondata sull’inviolabile dignità dell’uomo. Sono i frutti amari del capitalismo immateriale e del nuovo conflitto sociale. In tutto questo, l’immagine dell’Occidente appare sempre più appannata e priva di valori, di fronte all’espansionismo globale della Cina.    

Di questi problemi ha parlato il presidente francese Macron in occasione dell’ultimo World Economic Forum di Davos. Macron ha affermato che l’attuale modello di capitalismo “non può più funzionare” in quanto “l’accelerazione” della finanza e della digitalizzazione hanno spezzato il “compromesso” che lo legava “alla società democratica, alla libertà individuale e all’espansione della classe media”. Secondo il presidente francese. “Il capitalismo e l’economia di mercato non si possono certo liquidare in fretta, dal momento che hanno tirato fuori dalla povertà molti milioni di persone e offerto accesso a beni e servizi in un modo senza precedenti,  allo stesso tempo, però, hanno espulso dal ciclo produttivo altre centinaia di milioni di cittadini che hanno dovuto subire shock economici legati alle delocalizzazioni, hanno perso il lavoro e sentono di aver perso la loro utilità”. E, dobbiamo aggiungere, la loro dignità.

Grave per Macron è la “disconnessione tra la finanziarizzazione e la catena del valore che è una cosa negativa quando concentra troppi fondi in attività poco rischiose. I social network hanno globalizzato l’immaginazione, facendo sì che le persone si confrontassero l’una con l’altra su scale mai viste prima. In questo modo abbiamo creato due re del sistema, i produttori e i consumatori”, con gravi problemi per il mondo del lavoro, per la difesa dell’ambiente e con la crisi della democrazia.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 18 febbraio 2021

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Giovanni Scanagatta

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