Banche e Costituzione italiana

La crisi delle banche e il modo in cui è stata affrontata fanno sorgere grossi problemi di costituzionalità.

L’articolo 47 della nostra Costituzione afferma che la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.

Si tratta di grandi principi che stanno alla base del buon funzionamento di un’economia di mercato. Quando vengono intaccati questi principi, la solidità del sistema economico corre grossi rischi. E’ quello che è avvenuto nel nostro Paese con la crisi prima di quattro banche e poi di due importanti banche venete.

La prima osservazione da fare riguarda la tempistica degli interventi. Segnali precisi della grave crisi erano evidenti fin dal 2011, come risulta dalle segnalazioni degli organi di vigilanza della Banca d’Italia. Ma si è soprasseduto pensando che il nostro sistema bancario potesse uscire sostanzialmente indenne dalla grave crisi economica iniziata nel 2007/2008, causando un forte deterioramento dei crediti bancari. Bastava osservare quello che stava succedendo nei sistemi bancari degli altri paesi, a partire dalla Germania. La Germania è intervenuta prontamente a salvaguardia del proprio sistema bancario, impegnando diversi miliardi di euro.

Alla fine, e in ritardo, anche il nostro Governo è stato costretto ad intervenire, con provvedimenti molto discussi come ad esempio quello riguardante l’obbligo della trasformazione delle banche popolari in società per azioni, abbandonando il principio del voto capitario. Ma nel frattempo, a livello di Unione Europea , molte cose erano andate avanti in modo sfavorevole al nostro sistema bancario, come la vigilanza Unica Europea e il principi del bail in per le banche. Quest’ultimo principio mina alla base l’importanza del tutto particolare della raccolta del risparmio e dell’esercizio del credito per la solidità del sistema economico. Le banche non possono essere considerate imprese qualsiasi il cui obiettivo prioritario è il profitto, e che possono pertanto fallire come qualsiasi altra impresa. Il bail in introduce invece il principio che anche le banche possono fallire e che devono farsene carico le persone che hanno affidato i loro risparmi alle banche stesse nelle diverse forme, dalle più rischiose come le azioni alle meno rischiose come i depositi in conto corrente. Per quanto riguarda la salvaguardia dei depositi bancari in conto corrente, la Banca d’Italia avrebbe voluto fare svolgere un’azione più incisiva da parte del Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi, ma l’Unione Europea si oppose.   

La prima cosa che dobbiamo pertanto dire è che il bail in è contrario ai principi sanciti dalla nostra Costituzione. Principi che si basano sui più elementari fondamenti dell’economia di mercato che riguardano la fiducia. Senza fiducia il mercato non può funzionare e in primo luogo non possono funzionare il credito e il risparmio. Senza credito e senza risparmio nessuna economia di mercato può funzionare. Sono principi che troviamo in tutti i sani insegnamenti di economia monetaria e creditizia. Pensiamo, solo per citarne alcuni, a W. Sombart, a J. Schumpeter e al nostro L. Einaudi.

Questo primo grave errore si è accompagnato ad un altro errore, altrettanto deleterio. Si tratta del passaggio dalla vigilanza di tipo strutturale a quella di tipo prudenziale, per cui le banche possono fare qualsiasi tipo di operazione purchè a fronte vi sia un adeguato presidio patrimoniale. La rincorsa all’obbligo del rispetto dei requisiti patrimoniali rispetto ai rischi di credito assunti, ha generato in alcune banche dei comportamenti tipici dell’azzardo morale. Siamo arrivati all’assurdo di banche che concedono credito ai propri clienti con l’impegno di acquistare con tali risorse azioni emesse dalle banche stesse. O mutui bancari concessi per importi superiori al valore degli immobili, con l’impegno da parte dei mutuatari di utilizzare la differenza per l’acquisto di azioni della banca. E ancora, obbligazioni convertibili in azioni per le quali gli investitori non hanno potuto esprimere il loro diritto di opzione. Obbligazioni subordinate vendute ai risparmiatori come fossero obbligazioni ordinarie. Qui, naturalmente, esiste la grave responsabilità della CONSOB (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) che ha autorizzato le emissioni con imbrogli veri e propri riguardanti i prospetti informativi.  

Politiche da condannare aspramente, ma generate da una visione dell’attività bancaria nella raccolta del risparmio e nell’esercizio del credito del tutto errata da parte delle grandi istituzioni finanziarie dell’Unione Europea.

Vale per questo la pena di pensare ad un ritorno al sano principio della specializzazione bancaria, dividendo in modo preciso l’attività dell’esercizio a breve delle banche commerciali rispetto a quella a medio e lungo termine delle banche di investimento. L’Italia ha avuto a questo riguardo una positiva esperienza con la legge bancaria del 1936, introducendo il principio della specializzazione del credito, per rompere la dipendenza della sorte delle banche da quella delle imprese attraverso il largo possesso di partecipazioni azionarie delle industrie.

Vogliamo chiudere con un accenno all’acquisizione delle banche venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) da parte di Banca Intesa San Paolo. Sembra in questo caso che la storia si ripeta, con i famosi corsi e ricorsi storici di vichiana memoria. Si ricorderà che ad un certo punto l’Istituto Opere di Religione (IOR), presieduto da Paul Marcinkus; cedette la proprietà della Banca Cattolica del Veneto al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Dal fallimento del Banco Ambrosiano nacque Banca Intesa, sotto la guida di Giovanni Bazoli, e poi Banca Intesa San Paolo. Ora Banca Intesa ritorna in Veneto, quasi novella banca cattolica, con l’acquisizione di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Per la storia, si ricorda che quando lo IOR cedette al Banco Ambrosiano la Banca Cattolica del Veneto, Albino Luciani, allora Patriarca di Venezia, si recò in Vaticano da Marcinkus per lamentare la mancata informazione della cessione. Marcinkus rispose al futuro Papa Giovanni Paolo I che la gerarchia ecclesiastica locale doveva preoccuparsi della formazione spirituale del popolo mentre il Vaticano si sarebbe occupato di finanza. Il resto della storia è noto a tutti.

 

Giovanni Scanagatta

Roma, 13 dicembre 2017                              

Tags: , ,

Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

Links

  • Scrivimi
  • Privacy Policy
  • Cookie Policy

giovanniscanagatta.it | All rights reserved | by SophiaCoop