La sorte dell’agenzia europea del farmaco

L’assegnazione delle sedi dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) ad Amsterdam e dell’Agenzia Europea delle Banche (EBA) a Parigi, in seguito all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, dimostra ancora una volta una pericolosa asimmetria che conferma la crisi in atto.

I Paesi del Sud dell’Unione Europea sono sempre più penalizzati ed esclusi dal quadro di comando dell’Unione, anche nei casi di alti requisiti posseduti come è avvenuto per Milano. Milano si era preparata da tempo per ospitare l’Agenzia Europea del Farmaco e meritava più di tutti gli altri Paesi concorrenti. Alla fine ha deciso il caso, favorendo Amsterdam, perché di fatto gli organi dell’Unione Europea non sono in grado di prendere decisioni. E’ una grossa opportunità economica persa per Milano perché l’Agenzia ha un organico di circa mille dipendenti, con un fortissimo giro di attività convegnistiche e congressuali in grado di attivare un giro d’affari di alcuni miliardi di euro all’anno.  

Si aggiunga che l’Italia ha un settore dell’industria farmaceutica di primario livello e molto dinamico, come mostrano i dati sulle esportazioni.

Anche se Milano è stata sconfitta da Amsterdam nella battaglia per l’EMA, l’Italia potrà presto prendersi una importante rivincita. E senza dover sperare nella buona sorte, come ha dovuto fare la capitale olandese per vedersi assegnare la sede dell’Agenzia europea per i farmaci.

L’industria farmaceutica italiana ha infatti tutte le carte in regola per scalzare la Germania dal gradino più alto nella classifica dei produttori a livello di Unione Europea (ma non dell’Europa perché la Svizzera gioca in un’altra categoria). Nel 2016 la produzione di farmaci sul territorio italiano è stata pari a 30 miliardi di euro, contro i 31 miliardi fatti registrare da Berlino. Merito dei tanti stabilimenti di multinazionali straniere – dalla tedesca Bayer alla britannica GlaxoSmithkline – che scelgono di venire a produrre in Italia o di continuare a farlo, motivate dal saper fare manifatturiero che il nostro Paese vanta da decine di anni in questo settore. Il loro peso è pari a ben il 60% del totale.

L’Italia negli ultimi quattro anni è il Paese con il maggiore incremento al mondo dell’export di farmaci. E a questo si aggiungono anche i siti di eccellenza presenti in Italia per la produzione di vaccini. I farmaci in Italia sono al quarto posto (nel 1991 erano al 53° e nel 2001 al 12°) per valore esportato tra 119 settori, preceduti solo da quelli della meccanica.

Nella classifica europea, per valore assoluto della produzione, l’industria farmaceutica che opera in Italia è seconda subito dopo la Germania. Posizione che ricopre anche per numero di aziende che svolgono attività innovativa (81%). L’industria farmaceutica è quindi tra i settori su cui puntare per il futuro.. Basti pensare che, secondo dati Istat e Banca d’Italia, la produttività del settore è la più alta
in Italia tra i settori manifatturieri e dal 2000 quella che è cresciuta di più, a tassi anche superiori a quelli della media europea. Risultati raggiunti integralmente grazie all’export che negli ultimi 5 anni è aumentato del 64%, rispetto al +7% della media manifatturiera e al +29% della farmaceutica nell’UE. Solo nel 2013 è cresciuto del 14% mentre il totale manifatturiero era pari a 0%.

Le imprese del farmaco sono un patrimonio dell’Italia con 174 aziende, 62 mila addetti (90% laureati o diplomati), 6 mila addetti alla ricerca e sviluppo, per il 53% donne, 27 miliardi di produzione (72% destinato all’export), 2,4 miliardi di investimenti (1,2 in Ricerca e Sviluppo e 1,2 in produzione). Valori cui si sommano quelli delle aziende ad alta tecnologia  dell’indotto: 60 mila addetti, 14 miliardi di fatturato e una qualità che consente loro di essere leader mondiali, con 
un’esportazione fino al 95% del fatturato.

 

Il capoluogo lombardo era dato tra i favoriti e sembrava potesse contare anche sull’appoggio dei dipendenti dell’Authority: il 69%, in un questionario, l’aveva indicato come meta preferita.

Il bagaglio che porta con sé EMA è consistente: uno studio condotto dall’Università Bocconi parla di un indotto di circa 2 miliardi di euro. Una stima che tiene conto di diversi fattori. Innanzitutto il budget annuale di 325 milioni di euro destinato dall’Agenzia alla gestione ordinaria della struttura, dagli stipendi ai servizi. I consumi dei 900 dipendenti con le loro famiglie potrebbero raggiungere un valore complessivo di quasi 40 milioni di euro l’anno. A questi dati si sommano le ricadute dirette sulle imprese che intratterranno rapporti di lavoro con EMA, che potrebbero superare i 30 milioni l’anno. Nello studio, si è tenuto conto poi del fatto che l’Agenzia ogni anno organizza almeno 500 eventi con circa 60mila visitatori professionali, con un giro d’affari superiore ai 25 milioni di euro. Il grosso dovrebbe arrivare dai laboratori e siti di produzione – con relativi posti di lavoro – che le multinazionali già presenti sul territorio potrebbero decidere di creare grazie alla presenza di EMA. Senza contare il prestigio e la visibilità a livello internazionale.

Ma purtroppo la sorte non è stata benevola con Milano, che sul piano del merito oltrepassava tutte le città concorrenti dell’Unione Europea.

 

Giovanni Scanagatta

Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID)

 

Roma, 27 novembre 2017

 

 

 

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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