VII. Conclusioni

E’ importante evidenziare, in conclusione, l’idea da cui nasce l’spirazione di scrivere un libro come questo, dedicato ad una nuova teoria dell’impresa alla luce dei grandi valori della Dottrina Sociale della Chiesa.

Fondamentalmente, l’idea nasce dalla Caritas in veritate di Benedetto XVI e dalla parte sociale dell’Esortazione apostolica di Papa Francesco, Evangelii gaudium (Capitolo Quarto, La dimensione sociale dell’evangelizzazione).

Al punto 40 della Caritas in veritate, Benedetto XVI afferma che “Le attuali dinamiche economiche internazionali, caratterizzate da gravi distorsioni e disfunzioni, richiedono profondi cambiamenti anche nel modo di intendere l’impresa. Vecchie modalità della vita imprenditoriale vengono meno, ma altre promettenti si profilano all’orizzonte”.

La seconda sollecitazione proviene dal punto 203 della Evangelii gaudium di Papa Francesco, quando si parla della figura dell’imprenditore. “La figura di un imprenditore, afferma Papa Francesco, è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita; questo gli permette di servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo”.

Secondo i grandi valori della Dottrina Sociale della Chiesa, l’attività dell’imprenditore va considerata sia dal lato della produzione della ricchezza che da quello della sua distribuzione. Il lato della produzione della ricchezza deve ispirarsi ai principi di sussidiarietà, per cui la creazione di valore per il bene comune spetta, ad esempio, non solo allo Stato ma a tutti gli imprenditori nel rispetto del principio fondamentale della libertà di intraprendere. Il lato della distribuzione della ricchezza da parte dell’impresa deve ispirarsi ai valori della solidarietà.

Per lo sviluppo dell’impresa nel lungo periodo e la costruzione del bene comune, i due valori della sussidiarietà e della sussidiarietà devono rimanere in equilibrio dinamico. E ciò perché la sussidiarietà senza la solidarietà genera egoismo localistico e scarsa attenzione alla persona con i suoi valori di libertà, responsabilità, dignità, creatività. D’altro canto, la solidarietà senza sussidiarietà porta all’appiattimento dell’iniziativa privata, al burocratismo, allo statalismo, e alla mortificazione della creatività, fondamentale motore dello sviluppo per il bene comune.

Secondo gli insegnamenti sociali di Papa Francesco, il vero imprenditore che crea sviluppo per il bene comune deve lasciarsi interrogare da un significato più ampio della vita, altrimenti si scende alla figura del semplice manager. Nel senso di Papa Francesco, l’imprenditore è un “generalista” e un “homo faber”, cioè un continuatore dell’opera creatrice di Dio, mentre il manager è uno specialista cioè un “homo fabricatus” nelle scuole di direzione aziendale delle varie università del mondo globalizzato. Tutto questo ha interessato soprattutto l’industria finanziaria che è in mano a manager e non a veri imprenditori. Secondo questa interpretazione, la grave crisi strutturale che stiamo attraversando è dovuta alla carenza di imprenditori che si interrogano costantemente su un ampio significato della vita e al dominio dei manager.  

Il vero imprenditore volge costantemente lo sguardo di lungo periodo al bene comune di tutti gli stakeholder: dipendenti, comunità locali, istituzioni locali, clienti, fornitori, ambiente, azionisti. Il principio moltiplicativo del bene comune, non deve escludere nessuno degli stakeholder, altrimenti il valore zero anche di uno solo di essi azzererebbe tutto il prodotto. Non si raggiungerebbe quindi il bene comune perché tutti devono partecipare ai benefici dello sviluppo.

Come afferma Pietro Onida nell’Economia d’azienda del 1960, “L’accumulazione e, in particolare, la concentrata accumulazione di ricchezza, perseguita senza porre mente – in una specie di ottuso egoismo – ai problemi della distribuzione, lungi dal giovare allo sviluppo della produzione, può minare la prosperità e la stessa durevole esistenza dell’impresa”.

L’ultimo punto che si desidera sottolineare riguarda i tre rischi d’impresa di cui si è parlato nel presente lavoro: rischio finanziario, rischio economico, rischio sociale. Il rischio sociale è la probabilità che l’impresa entri in conflitto con uno o più dei propri stakeholder.

L’impresa che minimizza il rischio sociale ha nel lungo periodo un valore superiore alle altre imprese e tende alla convergenza tra valore economico e valore etico. La massima espressione dell’etica è il bene comune, il valore supremo della Dottrina Sociale della Chiesa. 

 

Giovanni Scanagatta

 

Roma, 24 settembre 2018    

 

 

Tags: , , , , , ,

Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

Links

  • Scrivimi
  • Privacy Policy
  • Cookie Policy

giovanniscanagatta.it | All rights reserved | by SophiaCoop