La grande svolta della Dottrina Sociale della Chiesa verso l’economia d’impresa: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

La grande svolta delle Encicliche sociali con riferimento all’economia di impresa si è avuta con la Centesimus annus del 1991 del grande Maestro di Dottrina Sociale della Chiesa Giovanni Paolo II. La svolta appare già nella Sollicitudo rei socialis del 1987 con riferimento al grande valore della libertà di intraprendere, vedendo la ricchezza dal lato della sua produzione.  

Il grande Papa preferisce parlare di economia di impresa piuttosto che di economia capitalistica o di mercato. Giovanni Paolo II vede l’impresa come una comunità di persone in cui l’autorità dell’imprenditore viene esercitata non come potere a proprio esclusivo vantaggio, ma come servizio agli altri per lo sviluppo e la costruzione del bene comune.

L’impresa come soggetto di sviluppo per la costruzione del bene comune viene ulteriormente valorizzata da Benedetto XVI nella Caritas in veritate del 2009. In questa Enciclica sociale l’impresa, l’imprenditore e l’imprenditorialità vengono citati una cinquantina di volte, rispetto alla metà della Centesimus annus. Va inoltre evidenziata la grande consonanza (correlazione vicina all’unità) tra la Sollicitudo rei socialis del 1987 di Giovanni Paolo II e la Caritas in veritate di Bendetto XVI, con riferimento al grande valore della libertà di intraprendere e alla libertà di impresa come fattori di sviluppo dei popoli e per il bene comune, condannando il burocratismo statalistico che soffoca la creatività e la libera iniziativa dei singoli e delle loro associazioni. Qualche anno dopo rispetto all’uscita della Sollicitudo rei socialis si assisterà alla caduta del muro di Berlino e all’implosione dell’Unione Sovietica.

Benedetto XVI nella Caritas in veritate parla di vocazione allo sviluppo dell’imprenditore, sottolineandone il valore trascendente e teologico. In questo modo viene esaltata la dimensione verticale (teologica) della Dottrina Sociale della Chiesa che rigurda il rapporto tra Dio e l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza, rispetto alla dimensione orizzontale, pure importante, che riguarda il discernimento degli atti umani secondo la morale e l’etica cristiana.

Come ci insegna il Prof. Zamagni, il mercato è un genus mentre il capitalismo è una species, che normalmente viene legato al profitto e alla sua accumulazione nel tempo. Il profitto non viene demonizzato dalla Dottrina Sociale della Chiesa e in particolare dalla Centesimus annus di Giovanni Paolo II dove si afferma che il profitto è un indicatore del buon andamento aziendale. Quando l’azienda fa profitti, si legge nell’Enciclica, vuol dire che i fattori della produzione sono stati impiegati in modo efficiente. Ma il conseguimento del profitto non deve sacrificare la centralità dell’uomo e dei suoi valori nei processi di sviluppo economico: il profitto deve essere giusto. La massimizzazione del profitto, su cui si basa gran parte della teoria economica corrente, non assicura, secondo il premio Nobel per l’economia Stiglitz, né il raggiungimento dell’efficienza economica né il benessere generale, perché i mercati sono omogenei e non esiste l’informazione perfetta ed equamente distribuita. Ciò avviene solo in casi particolari.

Il lungo cammino della storia e le trasformazioni del mondo lungo i secoli non possono essere spiegati dall’economia (Marx), ma dalle idee. Le idee riguardano la parte spirituale dell’uomo e solo Dio è puro spirito onnisciente di cui l’intelligenza dell’uomo è un riflesso.

La fede e la ragione (Fides et ratio), ci ha insegnato Giovanni Paolo II, sono le due ali che consentono all’uomo di raggiungere la Verità e lo Spirito che è Verità. Per essere uomini liberi bisogna cercare la Verità. E’ quindi fondamentale il rapporto tra Dio e l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza. La forza del Cristianesimo è il Dio incarnato, che si è fatto uomo per venire ad abitare in mezzo a noi e per salvarci (… e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi).

E’ impossibile spiegare l’economia con la sola economia. La dimensione sociale, etica e religiosa sono strettamente collegate con l’economia, con l’impresa e con il profitto. Questo grande messaggio della Dottrina Sociale della Chiesa trova conferma nelle scienze sociali stesse che dimostrano come fattori immateriali, relazionali e sociali svolgono un ruolo anche economico di primaria importanza. I costi economici sono anche costi umani. I costi umani hanno sempre anche una ricaduta economica. Più l’economia è virtuosa più il contesto si fa umano. Più il contesto è promozionale della persona umana, più l’economia trova vento per le proprie vele.

Come ci ha insegnato il grande economista austriaco J. Schumpeter, il progresso scientifico e tecnico è il motore dello sviluppo economico. Il progresso scientifico e tecnico determina l’aumento della produttività che si traduce in crescita del reddito pro capite e in riduzione della durata dei tempi di lavoro.

Benedetto XVI nella Caritas in veritate dedica l’ultimo capitolo, il sesto, allo sviluppo dei popoli e la tecnica. Nel punto 69 il Papa afferma: “Il problems dello sviluppo è strettamente congiunto con il progresso tecnologico, con le sue strabilianti applicazioni in campo biologico. La tecnica – è bene sottolinearlo – è un fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo. Nella tecnica si esprime e si conferma la signoria dello spirito sulla materia”.

Abbiamo quindi a che fare con la forza delle idee e con la parte spirituale dell’uomo. Popper scrive che “Noi non possiamo predire, mediante metodi razionali o scientifici, lo sviluppo futuro della conoscenza scientifica… Perciò non possiamo predire il corso futuro della storia umana”. Il contrario della visione marxista del mondo e del materialismo storico.

E’ allora interessante seguire il pensiero di Schumpeter sui tre grandi pilastri che stanno alla base dello sviluppo economico. Il primo è l’imprenditore innovatore, il secondo è un complesso di piccole e medie imprese immerse in un clima concorrenziale, il terzo è rappresentato dalle banche che creano credito per consentire la realizzazione di innovazioni e la loro trasformazione in prodotti e servizi per il mercato. Schumpeter ha una concezione dell’innovazione molto ampia, che va al di là del concetto di innovazione di processo e di prodotto, ma innovazione dei modelli organizzativi delle imprese, della ricerca di nuovi mercati, di nuovi metodi di trasporto e di comunicazione e via dicendo.

Il nostro problema, nella visione schumpeteriana, è quindi che abbiamo troppo pochi imprenditori innovatori e troppi managers che vengono formati e sfornati dalle aule accademiche. L’imprenditore innovatore è per definizione un “generalista”, mentre il manager è uno “specialista” che si può reperire abbastanza facilmente sul mercato, ora globalizzato. Solo l’imprenditore innovatore può consentire la famosa “distruzione creatrice” di Schumpeter, con una dinamica di lungo periodo che vede le famiglie vecchie lasciare il posto alle famiglie nuove, le imprese vecchie lasciare il posto alle imprese nuove, i settori produttivi vecchi lasciare il posto ai settori produttivi nuovi. Per questo Schumpeter è stato posto in ombra da pensiero di Keynes, propugnatore di un’analisi dell’economia di tipo aggregato che non si interessa della fondamentale dinamica di lungo periodo dei settori, delle famiglie, delle imprese.

Per Schumpeter, ai fini dello sviluppo economico di lungo periodo, è fondamentale l’imprenditore innovatore, mentre per Keynes il ruolo dell’imprenditore privato cade in ombra e viene sostituito dallo Stato cui viene demandata il compito di realizzare gli investimenti per sostenere nel breve periodo la domanda, la crescita del reddito e l’occupazione.

La teoria dello sviluppo economico di Schumpeter è del primo decennio del novecento, mentre la Teoria generale di Keynes è del 1936, all’indomani della grande crisi del 1929. Il sistema capitalistico si trovava allora in grande difficoltà perché non era più in grado di assicurare la piena occupazione dei fattori produttivi. Il reddito di equilibrio per i risparmi e gli investimenti corrispondeva alla sottoccupazione del fattore lavoro, generando grande povertà e molte ingiustizie.

Keynes ha lanciato un’ancora di salvataggio al sistema capitalistico, facendo assumere allo Stato il ruolo di imprenditore, per il sostegno degli investimenti, per la crescita del reddito e dell’occupazione. Ma queste idee alla lunga hanno fatto crescere troppo il ruolo dello Stato in economia, con un enorme sviluppo della spesa pubblica sul reddito nazionale, della tassazione e del debito pubblico.

Siamo quindi ai nostri giorni in cui bisogna fare arretrare le frontiere del settore pubblico, dando maggiore spazio al ruolo dell’impresa e dell’imprenditore innovatore come costruttori di sviluppo per il bene comune. E qui soccorre il grande insegnamento della Dottrina Sociale della Chiesa con i suoi inalienabili principi: sviluppo, solidarietà, sussidiarietà, destinazione universale dei beni, bene comune. Solidarietà e sussidiarietà devono essere coniugati insieme mantenendoli in equilibrio per favorire lo sviluppo, la destinazione universale dei beni e il bene comune.          

 

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Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Roma

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